Sta iniziando la settimana più affascinante dell’automobilismo da corsa, quella della 24 Ore di Le Mans. Un rituale complesso e cristallizzato nei decenni, sacrale quanto elettrizzante. Le vetture che sbarcano a Piazza dei Giacobini, il primo contatto dei team e dei campioni col pubblico, il trasferimento sul tracciato lungo della Sarthe gremito nel weekend da centinaia di migliaia di tifosi, quindi l’avvio delle qualificazioni, tiratissime di giorno e di notte, e poi la gara. Una meraviglia esistenziale per chiunque ami le corse vere, per duri e puri, ufficiali e privati. Impreziosita dall’inclusione in un mondiale, il Wec, che attira come un tempo le grandi Case e i campioni vecchi e nuovi, come da sempre la stessa Le Mans ha fatto e farà. Sugli scudi, Prototipi e Gt, originali, i primi dalla tecnologia ibrida e futurista, le seconde con l’allure delle dream car che si sfidano come non ci fosse un domani. Fantastico. Ora sembra tutto planare e scontato, ma non lo è. No, fino a poco tempo fa non lo è stato affatto.

24 Ore di Le Mans: la grande sfida a 3

World Endurance Championship dal 1992 all’inizio del 2012 era una sigla morta, anzi uccisa dai potenti - e rimpianta inconsolatamente dai veri appassionati -, perché dava fastidio, faceva ombra alla F.1, con l’ipotetica platea globale che in terra non avrebbe dovuto avere altro dio del circus iridato. Ci vollero battaglie dure, combattute corporativamente da qualche Casa e donchisciottescamente da sparuti giornalisti, perché l’orologio del tempo tornasse indietro e ci restituisse nel suo antico splendore la corsa più bella del mondo all’interno di un campionato agonisticamente combattuto, tecnologicamente di livello quanto ricco di creatività e originalità progettuale, filosoficamente diverso se non opposto rispetto a ciò che la F.1 è diventata.

Quando nella rubrica Bastian Contrario di dieci anni fa scrivevo “ridateci il Mondiale Marche, perché non averlo più è un delitto che grida vendetta”, erano tanti a rispondere con le solite, salmodianti e devastanti argomentazioni. Quali? Queste: “Indietro non si torna. La tua è pura nostalgia”. Insomma, il progresso ha selezionato e deliberato, alla Darwin. E così come T-Rex, pterodattili e triceratopi che hanno smesso di latrare in un mondo loro, le sfide iridate tra Prototipi non torneranno mai più, visto che Le Mans è destinata a restare, forse con Daytona e Sebring, solo l’isolato Jurassic Park di un’era che non c’è più. Visto poi come è andata? Be’, sapete la lezione qual è? Bisogna non smettere mai di difendere il patrimonio più bello e scintillante del nostro sport. Quando si cura ciò che si ama, non è nostalgia, ma passione costruttiva.

Chi dice che indietro non si torna, finge di filosofeggiare sulle magnifiche sorti e progressive, ma in realtà si sta facendo smisuratamente solo gli affaracci suoi. Chi accusa l’altrui indignazione di sterile nostalgia, non ne ha perché guarda a questo sport solo come occasione di guadagno, oppure, da cosiddetto appassionato, è disposto, pronto e appecoronato a ingurgitare tutto ciò che gli viene somministrato - per di più lautamente pagandoci sopra. A partire dalle safety-car usate come bromuro, passando per il monopensiero imperante, stitico e sciapo che vige in F.1, per arrivare all’insipienza dei suoi circuiti di nuova generazione e all’assurdità di un regolamento tecnico che ha reso di fatto la massima espressione dell’automobilismo da corsa un monomarca mascherato a scopo di lucro.

Ecco, ora che ci prepariamo a gustare la maratona della Sarthe, l’augurio caldo che vi invio è quello di non dire mai più “indietro non si torna”, perché, a ben guardare, all’indietro, come i gamberi, ci va solo chi accetta tutto dall’alto, acriticamente avvolto dal suo comodo e compiacente paraocchi. Buona 24 Ore di Le Mans a tutti.