Sainz incita l’Uomo a non arrendersi mai!

Sainz incita l’Uomo a non arrendersi mai!© Audi Communications Motorsport / Michael Kunkel

Carlos Senior che a quasi 62 anni vince la Dakar è un capolavoro di vita e un segnale a tutti noi

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30 gennaio

Sospendo il giudizio sulle magnifiche sorti e progressive dell’avvenire in mano agli scienziati elettrificanti e considero invece quella di Carlos Sainz Senior una vittoria rivelatrice, calda, bella, emozionante, umanissima e intrisa di meraviglioso umanesimo. Anzi, al contrario, qui e ora parlerei meno possibile di capolavoro del progresso applicato alle competizioni e mi concentrerei decisamente sull’unico aspetto certo e incontrovertibile. Quello che vede un uomo pronto a compire 62 anni il prossimo 14 aprile sul podio, primo in quella che è restata la gara più lunga, difficile e pericolosa del mondo. Magari più pericolosa per le moto che per le auto, ma soprattutto perigliosa più per i ritiri. Perché la Dakar è e resta ormai l’unica classicissima nel panorama del motorsport in cui ci si può anche ritirare, visto che in F.1 non rompe più nessuno, a Le Mans quasi e pure a Indy se non vai contro il muro le Dallara mica le sfianchi.

Va bene esultare per il progresso, tuttavia...

Intanto adesso vedo tanti, troppi, ad affannarsi a dire che quella dell’Audi è la vittoria dell’avvenire, dell’ipertecnologia, del pionerismo telescopico e della continuità trionfale della ricerca incessante applicata alle corse. Boh. Perché no. Al terzo tentativo la RS Q e-tron fa centro e diventa la prima vettura elettrica a vincere la Dakar, coi suoi due motori full electric, uno per asse, a dar vita alla trazione integrale, di derivazione Formula E, quando con Lucas Di Grassi sbancava stagione 3, ghermendo pure il Costruttori in stagione 4.

Però è anche vero che a questi due si collega un bel motorettino endotermico 1400 turbo, praticamente per ricaricare le batterie. E ’sta cosa mi ricorda tanto la prima volta che andai a vedere una gara di F.E e, ammirato, chiesi cosa mai fossero quella specie di mini-container nel retropaddock e mi dissero che erano generatori diesel, perché hai visto mai. Così, viva la tecnologia, però resta sempre un filino di dubbio. Se siamo di fronte al piccolo salto che è un grande balzo per l’umanità, oppure, tra genio e furbizia, un tantino ce la raccontiamo, un po’ ci siamo e un po’ ci facciamo. Vedremo, insomma. Lo scopriremo solo vivendo, dai.

Il vero senso della faccenda

E allora dove concentrare giubilo e sorpresa, enfasi, felicità e sense of wonder per questa impresa così strana, diversa, piacevole e trasversale, rispetto a tutte le altre tipiche della Dakar? Be’, direi su un aspetto molto semplice ma da solo rivoluzionario. In un mondo dell’automobilismo che da sempre guarda avanti, mette pressione, esagera, precocizza e ormai anche prima dei sei anni crea bambini-soldato delle corse, spremendoli in kart, irreggimentandoli per decenni e dando anche un po’ malinconicamente vita a 27enni tricampioni del mondo che in diretta mondiale confessano sinceramente d’averne un pochino già le palle piene, accidenti, che bello gustare e scoprire un vecchio campione che se ne guarda bene dal dire basta.

Rifiutando una volta di più il pensiero che la vita è fatta di riti di passaggio e che, per dirla con la Bibbia e l’Ecclesiaste, c’è una stagione per tutte le cose.

No, qui, il messaggio è altro e diverso, rappresentando qualcosa di, appunto, umanamente sconvolgente. Cioè, se tante e diverse sono le stagioni nella vita di un uomo, con testa e cuore, passione e capacità, applicazione e anima forte, tutte ma proprio tutte le stagioni medesime della vita possono essere vivificate dalla cosa che più ci irrora e ci fa e ci dà piacere. E se correre e possibilmente vincere è una di queste cose, allora mai rinunciarci. Questo è il vero Sanz-messaggio. In fondo a questa Dakar era in gara più che dignitosamente anche il 77enne francese Strugo, che la vive ininterrottamente dalla Golden Age degli Anni ’80, ovvero dal culmine della fase africana.

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