dal nostro inviato a Singapore: Alberto Antonini Un successo costruito sul “giro ideale”. Dopo essersi permesso di affrontare la Q1 senza ricorrere alle gomme super-morbide, Sebastian Vettel si è concesso anche (su raccomandazione della squadra) di rimanere ai box negli ultimi due minuti, quelli in cui la pista dava il meglio e i vari Webber, Rosberg e Grosjean si avvicinavano pericolosamente. Non abbastanza, però: perché nessuno ha saputo “mettere assieme” il giro come Seb. Secondo - dietro a Webber - nel settore 1, primo in quello centrale, davanti a Grosjean e Nico, ancora secondo nell’ultimo tratto, dove ha pagato 27 millesimi a Rosberg. Gli altri vanno forte in tratti selezionati, Vettel impone la sua legge dappertutto. Singapore non ha una vera curva veloce, solo nel T3 ci sono sei “pieghe” ad angolo retto. Lui, di solito, frena più forte e tardi di Webber (e di quasi tutti gli altri). Questo, in teoria, dovrebbe penalizzarlo in uscita. Ma non è così, perché la Red Bull ha un sistema di scarichi che permette, a chi lo sa “guidare”, di sfruttare al massimo la riaccelerazione per guadagnare aderenza. Sebastian ci riesce, Webber no: e questa è la storia di tutto questo mondiale. Un sistema di scarichi che si sposa perfettamente con l’assetto “picchiato” della RB9: anteriore basso e posteriore alto. L’altra monoposto che qui è andata forte, la Mercedes, è probabilmente l’unica che ha seguito radicalmente questo concetto. La Lotus ha scelto una strada totalmente diversa (una vettura bassissima rispetto al suolo) ma altrettanto efficace quando si tratta di guadagnare deportanza. Lo dimostra il giro di Grosjean, perché Raikkonen era imbottito di antidolorifici e non faceva testo. La Ferrari, invece, è un compromesso su tutto. E infatti Alonso e Massa (il secondo più veloce con un’ala anteriore meno deportante) hanno compromesso ogni speranza di mondiale.