Alex Z ancora una volta nella zona del crepuscolo. Ospite sofferente di quella terra di nessuno in cui in realtà c’è poco da lottare, anzi, forse neppure sai d’esserci e sei solo spettatore terzo, corpo astrale e passeggero, una volta di più, della sorte. Deciderà Lei, punto. Altro che forza Zanardi.

Come Rivera

Proprio per questo, caro destino, pensaci bene, a quel che fai. Quasi vent’anni fa, in una serata indimenticabile, alla Festa dei Caschi d’Oro di Autosprint 2001, ci ritrovammo a festeggiare il ragazzo di Castelmaggiore arrivato in carrozzella e poi improvvisamente, a sala piena, issatosi incredibilmente in piedi sulle protesi, accanto al Dottor Costa, commuovendo il mondo, Schumacher per primo.

Non furono solo lacrime, no, quella sera. Ci fu l’urlo. L’urlo. L’urlo della sala immensa del palacongressi di Bologna. Il grido strozzato di gioia e sorpresa d’un’intera civiltà di appassionati di corse, venuti per un certo tipo di festa e ritrovatisi all’improvviso a vivere in diretta una leggenda inattesa e tutta verità.

Scrissi, facendo la cronaca il giorno dopo, che quella sera noi appassionati di Motorsport vivemmo l’emozione strappacuore che solo un tifoso di calcio in Italia-Germania 4-3 al gol decisivo di Rivera può aver provato. La lacuna colmata. Adrenalina buona che ci mancava e che da quella sera sarebbe stata nostra fedele compagna, riconvocabile a richiami di nostalgia, come un vaccino salvifico.

Ingiustizia ripugnante

Adesso, sballottati tra notizie ultim’ora, bollettini e Tg ansiogeni, a quasi vent’anni dall’incidente del Lausitzring, si prova una sensazione strana, irreale, assurda. Dovendo capire ed elaborare il dramma di chi nella sua vita ha già rischiato, messo in palio tutto per decenni e che poi, da vincente, da esempio infinito di resurrezione dopo lo periglio scorso, nel momento più innocente e riscattato della sua vita, si trova a dover pagare l’inattesa e supplementare maxi rata d’un mutuo maligno creduto estinto per sempre. Il prezzo inatteso di un gioco d’azzardo esistenziale antico, apparentemente e esistenzialmente già onorato e saldato, coi suoi interessi usurai, ruvidi e terribilmente abrasivi.

C’è qualcosa d’umanamente ingiusto e moralmente inaccettabile e indignante in questo. Un che di ripugnante, per la prima volta, nelle mille storie che ci ha raccontato quest’uomo che non è mai stato solo uno sportivo, solo un pilota, sono un paraatleta e solo un grande personaggio, ma la nostra parte buona, la prova vivente che se uno sa campare può prestare il suo talento a tutti e a tutti noi, noi, noi partiti per consolare lui e ritrovatici tutti a essere perennemente da lui rassicurati, ispirati e carezzati dal suo cervello di prim’ordine.

E da un cuore grande che sa cercare sfide uniche ma anche dividere e spartire per tutti e fra tutti i premi esistenziali, in modo sorridente, ironico, autoridimensionante, senza fronzoli e retorica.

Cavalieri del Rischio sempre

E invece no. Alboreto, Schumi, Zanardi. Storie diversissime, disomogenee, unificabili e vicine solo per l’amore immenso dovuto di volta in volta non solo al personaggio ma alla persona e totalmente divergenti nella dinamiche, nei contesti e auspicabilmente, nelle evoluzioni.

Ma tutto questo lancia un segnale laterale, inquietante, evocativamente spiazzante. Certi grandi dello sport è come se il pericolo continuassero a portarselo dietro in qualsiasi cosa che fanno. Come se l’aver sfidato per decenni il Rischio allo stato puro, li faccia vivere, quando il peggio ormai sembra passato, avvolti da un’invisibile nube radioattiva di pericolo, una specie di malattia dormiente, di nube tossica dell’anima, pronta a colpire quando meno te l’aspetti.

Ed ecco che per noi e voi Zanardi che sta male, qui e ora, non è più solo ed esclusivamente una notizia terribile, ma anche una sfida. L’opportunità, come direbbe lui, per una specie di rivincita su altre storie che proprio non ci sono piaciute, che non ci sono andate mica già, mai, e che vorremmo provare a catalogare in modo diverso.

L'ultimo rigore

Qui e ora, nell’Italia che prova a uscire dal Covid-19, un paese ferito nel quale improvvisamente ritrovarsi a sperare, soffrire e tifare per Alex Z è davvero mediaticamente l’unico motivo neoaggregante, che fa sentire tutti uguali, uniti.

Senza fazioni, destre, centri e sinistre o categorie di pensiero. Dopo quella curva presa male, ora siamo tutti sulla stessa curva, la nostra, sud o nord che sia, a tifare Alex Z. E se allora, se diciannove anni fa, arrivò il gol alla RIvera, ora fa sensazione pensare che, con quell’oscuro linguaggio della sorte, il 17 giugno, due giorni fa è stato festeggiato il cinquantenario del 4-3 di Italia-Germania.

Così ora è tempo di un altro urlo invocato. Questo però sembra un rigore da battere. Crudele ma decisivo, atteso e che mette tanta paura. Non dirò, come tanti, forza Zanardi, perché, scaramanticamente, di fronte a un calcio di rigore, si sta zitti.

Spero solo che il destino che sta prendendo la rincorsa abbia i lineamenti di Fabio Grosso.