A questo punto vedo le peggiori energie in campo a scervellarsi se a Singapore abbia ragione Leclerc ovvero sia stata legittima e meritata la vittoria di Vettel, mentre io inviterei a guardare da tutt’altra parte e a fare considerazioni che vanno totalmente al di là delle peraltro legittime pretese e aspirazioni di entrambi i piloti Rossi. 

Il vero vincitore della notte di Singapore, a questo punto l’unico dei tre, piloti compresi, a vantare altrettante vittorie consecutive, è Mattia Binotto ed è di questo che bisogna parlare. Perché il trionfo Rampante, analizzato secondi i criteri dovuti, va inteso ben diverso dagli altri due che sembravan frutto dei layout autostradali di Spa e Monza, nonché del talento devastante del baby Leclerc ovvero della generosità belluina e ignorante della power unit maranelliana. Lasciando quasi a intendere che, tutto sommato, i due elefanti in barca, ahiloro, erano la macchina e la squadra. Cioè la tanto bistrattata Ferrari SF90 e la Rossa del muretto.

Invece, arriva Singapore e stavolta i conti in tasca bisogna farli con dati di fatto che raccontano una realtà ancora una volta bellissima ma stavolta puntellata da punti di forza completamente diversi e sorprendenti. 

Sul tracciato più massacrante quanto a mix micidiale di temperature e umidità, la SF90 si dimostra non solo molto affidabile - a parte un guaietto al cambio nella prima giornata di libere per Leclerc, subito risolto senza strascichi -, ma straordinariamente prestazionale, sostanzialmente delicata con le gomme e semplicemente perfetta quanto a bilanciamento, sfruttando finalmente - e trovando, va aggiunto - il carico tanto faticosamente ricercato in ogni dove, nel corso di questa sofferta e difficile stagione.

In altre parole, grazie a un’opera incessante, a traguardi lavorativi anticipati, a un ritmo fantastico sostenuto in fabbrica e, soprattutto, a scelte dirette nella direzione migliore, i pacchetti d’aggiornamento per la vettura funzionano alla grande, tanto da rendere la SF90 adattata al toboga orientale improvvisamente il nuovo stato dell’arte della F.1 2019, almeno per ora.

Non solo. Il confronto in pista, sia in qualifica che in condizioni gara, rivela la Sf90 quale bestia feroce rispetto a Mercedes W10 e, soprattutto, a Red Bull RB15, quest’ultima attesissima al solito colpo d’ala sui tracciati più cunicolari e claustrofobici grazie al solito, fantastico sopraffino telaio by Newey.

Invece Adrian medesimo, a pochi attimi dal via del giro di ricognizione, non staccava gli occhi dalla Rossa, confessando che stava meditando, cercando e metabolizzando le novità portate dal team rivale in quella che per lui, per il tecnico inglese, doveva essre la gara di consolazione per la fine stagione e che invece s’è tramutata in una beffa secca e perentoria.

Ma andiamo oltre. Singapore è anche il tracciato dalla Safety-Car assicurate, delle tattiche flessibili e dell’assoluta importanza che ha saper gestire dal muretto in diretta i capovogimenti di fronte che in climax e in un ambiente del genere sono assicurati, repentini e beffardi, rispetto all’ordine dei valori in campo. E invece, malgrado le gialle a go-go e tre Safety-Car, il muretto Ferrari ha gestito tutto alla stragrande marcando chi doveva marcare, scegliendo perfettamente le alchimie di gara e trovandosi alla fine a piazzare una sonante doppietta, per la quale i meriti vanno equamente divisi pro-quota tra tutte le componenti del team, benché alla fine il grande trionfatore appaia e appare il garante e il responabile del team, appunto Mattia Binotto.

Il quale improvvisamente nel giro di neanche un mese si ritrova letteralmente a scaravoltare il mondiale, portando alla vittoria un pilota vergine di trionfi, ossia Leclerc medesimo, facendo ritrovare il morale al malato immaginario Vettel e, soprattutto, trovando il bandolo della matassa della SF90, che acquista competitività e sembra issarsi al top a tre quarti di campionato.

Periodo assai strano, nel quale di regola non c’è più spazio e tempo per scossoni, rivolgimenti di fronte o sospirate rimonte.

Perché in questa F.1 se sbagli macchina non recuperi mai più, visto che fuori dai Gp non giri, non provi e non puoi fare praticamente niente. Se non meditare, simulare e portare avanti un oscuro, dispendioso e delicatissimo lavoro in cui il confine tra il colpo di genio e le pippe mentali appare spesso labile quanto inquietante.

Eppure è proprio fendendo e ballando in questa zona alchemica oscura e quasi magica che la Ferrari SF90 di Binotto improvvisamente è tornata -  concretamente - a essere quella che faceva sognare nel tardo inverno, ai primissimi test di Barcellona.

Per questo Spa, Monza e Singapore adesso diventano tre indizi che, per dirla alla Agatha Christie, fanno una prova. 

La prova che questa Ferrari nel mondiale in corso magari non può avere ambizioni di far cambiare strada ai titoli rispettivi in palio, ma, in compenso, ha tutte le carte in regola per vivere questa parte finale della stagione come un lungo, intenso e glorioso collaudo in gara per preparare alla grande il 2020. Con valori di competitività recuperati, una squadra capace di superare prove penitenziali terribili e di attraversare con reattiva dignità il deserto della prima parte della stagione, e un muretto rodato e pronto a dare il meglio. Mai così ispirato e pronto nel gestire le strategie di gara.

Proprio per tutte queste ragioni, sappiatelo, il più vincente di tutti i ferraristi, ben al di là delle cinque pole di Leclerc e della vittoria ritrovata di Vettel, diventa proprio Binotto.

Il quale a Singapore, e tutto in una volta, lascia intendere con ferma dolcezza a Leclerc che non si può sempre vincere e che comunque gli interessi della Ferrari stanno al di sopra delle legittime aspirazioni dei singoli. Di più. Così facendo, spiega al Circus che la Sf90 all’improvviso diventa buona teoricamente per tutti i tracciati restanti - perché una vettura che sbanca Spa, Monza e Marina Bay poi va bene pure sulla Romea o l’Amalfitana, e, soprattutto, dimostra al mondo delle corse che la Ferrari ideale, quella del futuro, adatta per sognare, esiste già ed è quella che si sta (ri)costruendo con sacrificio, talento e un’immensa capacità di soffrire. Più semplicemente, se una monoposto sbanca Monza e Singapore in sequenza, vuol dire che poi andrà forte non sempre ma potenzialmente ovunque.

Benvenuti quindi nella phase 2 dell’era Binotto, quindi. Quella in cui gentilezza, simpatia, apertura e galantomismo, piano piano, cominciano a fare anche paura, agli avversari. Un giorno scrissi su queste pagine che Binotto sarebbe stato perfetto se a lui alla Ferrari di F.1 si fosse affiancato, prima o poi, un Grande Bastardo. Lui ha risposto cominciando a vincere a raffica e dando a intendere che magari può fare benissimo da solo. 

Niente Grande Bastardo, quindi. 

Binotto dentro di sé resta convinto che per andare bene è sufficiente continuare a essere ciò che è diventato da dopo l’Hungaroring, ossia il Gentile Mannaro.