Quando il sogno svernicia la realtà

Quando il sogno svernicia la realtà

Posso dirlo? Questa è stata ed è una delle stagioni  più brutte nella storia delle corse. Noiosa, monocorde, avvelenata e, tutto sommato, pallosa; pochi i segnali belli, caldi e importanti. E tanti  di questi, in una sera - tra Imola, il Dottorcosta, Ayrton e Zanardi - con una magia che forse  deve e può insegnarci a tutti qualcosa...

25 novembre 2019

Se devo esser franco, non ho memoria di una stagione di corse brutta come questa. Pallosa, monocorde, con un mondiale di F.1 letteralmente fatto secco dopo una manciata di gare dalla Mercedes e da Hamilton - meritevolissimi, per carità -, e con una Ferrari mai così sofferta e a tratti malauguratamente sofferente. 

Veleni a fiumi, stile Rio delle Amazzoni eh. Qualsiasi cosa capiti, si litiga. 

Contro la Ferrari, a favore della Ferrari, dagli a questo, dagli a quello. I social sono e restano mediamente l’espressione di un momento nero delle corse e, soprattutto, della civiltà racing. Se vuoi farti un nemico, anzi mille, scrivi serenamente come la pensi, anche solo due righe sulla tua bacheca o quella altrui e avrai il tuo avere. E vedrai che se non li cerchi, gli insultatori pubblici ti cercan loro. 

Certo, la Ferrari fa discutere sempre. Se perde, apriti cielo. Se quasi vince, tipo in Canada, pure. Se perde ma dopo aver illuso, vedi Bahrain e Austria, anche. 

Ma se convince e vince a mitraglia, i godimenti arrivan beati, ma vengono poi messi in ombra da certe voci orrende. 

E ora la Fia è al lavoro per porre in essere importanti verifiche, addirittura in parallelo, tra Ferrari medesima e Red Bull-Honda: flussi, flussometri e possibili furbate. Bah, vedremo. In più, proprio alla Rossa, i due boys di casa litigano in pista come stracciai al mercato, il Wec pare stramorto, Le Mans è diventata una processione devota a San Toyota, le Hypercar stentano a materializzarsi per un futuro incerto assai, il momento più caldo dell’anno extra F.1, ossia l’assalto di Alonso alla Indy 500, si stoppa dopo le qualificazioni con la cocente delusione dell’estromissione di Matador. Nel Wrc la Citroen se ne va e la morte di Hubert a Spa getta ombre in Gp2. No, dico, senti che roba brutta? Via, spicciatevi a chiuderlo, un anno così, e non se ne parli più, verrebbe da chiosare.

Però fermi tutti. Noi delle corse, noi del Motorsport, abbiamo e possiamo azionare un serbatoio in più, pieno d’additivi consentiti, salvifici e felici. Si chiamano passione pura, cultura racing, capacità, desiderio di comunicare, di condividere sentimenti e voglia di sognare. 

E allora a ben guardare, a buttarla sulla cifra stilistica propria dei veri Cuori da Corsa, di cose in fondo ne son capitate anche di belle, anzi, di bellissime, che fanno perfino un po’ piangere. Penso al punto conquistato da Robert Kubica al Gp di Germania con la Williams, traguardo che poteva sembrare fisicamente, chimicamente e tecnicamente impossibile, invece è arrivato a gettare una manciata di polvere magica su una storia personale che smuove, commuove e mette voglia d’abbracciarlo. E bellissima la vittoria della Rebellion alla 4 Ore di Shnghai, con un Senna - facciamo Bruno -, che contro ogni pronostico, torna a far sua una gara iridata proprio nel quarto di secolo dalla scomparsa di zio Ayrton. Già, Senna. Proprio lui: a proposito...

Venerdì scorso sono invitato a parlare a Imola, al media center, per una serata tra appassionati e Matteo Brusa - pargolo d’arte di Bruno, il grande artefice del Crame - mi invita a vedere la mostra “Ayrton Magico, l’anima oltre i limiti” della quale è curatore e responsabile, così improvvisamente mi trovo proiettato in una dimensione altra e dolce, ben diversa da questa, fatta d’evocazioni multimediali stranianti e sorprese che impongono lucciconi. 

Cimeli ce ne sono, sì, la Lotus 98 del 1986 è meravigliosa e quella bella e maledetta Williams Fw16 continua a sottintendere ciò che avrebbe potuto essere e mai fu, eppure è la poesia di musiche e narrazioni, il buio delle angolazioni narrative che esigono un’anima da chi ascolta, visita e mette in discussione la sua sensibilità per rientrare nella leggenda d’un campionissimo ma anche nell’esistenza di un uomo che continua a mancare continuando a esserci.

La pioggia. Lo scroscio di un acquazzone infinito. Al Museo multimediale dell’autodromo intitolato a Checco Costa la chiamano la Stanza della Pioggia. Lì puoi venire a sapere che dal 1984 al 1994, gli anni di Ayrton, in F.1 ci furono 24 gare bagnate e lui ne vinse 14, mentre le altre 10 se le divisero gli altri. E puoi assistere al giro magico di Donington 1993 gustato e iniettato in vena come mai nessuno aveva fatto fino a oggi. 

Poi l’urlo infinito di Interlagos 1991, quando Ayrton finalmente vince dove mai sembrava possibile potesse vincere, ossia nel Gp di Casa. Be’, conoscevo in anticipo tutto ciò che il museo m’avrebbe raccontato, quello sì, eppure ne esco toccato, sorpreso, confuso, carezzato da questo miracolo laico di cultura racing. La quale continua a tessere e snocciolare storie al di là delle cronaca, dei fatti spiccioli, delle colonne asettiche e delle immagini neutre dei mattinali dei vari campionati.Andate alla mostra di Imola dedicata ad Ayrton, trovate il modo, perché continuerà ad essere aperta fino alla prossima primavera, vista la qualità dello spettacolo e dei ricordi che offre. 

Ceno col Dottorcosta, al secolo Claudio Marcello Costa, e i due Brusa, col medico che tra una grigliata e un filetto parte con una mitragliata di aneddoti da far tremare le vene nei polsi a qualunque appassionato pronto ad avvampare sentendo certi nomi. Quella volta che conobbe Ayrton, divenendo da lì a poi per lui prezioso punto di riferimento, l’altra volta in cui rimise in condizioni Alboreto di partecipare al Gp d’Italia con la Ferrari, quando poco prima s’era rotto la clavicola. Come? La vulgata dice scivolando in bagno, il Dottorcosta non confesserebbe neanche sotto tortura, ma la verità è che Michele era caduto sfidando il compagno di squadra Stefan Johansson in sella a moto da enduro, ossia la cosa più vietata del pianeta, per uno che poi deve sfrecciare a Monza. 

Insomma, anche quella volta a Costa riuscì il miracolo, con l’amato e amabile Alboreto che, per come l’aveva rattoppato, avrebbe anche potuto vincerlo, quel Gran Premio monzese. E poi gli aneddoti sulla sorpresona di Zanardi e su come, con le ferite ancora fresche e sanguinanti, Alex viene messo in condizione di alzarsi in piedi ai Caschi d’Oro 2001, facendo piangere Viviane Senna e Michael Schumacher, in un evento il quale, noi che lì eravamo, mai dimenticheremo. 

In una sera così Costa conferma e annuncia senza clamori ma con gli occhi lucidi che è pronto il film sulla sua vita, che potrebbe intitolarsi “Voglio correre”, ricco di due ore e mezzo se non più di diecimila aneddoti e storie toccanti sulle due e le quattro ruote, esaltate dai suoi eroi che sono tanto anche nostri.

Raccontare realtà come fossero favole, financo oltre la logica, questa è la nostra forza, la magià bella della nostra tribù: ricordatevelo.

Poi, già che ci siamo, ecco che ci carezza pure la videochiamata di Alex Zanardi medesimo dal Giappone, che sfida i samurai con la sua Bmw del Dtm ma non perde voglia e occasione di mandarci un saluto. E tutti insieme pensiamo anche al fatto che questo è l’anno in cui, grazie al film “Le Mans ’66-La grande sfida”, viene reso omaggio e fatta giustizia alla meravigliosa figura di quell’altro uomo vero, grande pilota e tecnico sopraffino che Ken Miles fu e resterà.

Vedete? È un bilancio in partita doppia, come sempre, anche quello delle corse e della vita. 

Se leggi, vivi, respiri, apprezzi e assapori tutto con sentimento e passione, di cose fantastiche ne capitano anche nei momenti d’apparente carestia narrativa.

Anche un deserto può essere composto di sabbia monocorde e deprimente che a ben guardarla è però ricca di granelli e cristalli sorprendenti. Queste sono le corse, questo è il nostro mondo. 

La passione, il cuore e la voglia di leggere negli Uomini che corrono, saranno sempre strumenti potenti, capaci di aiutare il sogno a sverniciare la realtà. 

Ed ecco che perfino la stagione 2019, rivista e vissuta così, diventa bellissima. 

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