Nel 2020 il marchio Alfa Romeo festeggia 110 anni. E giù tutto un programma di festeggiamenti, celebrazioni e omaggi, emergenze permettendo, a santificare e sanificare la ricorrenza.

Perché cabalisticamente e magicamente il fascino dei numeri sempre qualcosa suggerisce, evoca e comanda. E se la Casa del Biscione di anni ne compie così tanti e tondi, vorrà pur dire qualcosa e qualcos’altro bisognerà farlo.

Anche perché, a ben guardare, sportivamente parlando, di cose importanti dal Dopoguerra in poi, ne son accadute tante, ma tante a suon di giubileo e non solo alla cifra centodieci, scaturigine del marchio e madre calda del mito.

Dall'incompiuta al debutto vincente

Ottanta anni fa precisi, cioè nel 1940, nasce la più incompiuta e intatta delle Alfa Romeo, la 512 da Gran Premio, concepita dall’ingegnere Wilfredo Ricard - quello che stava antipatico a Enzo Ferrari -, la quale, prodotta in due esemplari, viene stoppata e bloccata proprio dall’avvento della Seconda Guerra Mondiale, restando nella storia come la più inespressa delle rombanti femmine Alfa.

E qui siamo pure settant’anni precisi dal debutto vincente iridato della Casa di Arese nella neonata F.1 mondiale edizione 1950, con le leggendarie (quasi) invincibili, antiche e allo stesso tempo eterne Alfetta 158, già pronte a evolversi in 159 e a dare il secondo di due allori consecutivi a Nino Farina e a Juan-Manuel Fangio, primi piloti titolati nella storia nella massima formula.

L'oblio, poi il ritorno

E son trascorsi perfino cinquant’anni esatti da quando, dopo un ventennio di triste oblio e sporadica presenza motoristica nei Gp, solo su telai gestiti in forma del tutto autonoma e indipendente tipo Cooper, De Tomaso e LDS, i motori del Biscione si riaffacciano davvero in F.1, proprio nel 1970 - e quindi anche nel 1971 -, con un V8 direttamente figlio di quello movente la gloriosa Tipo 33.

Comincia la McLaren guidata dal fedelissimo Andrea De Adamich, il quale nella stagione successiva vede trapiantare il cuore Alfa su una March, ma il fascino dei nomi in ballo non è pari all’effettivo potenziale tecnico e la duplice iniziativa resta coraggiosa quanto mai baciata dalla fortuna. Non importa, perché giusto dieci stagioni dopo, nel 1980, l’Alfa Romeo, a un anno dal ritorno effettivo in F.1 avvenuto nel Gp del Belgio a Zolder 1979 con Bruno Giacomelli al volante, il team di F.1 capeggiato dal meraviglioso ingegnerone Carlo Chiti vive la stagione più intensa, tirata, drammatica ed esaltante della sua storia moderna. Le 179 iniziano l’anno in fondo griglia con Giacomelli stesso e il convalescente Depailler, salvo recuperare costantemente centimetro dopo centimetro, decimo su decimo alle avversarie, tanto da doppiare la boa di metà stagione in netta rimonta.

Ma a Hockenheim, presumibilmente per un’avaria a una sospensione, l’immenso Patrick Depailler perde la traiettoria e la vita, uscendo come mai avrebbe voluto dalla Ostkurve. Trauma terificante dal quale la squadra si riprende mostrando grandezza commovente, tanto che nelle gare finali del campionato Jack O’Malley va a prendere tutte le protagoniste del mondiale, una a una.

Fino ad umiliarle nell’ultima gara del campionato a Watkins Glen, quando, lanciato in testa verso un trionfo che cambierebbe sublimandola la storia delle corse, per colpa di una bobina del cavolo è costretto ad accostare e a ritirarsi. Vivendo una doccia che, a distanza di quaranta anni maledettamente esatti, tutti ancora percepiamo gelida quanto insopportabile, sulle spalle e sul coppino.

Insomma, parliamoci chiaro, qui, solo ad aprire la pentola magica di corsi e ricorsi e di corse e ricordi, di robe da saltar per aria ce ne sono a bizzeffe a rendere il piatto ricchissimo, sugoso e invitante. Tutto questo per dire che è strano, questo 2020, sarà particolare, inatteso, triste, socialmente rovinoso, ma a tutt’oggi contiene ancora la scintilla della speranza e l’occasione di questo particolarissimo sportivo riscatto.

Tra passato e futuro

La chance di prenderlo e voltarlo in qualcosa di bello e inatteso, proprio a cominciare dal nome e dal marchio Alfa Romeo. Il quale, tornando al presente impastato prospetticamente di futuro, proprio in F.1 vive un momento delicato, particolarissimo e importante per almeno quattro motivi. Il primo, appunto, è tutto celebrativo e sta nel diritto-dovere degli uomini Alfa di festeggiare a modo la sfilza di anniversari grandi e piccoli di cui sopra.

Il secondo è tutto esistenziale e consiste nel supplemento di coerenza e competitività che l’Alfa Romeo Racing deve mostrare e rincorrere per giustificare e dare nuova linfa alla sua identità in F.1. nata da un’idea, da un programma e da un sogno del compianto Sergio Marchionne. La squadra scaturita dalla trasformazione genetica della Sauber ora ha se non l’ultima, una possibilità decisiva per sfoggiare il fondamento del suo ruolo e cogliere risultati, evidenziarsi se non al top, perlomeno come migliore attrice non protagonista, altrimenti diventerà difficile giustificare, se ce ne saranno, investimenti e conferme di programma che vanno al di là dell’immediato e del futuro prossimo.

Il terzo motivo power-trainante riguarda il suo pilota d’esperienza, ovvero il più che quarantenne Kimi Raikkonen, il quale potrebbe essere ragionevolmente arrivato all’ultima stagione di militanza iridata e che ha la possibilità di un hurrà conclusivo e magari non solo uno, avviandosi a chiudere in bellezza una carriera stupenda e dare ancor più lustro alla nomea di pilota più amato dai loggionisti della massima formula.

Il quarto motivo stringente per combinare qualcosa di davvero buono ha un nome e un cognome: Antonio Giovinazzi. L’unico italiano presente nel Circus iridato è giunto pure lui in carriera a un bivio importante. L’apprendistato c’è stato, il riambientamento pure, adesso, monoposto permettendo, qualche risultato un po’ tosto bisogna tirarlo fuori.

Lui il potenziale ce l’ha, a pacchi. Deve solo concretizzarlo nel modo e al momento giusto. Ecco, completata l’analisi plurisprospettica e multtisettoriale, compenetrata da passato, presente e futuro, di motivi per mettersi con bruciante emozione davanti allo schermo per seguire le vicissitudini dell’Alfa Racing ne abbiamo in emozionantissima e bastevole quantità.

Marchio magnetico

Il resto, come sempre lo farà la passione, il magnetismo del marchio e la nostra stessa, perenne voglia di reinnamorarsi d’esso e delle corse che lo vedono secolarmente e dolcemente protagonista. Sissignori. Alfa Romeo e giubileo quest’anno finalmente tornano a fare rima all’interno di una lunga poesia che chiede una strofa ancor più tonante, una rima particolare, sì, una nuova e vera giornata di gloria, per dare lustro a questa storia bellissima, ma anche a tratti così ansiogenamente delicata e intermittente.

Cara Alfa Romeo Racing, che tu sia una Sauber agli estrogeni, una semplice adesivo messo in carena ovvero una furba propagazione politico-tecnico-sporiva della Ferrari, che da figlia di mamma Alfa è ridiventata genitore nel buffo ballo delle vite aziendali, be’ dicevo, comunque la si voglia mettere, questa squadra di Formula Uno è tutto cià che resta di un sogno, di una tradizione immensa, di un’epopea gloriosa che sa d’Ascari padre, di Nuovolari e Varzi, delle tre Effe Fangio, Farina e Fagioli e di quella Effe in più che sta per Formula 1, dalla quale tanto ancora s’evince e ci avvince. E allora, buon compleanno di tutto cuore Alfa Romeo, e forza, fatti valere, Alfa Romeo Racing.

Perché l’atteso acuto, anche uno solo, che so, un podio o più, la prossima riga di una poesia, se bella davvero, potrebbe dolcemente e romanticamente illuderci che questa ode che sa di Quadrifoglio, Targa Florio, Sivocci e Pintacuda, Merzario, Brambilla e pure Nannigalli, Facetti, Teodorozeccoli e Spartacodini, si trasformi una carezza senza fine.