C’è una domanda che da anni sento fare con insistenza salmodiante e quasi stizzosa, cioè questa: ma, parliamoci chiaro, quanto vale davvero questo Mick Schumacher? E poi giù una serie di sottoquesiti del tipo: sì va be’, ma, dai, sarà pompatissimo, no? Magari lo fanno vincere, vero?

Oppure: sarà messo in condizioni di farcela a tutti i costi, tanto che per lui è già pronto da un pezzo un posto in F.1, eh? Ma figurati, vuoi che la Ferrari e la stessa Ferrari Driver Academy non facciano carte farse per farlo emergere, con quello che sposta solo di sponsor e media? Be’ e quel rimontone che gli dette in extremis il titolo di F.3 2018 ai danni di Ticktum è stato mai chiarito? Ma su, con gli appoggi e le spinte che ha lui, andrebbe forte anche mio nipote di Strozzacapponi, giusto?

Bene.

Il peso di essere Schumacher

Sembra quasi che nell’automobilismo moderno il solo e l’unico che meriti d’essere sezionato, scannerizzato, letteralmente rivoltato come un guanto con interrogazioni, dubbi, indagini e esigenze di approfondimento, sia il figlio di Michael Schumacher. Tutti gli altri si dà scontato che siano lì perché bravi, tosti e forti.

Lui no. Mick è uno con tutto da dimostrare e, se vince, vince perché non potrebbe che vincere, quindi la cosa non vale granché; e, invece, se perde, ecco, allora dev’essere proprio un fermaccio, quindi la cosa pesa nulla o men di zero. Così facendo, oltre a fare il suo male, si fa un clamoroso errore posturale e si getta le basi per compierne tanti altri, nel giudizio di Mick Schumacher ma, soprattutto, sull’automobilismo da corsa in genere.

Livella uguale per tutti

Anzitutto per un motivo preclaro e decisivo: nelle corse di oggi, dalla Formula 4 in su, ma non escludendo il kart, se non fai parte di un progetto solido, d’un investimento mirato e non rientri all’interno di un’area di influenza, non vai da nessuna parte.

I costi sono così ingenti, le maglie da superare così strette e i capitali necessari talmente dilatati e reiterati nel tempo, che per dare continuità a una carriera sono determinanti non solo i risultati ma anche la prontezza nelle successive mosse da compiere. Pensa te se Charles Leclerc non avesse incontrato Nicolas Todt, tanto per dirne una. Il che significa, in parole povere, correre avendo soggetti titanici alle spalle. Che poi sia una persona, un pool di sponsor, una Race Academy o qualsiasi potere forte, poco sposta.

A meno che non ti chiami Sean Gelael e tuo padre spenda per te cifre improbabili ogni anno per farti arrivare qualcosesimo giusto per il piacere d’andare alle corse a un passo dalla F.1 - o financo provando una F.1, come è capitato allo stesso Gelael con Toro Rosso e manco una volta sola -, ecco, tolto Gelael e i non troppi Gelael che si trovano in giro, tutti gli altri che vanno, si sfidano, vincono, progrediscono, saltano di categoria e mirano con sempre maggior consapevolezza e merito alla F.1 son bravi, bravini o bravoni ma invariabilmente ben appoggiati, supportati e spinti alla grande da chi può.

La verità è che nel bene e nel male in questo Motorsport Mick Schumacher sfida e lotta con tanti campioncini che a loro volta vantano fortune, appoggi, meriti o credibilità equivalenti.

Le epopee pauperistiche di Bruno Giacomelli e Stohr in Formula Italia, che vincevano o facevano belle figure avendo per budget un maritozzo, non esitono più. Terziari francescani in giro non ve ne sono. O paghi o hai chi sborsa per te oceani di dollari, sennò resti a casa a giocare con la play. Quindi, tanto per cominciare, delle due l’una: o accettiamo il Motorsport così com’è - e lo è per tutti - e smettiamo di fare i puristi, gli scandalizzati e le anime belle trattando le corse come fossero un concorso da infermiere oppure la smettiamo di guardare con scettico sospetto Mick Schumacher, (per) ora al top della Formula 2.

No, le corse non sono un concorso pubblico, né peraltro non lo sono mai state. E tantomeno queste. Qua se non hai i lilleri non lalleri, a prescindere dal cognome o da chi sia tuo padre o tua zia.

(Non) nel nome del padre

Detto questo, Mick Schumacher sta facendo ottime cose in formula cadetta. Dopo un’annata di esperienza, ha iniziato la stagione in modo sfortunato e non positivo, alternando prove opache a qualche errore e a segnali positivi, fino a che, meravigliosamente supportato dalla Prema, le cose hanno cominciato a girare per il verso giusto e, tra bei guizzi e consistenti prestazioni, approfittando anche dell’altrui rendimento ondivago, adesso è, seppur di poco, in cima alla classifica generale, con la possibilità di giocarsela tutta, la sua chance di vittoria finale, nella seconda e determinante parte della stagione. Al punto che una domanda la faccio io.

Più di così cosa potrebbe e dovrebbe fare, Mick?

Vado oltre e do una risposta. Quella più attesa e ricercata alla domanda regina di tutte: no, Mick Schumacher non ha niente del modo d’esser supercampinissimo di suo padre.

È un tipo di pilota del tutto diverso, molto più costruito che baciato dal dna del genio, restando più frutto di volontà, applicazione, dedizione, professionalità e capacità d’apprendimento che non d’innato e bruciante dono proveniente direttamente dal dio della velocità. Femminizzando il concetto, è come se la figlia della Miss Universo più bella nella storia dell’umanità sia, a oggi, una ragazzetta molto, molto carina e pure simpatica, ma la mamma resta la mamma, neh.

A questo punto un’altra domanda la aggiungo io, ma non importa che abbia risposta: embé? Embé, cosa importa se Mick non vale Michael? Sposta forse qualcosa che la sua progressione nelle formule abbia una curva d’apprendimento diversa e meno impennata rispetto a quella del padre? Dove sta scritto che il figlio d’un semidio del volante debba essere una paradivinità pure lui?

Semmai, tutta questa storia va letta, analizzata e assaporata, ancor più che giudicata, in termini del tutto diversi, molto più umanizzati, esistenziali e visuti, che non asetticamente orientati.

Eredità dolorosa

Mick vive da anni una situazione di famiglia dolorosissima e terribile e risponde a essa cercando di dare una senso, una continuità e una realizzazione alla passione immensa che sente dentro. Mettendosi in gioco, rischiando, impegnando tutto se stesso con pressioni pazzesche e una platea di rivali mai prona allo sconto, in una sfida difficile, cercando di migliorarsi e dando tutto, in un cammino ricco di prove superate, salti di qualità ottenuti e allori conquistati senza compiacenze altrui. Un viatico tuttora in attesa di realizzazione e vidimazione ulteriori e per niente scontate. Per questo Mick Schumacher, che meritocraticamente parlando ha sudato e guadagnato tutto ciò che ha vinto fino a oggi e farà lo stesso pure per domani, va gustato, in questa strana storia che è la sua carriera, mettendo in campo, da appassionati di corse, anche altri valori fondanti che sono quelli dell’empatia e della poesia. Perché c’è qualcosa di stupendo, commovente, malinconico e entusiasticamente struggente nella sua vicenda di corse e di vita.

Di più. Emerge la voglia liberatoria di continuare il rapporto tra la famiglia Schumacher e le corse, a prescindere dal destino e dai decenni che passano. C’è la volontà bellissima di scrivere pagine nuove, di provare a raccontare un’altra trama, la sua, quasi per tenere desta e calda la leggenda paterna con un contributo magari marginale ma intensamente e meravigliosamente vissuto, elaborato e fortemente voluto. C’è qualcosa di intimamente sublime in ciò che sta provando a edificare Mick Schumacher, così come era stupendo pensare che Tonino Ascari non fosse stufo delle corse dopo quello che era successo al papà e al nonno.

La storia continua

Così come è stato delizioso vedere Bruno Senna Lalli vincere a Monaco in formula cadetta anche se tutti sapevano che Ayrton era un’altra cosa.

Tonino non valeva Antonio o Alberto, Bruno non vale né mai varrà “Beco”, presumibilmente Mick non arriverà mai a qualcosa di simile rispetto a classe e risultati di Michael, ma è proprio nella stessa consapevolezza di accettare una sfida impossibile che va colta la scintilla terribilmente romantica della faccenda.

Nell’amore che si legge tra le righe del tributo ai grandi, nella carezzevole volonta di provare a dire - alla sorte e al maledettissimo tempo che passa - che non è finita. Che c’è ancora uno Schumacher, un Ascari, un Senna, per un attimo o fin solo per una sola curva, là davanti, a lottare per la vittoria. Perché certe volte i sogni quando sono grandi e irraggiungibili puoi provare a mantenerli vivi solo inseguendoli nella tua dignitosa, meritevole e volenterosa realtà. Forza, Mick. Presto saggerai un’Alfa Romeo in F.1 nel tuo primo weekend di Gran Premio. Il fatto che tu non sia Michael è il valore poeticamente aggiunto alla tua voglia di provarci lo stesso, peraltro finora andando anche, a modo tuo, alla grande.

Dai, lasciali parlare, tieni giù il piede, tu, e non ci pensare.