Lasciateli lavorare, sanno cosa fanno. E’ un po’ il sunto di quello che è (e sarà) l’inverno in McLaren, chiamata a recuperare un gap all’apparenza irrecuperabile, per le proporzioni che si sono palesate fino al termine del campionato. Ron Dennis assicura che in fabbrica si lavora “pancia a terra”, per usare il gergo ciclistico, e consapevoli di quali interventi siano necessari. Sebbene i risultati, in termini assoluti, siano stati fortemente deficitari, Dennis guarda all’ultima gara di Abu Dhabi per proiettarsi con fiducia al futuro. «Dopo la gara Fernando era contento, questo perché negli ultimi 5 giri abbiamo messo i parametri in modalità “massima potenza” per consentirgli di divertirsi un po’ in pista e per verificare quanto sarebbe andata forte in quelle condizioni la monoposto. I risultati sono stati incoraggianti, ha ottenuto il suo miglior giro al 52mo dei 55 giri e solo due piloti hanno fatto meglio in quel pomeriggio: Hamilton e Vettel. Perciò, se come dice il proverbio vali per quel che dimostri nell’ultima gara, posso dire che non siamo dopotutto messi troppo male», spiega in una lunga intervista al sito ufficiale della Formula 1. I migliori risultati stagionali per la McLaren sono giunti su piste lente, sulle quali il fattore power unit era notevolmente ridimensionato nella sua importanza. Segnale che, telaisticamente, la MP4-30 dopotutto non è stato un progetto totalmente sbagliato? «Il nostro telaio è molto buono, tutti i dati sostengono questa convinzione. Abbiamo i migliori piloti di tutta la griglia, lo testimoniano le statistiche. La partnership con Honda è nuova e non è una sorpresa che serva del tempo», commenta Dennis, richiamando alla mente il digiuno biblico della Ferrari, dal ’79 al 2000: «Quando Schumacher ha vinto il titolo nel 2000 fu il primo trionfo dai tempi di Scheckter 21 anni prima. Ok, si tratta di un esempio estremo, ma sappiamo tutti cosa accadde inseguito. In altri termini, hanno scalato la loro montagna. Anche la Red Bull è arrivata al successo un po’ di anni fa, ma prima dei mondiali tra il 2010 e 2013, dal 2005 al 2009 non furono particolarmente vincenti. Ho gran rispetto per questi team, richiamo le difficoltà che hanno avuto per illustrare, senza timore d’esser contraddetto, come il successo in Formula 1 richieda del tempo perché arrivi. Non credo ci sia nulla in particolare che è stato fatto in modo errato in quel che abbiamo fatto nel 2015, non mi interrogo su cosa sarebbe potuto essere se avessimo operato diversamente». Parla anche del rapporto con Fernando Alonso. Lo humor di Interlagos giura che non gli ha dato fastidio, poi commenta: «E’ un gran lavoratore e ha talento, non c’è dubbio. E’ maturato enormemente dall’ultima volta che guidò per noi, 8 anni fa, ora è uno dei piloti più completi con i quali abbia mai avuto il privilegio di lavorare. Ha quelle quattro “e” che tutti i piloti dovrebbero puntare ad avere: energia, entusiasmo, esperienza e abilità (expertise; ndr)». Parole di stima, seguite da un chiarimento: prima di raggiungerci, sapeva a cosa sarebbe andato incontro. «Ha un contratto triennale, senza clausole legate alle prestazioni né altro. Ha sempre saputo che il 2015 sarebbe stato un anno di apprendimento, sapeva altrettanto bene che, insieme con Honda faremo grandi progressi. Si è unito a noi con gli occhi aperti. Ha avuto stagioni migliori del 2015 ovviamente, ma sa che lo aspettano grandi annate davanti con McLaren-Honda». Prospettive, da riportare alla realtà, quella che Maurizio Arrivabene ha chiamato in causa nei giorni scorsi a Maranello: per quanto si potrà far bene, tutti dovranno fare i conti con il progresso messo in campo dai favoriti, chi domina da due anni. E’ quello il metro di paragone da prendere in esame. Fabiano Polimeni