Per Ron Dennis è tempo di bilanci. Non solo sul team McLaren di F.1 o nel rapporto con la Honda. È tempo di bilanci totali, anche esistenziali, per una persona che da 35 anni si trova ai vertici della F.1. Una persona che dopo aver gestito Lauda, Prost, Senna, Hakkinen e Hamilton, ora lotta in prima linea per riportare il team McLaren ai vertici della F.1. Nonostante il momento sia decisamente poco favorevole. - Dal primo test ad Abu Dhabi ad oggi, ti saresti aspettato di incontrare così tanti problemi? «Certamente no, avevamo tutte le ragioni per pensare che ci saremmo trovati in una situazione migliore che l’attuale. Dobbiamo affrontare una grande sfida, perché il nostro obiettivo rimane la vittoria nel campionato del mondo. Obiettivo che non sarebbe stato alla nostra portata se avessimo continuato ad utilizzare un propulsore “clienti”. Abbiamo molte esperienza di lavoro con la Honda. Loro sono una organizzazione tecnico-scientifica. Il loro livello tecnologico è molto elevato. Oggi non siamo al livello a cui vorremmo essere, ma sono sicuro che ci arriveremo prima di quanto la gente pensi». - Nella comunicazione avete enfatizzato il periodo con Senna e Honda. Ma c’è una storia più recente della Honda, quando vinceva una sola gara, quando a Imola vennero squalificati con la vettura irregolare, quando il loro motore nel 2008 era il peggiore della F.1... «Non credo che abbiamo enfatizzato troppo il periodo con Ayrton e la Honda. Ma nessuno può negare che la Honda in quel periodo abbia realizzato tra i migliori motori nella storia della F.1. Spesso sono stati dominanti nel motociclismo, i loro motori sono stati un riferimento per tante soluzioni tecniche. Per una industria che voglia essere competitiva in F.1, la strada è sempre lunga. La Mercedes ci ha impiegato il suo tempo prima di essere competitiva con la sua squadra. Anche con il motore Mercedes, all’inizio della nostra collaborazione, le cose non erano facili. La stessa sfida si ripresenta adesso. Ma categoricamente sappiamo che non avremmo potuto essere il secondo team per la Ferrari, per la Mercedes oppure dove si trova ora la Red Bull con la Renault. Guarda le ultime qualifiche a Silverstone: i team factory erano quasi un secondo più veloci della Williams. Con un motore Mercedes ‘clienti’ non saresti mai in grado di chiudere quel gap. Questi motori sono molto complessi. I sistemi di controllo devono avere una assoluta armonia di funzionamento con il telaio e il propulsore. Ci vuole un impegno totale da parte dei fornitori e i partner tecnici. Per questo ho preferito la strada della Honda. Perché anche se ci vorrà più tempo, rappresenta la possibilità più concreta per la McLaren per tornare ai vertici. Semplicemente ci vorrà un po’ più di tempo rispetto a quanto avremmo voluto». - Quando sei tornato al vertice del team F1, lo hai vissuto come una specie di rivincita? «Io non ho mai lasciato il team. Il team McLaren oggi è sotto la responsabilità di Eric Boullier e Jonathan Neale. Io sono dietro questo gruppo. Vengo ai Gp ma non ho una responsabilità precisa. Sono il boss, ma alla fine la questione è come definiamo il ruolo di questa qualifica. Io sono il capo esecutivo dell’intero gruppo, che comprende non solo l’attività in F.1, ma anche la produzione di vetture di serie e una sezione di engineering che è progredita velocemente. Certo, la F.1 rappresenta una parte molto importante e molto critica dell’intero business, ma io non mi occupo solo di questa, non ho compiti diretti. Guardo, partecipo ai meeting, osservo, ma resto indipendente. Il team è gestito bene, dal punto di vista del management, direi che è uno dei periodi migliori nella storia della McLaren, anche se i risultati al momento sono pessimi. Anche i piloti lo capiscono, lo vedi dal loro atteggiamento. Semplicemente stiamo affrontando una curva molto impegnativa, e passo dopo passo ne verremo fuori. Sembrerà strano visto gli attuali risultati, ma per quanto riguarda l’efficienza del team, lo considero uno dei migliori periodi. Ma la realtà appare mistificata perché i risultati non arrivano». - Hai creato la McLaren, sei sempre stato l’anima della società, come fai oggi a rimanere distaccato anche quando partite in ultima fila? «Le persone rispettano la mia opinione, capiscono che ho molta esperienza. Ma non mi piace interferire. La mia funzione oggi è quella di tenere il team unito, non di dividerlo in fazioni. Non sarebbe corretto se mi intromettessi. Certo, mi sento frustrato, mi mangio il fegato. Ma quando occupi un posto di responsabilità in una organizzazione così complessa, bisogna avere un senso comune di obiettivi. Dobbiamo rimanere orgogliosi, non solo di quello che abbiamo fatto in passato, ma anche di quello che stiamo facendo ora. La attività in F.1 rappresenta l’aspetto pubblico della McLaren. Nei prossimi due mesi saremo orgogliosi di come eravamo scivolati in basso e di come rapidamente ci siamo risollevati. Non ho dubbi in merito». (continua). Cesare Maria Mannucci L'intervista completa su Autosprint n.28 in edicola dal 14 luglio