Mamma non stare nei pensieri, sono qui con Poltronieri. Recitava così un immenso striscione posto sulle verdi colline dell’Osterreichring, alla vigilia di un qualsiasi Gp d’Austria negli anni ruggenti di una F.1 niente affatto qualunque. Lui c’è tutto, in quelle parole. Affidabile, preparato, rassicurante. Morbido quanto il suo cognome, Mario Poltronieri “è” quella frase. Trent’anni di rombanti telecronache, dal ’64 al ’94, dalla Rai del monoscopio ai duelli con Mediaset, fanno di lui “The Voice”, la voce delle corse che furono.

Il galantuomo sapiens del Circus, la proiezione di ciò che Martellini fu per il calcio, De Zan per il ciclismo, Rosi per il pugilato, Pigna per lo sci e Giordani per il basket. O Tito Stagno per lo sbarco sulla Luna. E quella rima a suo modo raffi nata gli rende giustizia, non fosse altro perché meno scontata di quelle che verrebbe da legare a Gianfranco Mazzoni, suo successore in carica. E allora spariamocela in vena, questa carrambata. Perché oggi Mario Poltronieri è qui. - Manca la musichina alata e l’abbraccio strappacuore. Ma lo meriti, perché per i fans over 35 resti il simbolo di una F.1 bramata a ritroso, mai sufficientemente apprezzata in diretta e poi rimpianta. «Encantado».

- È vero che ora riesci a vedere un intero Gp senza chiudere occhio?
«Ho un trucco infallibile. Prendo appunti ».

- Ti piace questa F.1?
«Sarò breve. No».

- Perché?
«Una volta chiesi a Schumi perché a metà Gp non aveva attaccato Damon Hill. Mi rispose: “Tanto l’avrei comunque passato col pit-stop”. Ecco, visto?».

- Sei contrario alle soste-spettacolo?
«Contrarissimo. Ma quale show? No, la mia F.1 ideale è pronti-via e chi resta davanti vince».

- Cosa faresti sparire?
«L’aerodinamica assurda fatta di mille appendici e scimitarre. Le F.1 sembrano carri da guerra, con tutte quelle lame. Il Circus vive una filosofia distorta. Continuano ad aumentare le velocità in curva e fanno di tutto per limitare quelle in rettilineo, tanto che si volta a 240 all’ora e di massima si va a poco più di 300. È una follia, questa. Ma la vogliamo capire o no che da trent’anni - ossia dall’inizio dell’era turbo -, non è la F.1 che fa da banco di prova per la grande produzione, ma viceversa? Sai che di recente ho parlato con Dupasquier, ex uomo forte della Michelin, il quale mi ha confidato che solo il 10% dell’esperienza fatta in F.1 può essere riversata sulle gomme di serie? La verità è che qui nessuno vuole sostituire i mattoni rotti per paura che crolli la baracca. No, bisogna dare ai Costruttori solo una quantità d’energia imposta. E che poi si arrangino loro, con libertà e creatività».

- Ma questa è la formula-consumo...
«Beh, perché no? Su, quella di oggi è una F.1 troppo astrusa. Una volta Forghieri mi disse orgoglioso che aveva comprato uno stereo fantascientifico e costosissimo. Io gli chiesi se fosse in grado di apprezzare tutte le differenze. “No - mi rispose -, ma le leggo sugli strumenti”. Ecco, è la metafora della deriva tecnologica che ha preso la F.1. Un pilota non può essere confinato a mero controllore di apparecchiature elettroniche. Una volta parlai con un costruttore di armi che mi disse: “Purtroppo le mie pistole da tiro a segno non sono più armi, sono attrezzi da tiro”. Ecco, queste F.1 non sono più macchine da competizione, ma solo degli attrezzi da corsa. Non fosse per i temporali improvvisi, era meglio prima. Sicurezza a parte....».  

- La tua F.1 ideale?
«Quella Anni ’70. Con tanti possibili vincitori. Oppure Anni ’50, con le Mercedes carenate».

- Come dicevi ai tempi d’oro, avremo agio di parlarne in seguito. Intanto piano con la nostalgia, sennò qui si fa l’alba.
«Sono uno che guarda avanti, al passato penso solo in termini di esperienze accumulate. Il fatto è che il mio è un automobilismo diverso. Negli Anni ’50 ho corso la 1000 Miglia, la 12 Ore di Sebring, ho vissuto alla corte di Karl Abarth, ho rischiato in monoposto sui tracciati cittadini».

- Un ricordo a cuore aperto di una tua 1000 Miglia indimenticabile.
«Metà Anni ’50. Sfreccio con una Fiat di quelle buone. Da solo. Perché Abarth ha detto: “Foi Poltronieri korre solo, perké passeccero rofina tutto con peso”. Okay, proviamo. Pochi chilometri e sento un rumore infernale. Mi fermo, apro il cofano, ma vedo solo l’asfalto. Ho perso il motore per strada. Arriva un carabiniere inferocito e mi fa: “Sa che per colpa sua ho preso paura?”. “S’immagini io” - rispondo ».

- Giù la maschera, il tuo sport preferito era il baseball.
«Il 9 settembre 1943 m’imbattei in un pacchetto di sigarette jugoslave, ma cercando di fumare provocai un incendio. Allora mi concentrai su mazza e palla trovate in una scatola regalo destinata a un prigioniero americano. Giocavo in prima base, ma ero piccolo. Così divenni dirigente. E nel Dopoguerra mi detti alle moto».

- Eri una scheggia?
«Mah, per eccesso di passione fui bocciato all’esame di maturità. Una pena per mio padre violinista concertista e per quella santa donna di mia madre, prof di fisica e matematica... E con la mia Ducati Cucciolo mi stendevo a ogni curva. Via, meglio due ruote in più. Divenni cliente Abarth e poi collaudatore, anche se sognavo gli aerei. Per sbarcare il lunario facevo pure l’assicuratore».

- Scusa, ma la mano del destino dov’è?
«Fu il giornalista Gino Rancati a coinvolgermi per una delle prime rubriche Rai sui motori, a inizio Anni ’60. Poi lui ebbe un’infelice idea e mi ritrovai in prima linea».

- Dilla tutta.
«Gino in un servizio su una visita del presidente della Repubblica non mancò di sottolineare che Giovanni Gronchi era arrivato con mezz’ora di ritardo. Ovvio, cadde in disgrazia. Così ebbi la chance inaspettata».

- La barzelletta tipo sulla Rai di Bernabei ormai è vecchia ma porta bene gli anni. Dice così: oggi hanno assunto quattro giornalisti. Un democristiano, un comunista, un socialista e uno bravo. E tu?
«Mi hanno assunto tardi, solo nel ’71. Il gran giorno mi chiama un dirigente e mi fa: “lei a quale area culturale appartiene? Sì, insomma, è un DC, un PSI o che altro?”. E io imbarazzato: “Ma vede, sono un tecnico... forse...” “Ho capito - rispose il tipo -, la metto in quota coi socialdemocratici” ».

- La tua prima telecronaca da urlo.
«La Indy 500 del ’64. Speravo in una corsa decifrabile, tranquilla. Al primo giro un’immensa colonna di fuoco, decine di macchine in testacoda. Accadde l’apocalisse».

- Fino al ’68 eri il secondo di Piero Casucci. Poi tanto motociclismo e la promozione nel Circus. Un quarto di secolo di F.1 da prima voce. Qual è il Gp più bello che hai commentato, l’equivalente del calcistico Italia-Germania 4- 3 dell’Azteca?
«Il duello a Digione ’79 tra Gilles Villeneuve e René Arnoux. Una sfida senza pari».

- E quello più sorprendente?
«Il trionfo di Vittorio Brambilla sotto la pioggia battente, a Zeltweg ’75. Cinque ore di telecronaca tra un’interruzione e l’altra, per un’ora scarsa di gara».

- Fino alla metà degli Anni ’70 la F.1 in diretta ci andava di rado, però.
«Il salto di qualità ci fu con Lauda. Il suo titolo nel ’75 e l’incidente col fuoco del Nurburgring, l’anno dopo, proiettarono le corse nel cuore della massa. E nel ’77 per la prima volta la Rai decise di seguire quasi tutto il mondiale. Fu un giallo. Mi ritrovai in Argentina, con la giunta militare al potere. A fine gara mi chiamano da Roma: “Non torni, vai anche in Brasile a seguire il secondo Gp”. “Sì, ma io ho finito i soldi” - rispondo preoccupato. “Te li manderà la Rai di New York”. Pochi giorni e i soldi arrivano. Vado in banca a prenderli, ma mi chiedono di spogliarmi. Boh, okay. Entro in slip in un cunicolo, sotto l’occhio di due mitragliatrici e vado a ritirare il malloppo. Mica potevo sapere che con quell’atto eroico aveva inizio la continuità della F.1 in Rai. Quanto al clima di terrore, le cose andavano così sotto la dittatura. Morosini scrisse: “A Buenos Aires un Gp con 25.000 spettatori controllati da 40.000 poliziotti”. L’anno dopo non ebbe il visto».

- Anche la F.1 cresce, intanto.
«I pilastri furono tre. Enzo Ferrari che ci metteva le macchine, Aleardo Buzzi che ci metteva i soldi della Marlboro e Bernie Ecclestone che li guadagnava ».

- Ma il clima era aperto.
«E i piloti abbordabili. Anzi, abbordavano loro. Un esempio? Dopo le prove del Gp del Brasile ’78 noto Andretti ai M’incuriosisco, Mario mi vede e mi chiama. “Guarda, Poltronieri, guarda pure - disse indicandomi le sospensioni della vettura del suo compagno Peterson -. E aggiunge: “Sto stronzo mi ha copiato l’assetto anche stavolta”».

- Negli anni Ecclestone è cambiato molto?
«Beh, è stato sempre uno furbo. Una volta Max Mosley, al tempo suo avvocato di famiglia, mi caccia via come un cane dal box Brabham. Bernie mi viene a riprendere, si scusa e fa a lui: “Guarda che questo è della Tv italiana”. Capita l’antifona? Pensa che ci mettevano sempre in parcheggi lontanissimi. Un vero calvario per trasportare le attrezzature. E sai perché? Così eri costretto ad andargli a chiedere dei favori, lui te li faceva, tu poi eri in obbligo e così via. Meccanismi sottili ma efficaci. Ma come professionista, chapeau. A chi lo sfotteva perché tornava dal Brasile in Concorde la domenica sera, lui rispondeva: “Mica lo faccio per lusso, io. A differenza vostra, domattina alle 7 sono a Londra in ufficio a lavorare”».

- I rapporti con la Ferrari?
«Ottimi. Non mi dicevano mai niente. Una volta telefono a Gozzi e gli chiedo: “Allora, novità?”. “Sereno, Mario: qui è calma piatta”- fa lui. E dalla cornetta sento lacerante il rombo della nuovissima Ferrari F.1 al primo test. Bah».

- E con Enzo Ferrari?
«Un aneddoto su tutti. Nel ’59 collaudo una vettura per Abarth e relaziono a Karl che a 170 all’ora sul bagnato i tergicristalli si alzano. Allora mi fa: “Poltronieri foi fa ta Enzo Ferrari a kietere konziglio”. Vado dal Vecchio, gli spiego il problema e lui mi risponde secco: “Chi è quello stupido che già rischia la pelle sotto l’acqua a 170 all’ora e si preoccupa dei tergicristalli?”. Insomma, Karl Abarth poteva diventare un altro Enzo Ferrari, ma non aveva la stessa grinta».

- Il sabato del Gp d’Italia 1977 a Monza per la prima volta la Rai fa una mega-diretta per l’ultima ora di qualificazioni.
«Una bella idea, destinata a fare scuola. Mi fa piacere che venga ricordata. Come tante intuizioni che ebbe il mio capo, il bravo Beppe Berti».

- Ricordiamo anche i tuoi “secondi”.
«Giancarlo Falletti, Sergio Noseda, Enrico Benzing, poi “Pal Joey” Palazzoli e pure il grande Clay Regazzoni»

- E i favolosi Anni ’80 con Ezio Zermiani e le sue gag con Piquet? Ce n’è una inedita, magari troppo pesante per andare in onda?
«In Brasile i poveri vestono il morto con abiti buoni e poi all’ultimo momento, prima di chiudere la bara, glieli tolgono per riciclarli. Fatto sta che Zermiani aveva cambiato sarto e si vestiva da uno che gli faceva giacche con maniche sproporzionatamente lunghe e spalle esageratamente larghe. Un vero falegname. Una volta in griglia, a pochi attimi dal giro di ricognizione, Nelson chiamò Ezio e gli disse imperturbabile a telecamere spente: “Condoglianze, Zermiani. Immagino che il tuo defunto doveva essere molto più grande di te”».

- Ma non v’incazzavate mai?
«Vendette atroci. Ogni volta che beccavamo una multa, alla polizia di mezzo mondo lasciavamo nome e indirizzo di Nelson Piquet»

- Il pilota più burbero?
«Jack Brabham».

- Il più simpatico?
«Emerson Fittipaldi. Sempre disponibile».

- Il più ironicamente raffinato?
«Graham Hill».

- Il più forte di sempre?
«Fangio. Lo prendevo in giro dicendogli: “Bello sforzo, ogni anno cambiavi macchina e beccavi la migliore”. E lui mi rispondeva: “Sbagli. Erano le Case che mi sceglievano perché ero il più bravo”. Era vero».

- E adesso chi è al top?
«Alonso resta un filo più consistente di tutti gli altri».

- Poi, nell’ordine?
«Metto Raikkonen, che deve ancora ottimizzare il feeling con la squadra, poi, di seguito, Massa - velocissimo ma a volte un po’ fragile -, e Hamilton, bravissimo ma ancora tutto da decifrare».

- E della litigata “live” tra Alonso e Massa al ’Ring cosa dici?
«Cose sempre successe, solo che prima non c’era la Tv a riprendere tutto. Sai che mi diceva Lauda? “Tu bada a essere il più veloce, ché poi stai sempre dalla parte della ragione”»

- Sei ancora castamente innamorato dell’austriaco, quello che “viaggiando di conserva” vinceva titoli facendoti impazzire di piacere?
«A me piaceva solo perché era il simbolo del pilota che sapeva gestire la corsa entro il limite. Io, che nella vita sono un ottimista previdente, l’ho sempre visto come un modello ideale».

- A chi pensavi come spettatore-tipo mentre facevi le telecronache?
«Vedevo davanti a me riflessa, come un ologramma minaccioso, l’immagine severa di Enzo Ferrari. Io parlavo pensando a lui. Una cosa che un po’ mi turbava. Ma lui non si incazzò mai. Di me scrisse nel suo libro “Flobert” che a volte ero troppo generico per gli addetti ai lavori e poco comprensibile per la massa degli appassionati. Eh, sì, pare facile...».

- La diretta che hai più sentito?
«Quella della morte di Senna. Nove ore e un quarto. Terribile. E anche quando fui costretto a telefonare col cuore in gola in Rai a Ennio Vitanza per annunciare che Gilles Villeneuve aveva avuto l’incidente mortale».

- Qual è il danno più grande che hai rischiato di fare?
«In una “Domenica Sportiva” di fine Anni ’60 conobbi il giovane Luca Cordero di Montezemolo che allora correva nei rally con Cristiano Rattazzi. Luca mi disse in un fuori onda: “Poltronieri, quasi quasi vengo con lei a fare il giornalista”. Pensa te, l’avessi “allevato” ben bene, ora la Ferrari non sarebbe la stessa».

- Su Autosprint e Rombo Matitaccia per te creò delle vere elegie grafiche, affibbiandoti papere fantomatiche e non, una lotta senza quartiere con dei monitor troppo piccoli e la nomea di gufo reale.
«Ci ho sempre riso su. Abarth diceva: “Poltronieri nein karriera perché lui inkazza mai”. Una volta il vostro direttore Marcello Sabbatini mi chiese se ero arrabbiato: “Ma no - gli risposi - mi avete solo rotto un pochino i coglioni”».

- Le tue torrenziali divagazioni a metà Gp sono ormai leggenda. Una volta a Jerez mentre Mansell lottava al calor bianco con Senna parlasti per un quarto d’ora dell’invasione araba, della guerra coi mori, della Reconquista e delle imprese di Cid El Campeador.
«Se qualcuno lo ricorda, vuol dire che ho seminato bene».

- Rispetto agli Anni ’70-’80, i Gp durano in media un quarto d’ora in meno.
«E ogni giro ha tre intertempi, così chi fa la diretta è costretto a parlare a mitraglia e chi ascolta non assimila niente».

- Cosa rimpiangi delle dirette Anni ’70-’80?
«Le fulminanti barzellette fuori onda che ci raccontavamo con Benzing. Dio, cosa vi siete persi voi a casa...».

- Ora ce ne devi una. «Di che partito era Cristoforo Colombo?». - Non saprei. «Socialista. E sai perché? Beh, partì che non sapeva dove andare, navigò senza capire la rotta e approdò ignorando dove era arrivato. Però fece tutto a spese dello stato».