Nella Florida del Sud ne ha raggiunti sei, e in un’America che ha fatto del “six-pack” un simbolo - ci si riferisce soprattutto alle confezioni da sei lattine di birra, solitamente - è un risultato non da poco. Parliamo del sesto titolo nella Nascar Sprint Cup ottenuto questo weekend da Jimmie Johnson, in una gara finale a Homestead che l’ha visto controllare la situazione guidando in modo tranquillo e clinico, apparentemente quasi senza sforzo, gestendo un nono posto al traguardo che gli assicurava la leadership finale della serie più seguita negli States, grazie al vantaggio di 28 punti su Matt Kenseth all’inizio della gara di Miami. Ma non è stato sempre facile. Con Kenseth a guidare quasi tutti i giri della gara, il momento che poteva risultare decisivo è stato a un restart - quello del 193° giro - in cui per via di macchine più lente si è innescata una reazione per cui alla fine Johnson è andato a tamponare proprio Kenseth. Il rischio che il paraurti danneggiato (e forse una gomma) richiedessero una sosta extra ai box è però rientrato, e anche se Johnson si è ritrovato 23° ha sfruttato una neutralizzazione (per l’incidente a Paul Menard) per far sistemare alla meno peggio i danni e poi si è districato dal traffico riuscendo a risalire. «Sono stati 50 giri interessanti, questi ultimi», ha poi commentato. Alla fine di punti ne sono rimasti 19, come vantaggio, comunque più che sufficienti per agguantare un sesto titolo che assicura alla storia il pilota californiano, non solo per come l’ha raggiunto con una crescita sportiva impressionante, ma anche perché meglio di lui hanno fatto solo due miti indelebili come Richard Petty e Dale Earnhardt. Il cui record, sono sette i loro campionati vinti, è peraltro sempre raggiungibile. Maurizio Voltini