In queste pagine attacco spesso cose finte esaltando quelle vere, ma per una volta vado orgogliosamente contromano, esaltando ciò che sembra finzione, perché in certi casi sa essere più vero del vero. Insomma, giovedì scorso ci ha lasciati a 97 anni d’età Jean Graton, l’autore di Michel Vaillant, autore di culto del fumetto franco-belga. E salutarlo è anche l’occasione per sottolineare l’immensa stima, il piacere e la gratitudine che provano tutti gli appassionati di Motorsport per il messaggio, la sensibilità e le sensazioni che l’autore ha saputo suscitare non solo tra gli amanti delle nuvole parlanti, ma anche - e direi soprattutto -, in tutti i race fans del mondo. Perché Michel Vaillant non è solo un personaggio a fumetti, ma a tutti gli effetti incarna un character reale capace di suscitare conseguenze e consapevolezza, adesione, entusiasmo, affetto e nostalgia come solo un campione, un amico vero e un grande delle corse possono evocare.

Un modello, una leggenda disegnata ma vivente, portato della cultura eclettico-automobilistica francese, frutto della lucente interdisciplinarietà dei transalpini per i quali storicamente essere pilota di livello significa andare forte sempre, comunque, ovunque e su qualunque terreno, dall’asfalto della F.1 alla notte di Le Mans passando per le nevi del Turini e la sabbia della Dakar, all’interno di carriere che sembrano enciclopedici omaggi al mondo racing vissuto come quotidiana meraviglia. Tanto che, gratta gratta, scopri che Michael Vaillant, Steve McQueen, Fernando Alonso e Sebastien Loeb in fondo in fondo la pensano esattamente allo stesso modo, alla barbaccia di chi voleva e vorrebbe rendere la F.1 un patinato, sciapo e decerebrato contenitore di un neo-monopensiero stupidello dell’altrimenti variegato, complessissimo, grandioso, inclusivo e multiculturale mondo racing. Ecco perché dire ciao a Jean Graton significa parlare di cose serie, molto serie, e non solo recitare una doverosa e sentita orazione laica.

Ocon: "Alonso? Stimo Fernando, ma io tifavo Schumi"

Detto ciò, vi racconto questa. Jean Graton lo incontro di persona il venerdì mattina della 24 Ore di Le Mans 1997 nella sala stampa del circuito della Sarthe e mi rendo conto di un paio di cose interessanti. La prima: entra lui e tutti i francofoni si alzano in piedi, poi, a turno, appena si sparge la notizia che quel signore è davvero lui, il papà di Michel Vaillant, tanti altri, me compreso, vanno a stringergli la mano. Come quando arrivano Jacky Ickx o Derek Bell oppure, al giorno d’oggi, Tom Kristensen o Emanuele Pirro. Perché, nel caso di Graton, quando la fiction della letteratura disegnata sa essere così piacevole e generosa, la si accetta come una realtà aumentata e sincera. Tranquillo, per niente altezzoso, serio, niente sfarzo e zero snob, Graton se ne sta lì per un’oretta, chiedendo, informandosi, chiacchierando e documentandosi tale e quale a un giornalista professionista. Fantastico. Poi saluta e se ne va, con gli stessi che si erano alzati per salutarlo che si rialzano, deferenti. Perché, oltre a saper disegnare e raccontare, Jean Graton a suo modo insegna il mestiere a tanti di noi, fin solo leggendo le sue storie del suo e del nostro eroe. Visto che il sottotesto meravigliosamente paragiornalistico e informativo a latere di Michael Vaillant sta a significare che per saper raccontare bisogna prima sapere e poi raccontare. Documentarsi, indagare, conoscere, parlare coi piloti, ascoltarli, rubare con gli occhi ma anche dialogare con l’ambiente, con un tecnico, un meccanico, una curva o un giorno di pioggia.

Tanti di noi erano bambini tra la fine degli Anni ’60 e l’inizio degli Anni ’70 e per quasi tutti l’automobilismo da corsa si stagliava come un sogno grandioso da fare in bianco e nero, con la possibilità di diventare a colori solo grazie a certi paginoni di Autosprint e alle storie di Michel Vaillant, pubblicate nelle monografie degli Albi Ardimento o, a puntate settimanali, sulle pagine Corriere dei Piccoli e poi, da fine 1971, del Corriere dei Ragazzi, mescolato ad altri eroi della BD franco belga quali Ric Roland o Bernard Prince. E - lo ricordate? Ma certo che sì... -, i nostri primi duelli in camera car, le funzioni mosaico, le inquadrature estreme e mozzafiato mica le abbiamo scoperte dal vero, no, no, l’imprinting semi-inconscio ma gustosissimo ci è arrivato a sorpresa in storie cult con Vaillant, Warson & C. tipo “La grande sfida” “L’onore del Samurai” e “Serie nera”... E poi, sarà bene ricordarlo, Jean Graton e Autosprint hanno ballato insieme e mica poco. Tanto che a metà Anni ’80 anche il nostro settimanale ha avuto l’onore di pubblicare a puntate la storia di Michel Vaillant ambientata nell’ipotetica gara iridata cittadina al centro di Parigi, rutilante, affascinante, a 300 all’ora - come recita il titolo -, e combattuta quanto mai. E poi, nel 2001, chiacchierando con Alessandro Pastore, titolare dell’Alessandro Editore, ci viene l’idea di fare il bis, chiedendo l’autorizzazione di poter pubblicare a puntate su Autosprint la storia a fumetti dedicata alla storica edizione della Dakar 2000 con arrivo al Cairo, tra le Piramidi.

Jean Graton dette immediatamente il benestare, aggiungendo che per lui e Michel Vaillant ritornare sulle pagine di Autosprint non poteva che essere un grande, immenso onore. E, adesso posso svelarlo, quell’operazione avvenne a titolo squisitamente gratuito, tanto l’autore s’era dimostrato sincero e appassionato, all’idea di riabbracciare voi, i lettori del settimanale da corsa. Ecco, questo era Jean Graton. E vorrei salutarlo con un altro aneddoto che mescola l’immaginario al reale, tratto direttamente da quella notte di Le Mans che tanto lo affascinava. Circuito della Sarthe, edizione 2000 della 24 Ore. Sta per iniziare il ciclo Audi con le R8 che lottando tra loro ricacciano indietro la sola possibile ma lontanissima minaccia costituita dalla Panoz del vecchio Mario Andretti. Appare chiarissimo che la lotta per la vittoria sarà una sorta di derby stracittadino tra le vetture della Casa degli Anelli e seguo tutta la gara da bordo pista senza andare a dormire, fossi matto, chiacchierando con Emanuele Pirro di fumetti, ossia di Michel Vaillant, ovvero di Jean Graton, esaltandoci entrambi nel citare le storie e i colpi di scena più belli.

Poi, quando arriva il momento del turno di guida, Emanuele se ne va per dare il cambio al compagno Frank Biela ed eccolo lasciare il posto nel dibattito infervorato alla moglie Marlene che di fumetto franco-belga, per cultura personale e natali, ne sa perfino più di lui. E in quella notte strana e magica si crea una specie di corto circuito a stint paralleli fra hospitality e pista, tra finzione e realtà, tra Michael Vaillant e le corse vere, con Pirro che quando torna dal turno in pista - in una gara che poi meritatamente vincerà -, ritrova noi a ridere e scherzare su Vaillant ed è ben felice di ridare il cambio alla consorte, rituffandosi nela discussione, per stemperare la tensione della sfida sull’asfalto.

Perché la realtà delle corse, quando è bella e affascinante davvero, imita Michael Vaillant e non viceversa.

Faccia bei disegni e disogni, monsieur Graton. Et merci.