Era il 1995 quando il nostro Mannucci si ritrovò ad intervistare un Emerson Fittipaldi che all'improvviso, dopo la scomparsa di Senna e il ritiro di Piquet, si era di nuovo ritrovato sulle spalle la responsabilità di rappresentare il Brasile in uno sport, l'automobilismo, che per questo Paese sudamericano è secondo solo al calcio e nemmeno di tantissimo. Solo che a quel tempo, "Emmo" era impegnato ancora, sì, ma in una Formula Indy che era ancora un po' misconosciuta agli europei, italiani in testa. Questo dopo aver tracciato in F1, dal '70 in poi (vincendo due mondiali nel '72 e nel '74), una scia alla quale si sono poi accodati non solo Senna e Piquet, ma anche (seppur con meno successo) Barrichello, Gugelmin, Moreno, Zonta e vari altri piloti brasiliani fino a Massa. Eppure in quel momento Fittipaldi non pensava ancora al pensionamento (che tuttavia, per la storia, arriverà l'anno dopo): «Per prima cosa tutti mi chiedono sempre quando mi ritiro, e io rispondo che non ci ho ancora minimamente pensato». Questa una delle sue considerazioni riprese da questa intervista che abbiamo ripubblicato sul nostro numero speciale di Autosprint dedicato ai "Campioni per sempre", categoria nella quale Emerson rientra a pieno titolo. Il tutto sempre ricordando che però le corse non sono tutto nella vita: «La mia famiglia è la cosa più importante - aggiunge Fittipaldi - e la prima che avevo, l'ho persa per colpa dell'ossessione per le corse e per la Formula Uno. Un'esperienza negativa causata anche dalla mia mancanza di maturità a quel tempo. Il mio matrimonio fallì perché nella nostra vita c'era solo lo sport, la F.1, e non c'era mai tempo e spazio per la famiglia. Commisi molti errori che non voglio più ripetere». C'è tuttavia qualche bel ricordo nostalgico, come le sfide con Mansell: «Mi ricordo il mio duello con lui a Portland, dove ci siamo sorpassati sette volte in due giri. È stato un duello realmente al limite della correttezza. Ho corso con tre generazioni di piloti, e con i grandi campioni non ho mai avuto problemi, sono sempre stati leali. Con altri, "quasi campioni", ho dovuto invece affrontare anche situazioni di grande pericolo». Interessante anche il parallelo che Emerson ha fatto fra due grandi team manager per cui ha corso, come Colin Chapman e Roger Penske: «Colin era un genio sotto l'aspetto tecnico, aveva una sensibilità meccanica quasi mistica. Ma era totalmente disorganizzato: non aveva la minima strategia, non pianificava nulla, si viveva alla giornata. Nemmeno paragonabile con l'approccio che Roger ha con le corse. Uno che ha solo una parola e mette le vicende sopra la tavola, che mantiene ciò che promette, anche se alle volte si è cacciato in situazioni dove ha perso molto, ma è andato fino in fondo». Comunque vi sono vari altri argomenti su cui Fittipaldi ha detto la sua, come della possibilità che Senna andasse a correre in Usa e sul differente approccio alle gare su ovale "all'americana" e a quelle in circuito "all'europea": tutto ciò lo potete trovare sul numero da collezione di Autosprint in edicola ancora fino a quasi metà gennaio, assieme alle interviste ad altri 16 piloti iridati del passato. Maurizio Voltini