Tutto iniziò 40 anni fa, nel 1977. Quando l’avventuroso quanto sfortunato Thierry Sabine si perse nel deserto libico durante il rally Abidjan-Nice. Portato in salvo in extremis, ritornò in Francia abbacinato dal terribile fascino dell’infinita distesa di sabbia, decise di organizzare una gara che avrebbe unito due mondi: Parigi, cuore dell’Europa e Dakar, esotica metropoli nel continente nero, passando per Algeri. 

Il 26 dicembre dell’anno successivo, 170 concorrenti si riunirono a Place du Trocadéro, pronti a percorrere 10 mila km di avventura tra Algeria, Niger, Mali e Senegal. Un giovane, all’epoca sconosciuto, di nome Cyril Neveu, vinse in sella a una Yamaha 500XT, precedendo altre due moto e la Range Rover di Genestier, Terblaut e Lemordant. Neveu aveva 21 anni: sarebbe passato alla storia. La Dakar entrò immediatamente nell’immaginario collettivo e i partecipanti crebbero vertiginosamente: nel 1980 partirono da Parigi in 216, nell’82 era già diventata un fenomeno di massa e tra i 382 iscritti c’erano anche campioni del calibro di Jacky Ickx e gentiluomini come Thierry de Montcorgé, al volante di una Rolls Royce appositamente modificata.

Nell’86 il padre della Dakar, Sabine, morì in un tragico incidente, precipitando in elicottero assieme ad altre cinque persone mentre seguiva la gara. Tuttavia l’anno successivo gli iscritti aumentarono nuovamente, così come nell’88, anno in cui si toccò il numero record di 603 partecipanti

E oggi, a quattro decenni da quella fortunosa gita nel deserto e a trent’anni dall’edizione dei record, la Dakar, anche se sudamericana, continua a essere una leggenda del motorsport. Capace di richiamare piloti ed equipaggi da 59 differenti paesi e 43 diversi marchi automotive e una platea di 4,5 milioni di spettatori in Sud America e oltre 1 miliardo di appassionati che seguiranno la gara in Tv o sul web. Perché come disse Sabine, la Dakar è “una sfida per chi partecipa, un sogno per tutti gli altri”

In collaborazione con la redazione Motori di RedBull.com

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