Può considerarsi la caratteristica che più di ogni altra identifica Mazda. Il motore rotativo Wankel, sebbene non abbia riscosso grandi successi nella produzione in serie (prevalentemente per i consumi elevati con i quali dover fare i conti e confinato ai modelli più sportivi), può vantare un successo nella 24 Ore di Le Mans. Sono trascorsi 24 anni dall’affermazione della Mazda 787B, alla quale servì un secondo tentativo, dopo che l’esordio del 1990 si concluse malamente, con un doppio ritiro causato da problemi di raffreddamento. Nel ’91, dei tre equipaggi schierati, fu quello composto da Herberg, Gachot, Weidler a salire sul gradino più alto del podio, approfittando anche dei ritiri di Mercedes (tornata alla Gruppo C del 1990 e dominatrice per gran parte di quella 24 ore), Peugeot (che schierava, unica, le 905 di categoria C1, con il regolamento del mondiale Prototipi di quell’anno e cubatura limitata a 3.5 litri), oltre alle difficoltà con il consumo di benzina in casa Jaguar, i cui tre equipaggi finirono dietro alla Mazda e davanti all’unica Mercedes superstite, guidata anche da un giovane Schumacher. Quelle Mazda 787B ora torneranno in azione, ma non sul circuito de La Sarthe, bensì sulla collina di Goodwood, il prossimo 26 giugno, dove riaccenderanno i quattro rotori Wankel da 2.6 litri, cubatura che in realtà va equiparata a un 4.7 litri di un propulsore a pistoni. All’epoca le 787B scaricavano sull’asfalto 700 cavalli, pur avendo un potenziale superiore a un regime di rotazione più elevato, mentre il prototipo fermava la bilancia sugli 830 kg. La “vedette” a Goodwood sarà la 787B in livrea Charge, affiancata dal telaio che si ritirò nel 1990 e concluse la 24 ore del 1991 in ottava posizione. Non fu l’unica apparizione nelle gare di durata per il marchio giapponese, Le Mans, anzi. Il rotativo Wankel si trovava anche sotto al cofano di varie Mazda RX-7, compresa quella che nel 1981 vinse la 24 Ore di Spa Francorchamps, con Dieudonne e Walkinshaw al volante, i primi a vincere una 24 ore per il marchio nipponico. Fabiano Polimeni