L’immediato dopogara d’ogni Gran Premio di Monza è uno show unico al mondo, in cui chi paga, cioè il pubblico, mette in scena il vero spettacolo, quello della passione pura, a beneficio dei tre meglio piazzati nella corsa, che gustano gratis l’incanto dal podio, in visione aerea.

Eppure quest’anno, al di fuori della Formula Uno e in aggiunta ai centocinquantamila italiani presenti nel weekend, ce n’è stato uno in pista a meritare un’attenzione e un plauso che fino a oggi non lo hanno raggiunto con sufficiente fragore e dovuta ammirazione: Antonio Giovinazzi, 23 anni in dicembre, nativo di Martina Franca.

Partito ultimo in gara 1 della Gp2, dopo una trama agonistica rocambolesca quanto spettacolare, che non trovereste neanche in un fumetto di Michel Vaillant, Bon Giovi è riuscito a trionfare, addirittura migliorando l’impresa di Baku e mostrando ancora una volta un talento puro unito a una razionalissima determinazione che in un mondo giusto gli sarebbero valsi l’immediata convocazione da parte di un team di F.1, con tanto di proposta di contratto pluriennale. 

Visto che l’ambiente delle corse è meno ideale di ciò che si spera ma mica del tutto cieco, Antonio ha comunque appena goduto della chance di provare il simulatore della Ferrari Drivers Academy, poi si vedrà. Magari ci sarà pure una bottarella d'assaggio da friday driver con la Sauber, chissà. Ciò significa pur sempre entrare ad ampi cerchi, si spera concentrici, nell’orbita della Rossa, il che, con questi chiari di luna, è decisamente meglio di niente.

Intendiamoci, Giovinazzi dovrà sudare assai se vorra vincere il titolo della Gp2. Il francese Perre Gasly - Red Bull baby capace di fare cose meravigliosamente turche la settimana prima a Eau Rouge -, resta l’avversario più temibile e il finale della formula cadetta 2016 rimane apertissimo, sofferto e entusiasmante. Ma un dato di fatto appare certo fin da ora: Bon Giovi comunque vada ha un futuro e giustizia vuole che entri ad ampie falcate in Formula Uno, laddove i piloti italiani mancano dal 2011, ossia dal commiato di Trulli e Liuzzi.

Perché, vedete, si parla tanto di crisi Ferrari e della difficoltà della risalita Rossa nell’empireo iridato, troppo spesso misconoscendo e dimenticando l’altra vera, gravissima, microscopica e insopportabile onta che va lavata e pulita prima possibile nei secoli dei secoli, amen. 

Sono 63 anni che un italiano non vince un mondiale di F.1, dieci anni che non vinciamo un Gran Premio e cinque che uno dei nostri non si presenta neppure al via di una gara iridata.

Un digiuno inquietante e insostenibile per una nazione, l’Italia, che nel 1953 aveva vinto tre dei quattro mondiali di F.1 fino ad allora disputati, uno con Farina e due con Ascari, dopo che aveva espresso il migliore pilota di sempre, Tazio Nuvolari, e il suo alter ego, Achille Varzi, costringendo nella Golden Age dei Grand Prix gli schizzinosissimi e inarrivabili tedeschi di Mercedes e Auto Union a ingaggiare ben tre dei nostri, ossia i Nivola e i Varzi medesimi, più mister Fagioli.

In poche parole, a metà degli Anni ’50 noi italiani eravamo considerati il Brasile del volante, eravamo la scuola guida del mondo, mentre ora, nell’abitacolo e dall’abitacolo di una monoposto, contiamo - e del tutto ingiustamente - quanto le Isole Far Oer nel mondiale di calcio.

I meravigliosi segnali lanciati da Giovinazzi a Monza e non solo - e mica solo da lui, perché il plauso dei future boys va diviso pro quota anche tra il rilanciato Marciello, il comunque bravo Ghiotto più il fortissimo Fuoco in Gp3, per dirne tre -, rappresentano quindi il vero tesoro che emerge dal weekend monzese, senz’altro il più prezioso, perché ha il colore della speranza.

Allora forza Ferrari, certamente, come recita l’immensa macchia rossa liquefatta come per miracolo sotto il podio monzese, ma, per favore, non dimentichiamo di dire forza italiani e grande Antonio Giovinazzi in arte Bon Giovi, la vera nuova rockstar che si è esibita con successo sul palco dell’autodromo, da supporter dei big della F.1. Suonando alla grande e, soprattutto, suonando i rivali.