Vogliamo dire le cose come stanno? Non so voi, ma io ieri per seguire tutto il Gp d’Ungheria in Tv ho fatto sforzi semplicemente sovrumani. Concentrati all’altezza delle palpebre destra e sinistra, per cercare - peraltro fortunosamente riuscendoci -, di non chiuderle per un paio d’ore filate, diciamo dalla terza curva del Gran Premio fino alla cerimonia del podio, interviste del dopocorsa comprese.

Eppure la F.1 l’adoro da sempre, l’automobilismo fa parte del mio dna e il Motorsport gira con le di lui eliche fin dal giorno della mia nascita. Chiaro, tale e quale a quello di tutti voi, in questo siamo tutti gemelli omozigoti, penso.

Il punto è un altro. QUESTA F.1 proprio non la reggo. È un insulto agonistico e mediatico al concetto di sopportabilità scenica e narrativa.

Intendiamoci, la noia è il meno. Sostenere che la F.1 dell’era ibrida è noiosa, sarebbe superficiale e - uso il prossimo aggettivo facendo finta di schifarmi, perché fa tanto chic e regala un tocco di finta e sdegnata saggezza -, populista, sì, ecco, sarebbe tremendamente populista.

In fondo Alberto Moravia ci spiega mirabilmente che la noia è un problema cosmico, lo stesso Dio creò l’uomo e, a cascata, suppongo perfino Bernie Ecclestone, la F.1 e noi davanti alle Tv, perché si annoiava, porello. 

Lo stesso Ennio Flaiano ricorda che i giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto, gli altri fanno volume. Tanti altri, da Oscar Wilde a Romano Battaglia, più o meno la pensano allo stesso modo, mentre il cantante e poeta George Moustaki conclude paraculo che nell’esistenza di un uomo il novanta per cento delle emozioni è fatto di nostalgia. Quindi i momenti belli e memorabili ce li costruiamo rigorosamente in differita, autoilludendoci della loro preziosa e irripetibile unicità, quando nella realtà vissuta le cose andarono in modo sostanzialmente diverso e meno poetico assai.

«I bei tempi non sono mai esistiti», ammonisce quieto e severo il vecchio pistolero Jack Beauregard nel film “Il mio nome è Nessuno”.

Tornando a noi e utilizzando questo armamentario filosofico-interpretativo, la stessa F.1 bella e perfetta, a ben guardare, non è stata mai.

Nel 1978, la mitica prima stagione nella quale fu irradiata quasi integralmente in diretta Rai, il tema tecnico era lo stradomionio delle Lotus 79 di Andretti e Peterson, che davano anni luce ai rivali, a parte i rari giorni in cui si rompevano. E di sofferente pazienza al telespettatore - comunque abbacinato dalle prime anche se non primissime trasmissioni a colori - ne richiedevano a dosi tutt’altro che omeopatiche.

La stessa Digione 1979, fino agli ultimi, indimenticabili e leggendari giri che videro Vileneuve e Arnoux sfidarsi senza un prevedibile domani, a rivederla tutta in un tremolente vhs, sembra un’interminabile e soporifera ouverture, anche se dotata d’un indimenticabile finale d’un altro pianeta, che solo ad ascoltare Mario Poltronieri che s’arrapa fanno ancora sorridere e piangere d’un brio incrinato che volge a una commozione roca. D’altronde i tempi regolamentari della partita di calcio Italia-Germania 4-3 a Messico 70 restano una pippa colossale fino all’1-1 di Schnellinger: 90 minuti di pena per quei trenta successivi di supplementari paradisiaci e liberatori. 

Ci siamo capiti, insomma.

Anche nella F.1 tutto ciò che ora è abbellito dalla nostalgia alla Moustaki è anche permeato in filigrana dalla noia cosmica di Moravia, salvo le eccezioni di Flaiano. 

È la vita che è così. Non ha colpa né la Tv, né Bernie, né Charlie Whiting, né il Gruppo strategico.

Ma il problema è un altro. 

Questa F.1 non è solo noiosa, proprio non si strozza

È di una piattezza nuova, inedita e indignante, perché oltre che pallosa, passi quello, è soprattutto, terribilmente e tremendamente PREVEDIBILE. 

Dopo la prima, massimo la seconda frenata, già sai dove andrà a parare

Puoi già assegnare le coppe al secondo colpetto di freno ei primi, perché la classifica finale sarà quella: nessuno si ritirerà - perché ormai nessuno rompe più nulla -, nessuno picchierà davvero - perché i tracciati sono mosci kartodromi con aeroporti d’asfalto colati attorno, nessuno approfitterà di un improvviso scroscio d’acqua, perché se piove si parte e s’arriva sotto Safety-Car, guai mai, nessuno pianterà mai un sorpassone di quelli antologici, perché si passa solo di Drs, con la stessa abilità che ha mio zio Raniero quando sulla camionabile sfila il furgone del latte.

In poche parole, non è la noia di in sé a fare la differenza. 

No, questa F.1 appare insopportabile perché completamente stravolta nella sua genetica, fino a diventare già vista ancor prima d’essere vista, nella sua struttura ripetitivamente salmodiante, tale e quale a una puntata qualsiasi di Don Matteo, con tutto rispetto per lui, chi lo produce e coloro che lo guardano, i quali almeno hanno la scusante di voler passare una serata serena tramite il prete investigatore, non provando certo la delusione di seguire come noi uno sport estremo, salvo ritrovarsi con bel altro in mano e davanti agli occhi. 

No, la noia strutturale della F.1 d’antan, perfino nella terrificante stagione 1988 del dominio McLaren con Senna e Prost, nulla ha a che vedere con la prevedibilità quasi tonta della F.1 d’oggi, soprendente solo per la cervelloticità di track limits, crash penalty, virtual safety  e unsafe release, tutto sempre e costantemente under investigation sotto gli occhi d’una trimurti di commissari Fia, i quali, trini, sembrano fare le veci del Don Matteo medesimo, prima che il solito, consolatorio finale ci autorizzi ad andare a letto o svegliarci, scegliete voi il verbo. 

La previdibilità pestilenziale della F.1 d’oggi è tutta nuova e tormentosa, quand’invece il più delle volte i filtri mediatci togati e ufficiali raccontano di sfide fantastiche, duelli al coltello e trame strappacuore, laddove troppo spesso il gusto di vendere il cammello nasconde pulci e difetti della bestia.

Certo, qualcuno potrebbe chiedere: ma piantatevela, chi ve lo fa fare di vedere i Gran Premi? Mica ve l’ha ordinato il dottore, no? 

Be, la risposta è semplice. Se questo è il nostro sport, perché mai dovremmo abbandonarlo? 

Fa parte delle nostre storie d’amore preferite e non possiamo né vogliamo rinunciarci. Molto meglio fare notare ciò che non va, sottolinearlo, all’occorenza gridarlo, piuttosto che fingere godimenti non più avuti.

Perché in questa triste litania, l’ultimo grido di libertà è proprio quello di lamentarsi e fiottare, per evitare d’arrendersi.

Ed è così che, in vista del Gp di Germania sullo stravoltissimo kartodromo d’Hockenheim, invece che augurarvi buon divertimento, stavolta mi limito con sobria prudenza a una quieta e devota invocazione: Don Matteo, ora pro nobis.