Posso dirlo? Non mi piace per niente il clima che si è creato attorno a Nikita Mazepin, 22enne rookie russo giunto, alla vigilia di Montecarlo, alla quarta presenza in F.1. Tutto è cominciato quand’ancora il baby figlio di un facoltosissimo uomo d’affari - il quale, tra le tante altre cose, possiede una floridissima impresa di fertilizzanti minerali -, neanche aveva debuttato in F.1 e si divertiva a pubblicare filmati su Instagram, in uno dei quali teneva un comportamento poco rispettoso nei confronti di una ragazza.

La lenta maturazione di Mazepin

Poteva e doveva risparmiarselo, eccome, invece no, salvo poi esibirsi pure in una serie di dichiarazioni poco felici sui rapporti e gli equilibri del suo (futuro e quindi presente) compagno di squadra in Haas, Mick Schumacher. Da tutto questo si evince, presumibilmente, che nel processo di maturazione comportamentale ed esistenziale tipico di un ragazzo della sua età, ormai quasi uomo, Nikita deve ancora percorrere notevoli passi in avanti. Ma non è questo il punto, perché dall’inizio della stagione il baby è letteralmente nella bufera nei social e non solo, a seconda delle opinioni, per un suo comportamento in pista ritenuto costantemente erratico, alle soglie dell’imprevedibile, del bizzoso e dell’imbarazzante se non, in certi casi, financo pericoloso.

Da Mazepin a Maze-spin

Tanto da meritarsi frizzi, lazzi, infiniti meme canzonatori e anche soprannomi buggeratori tipo Mazespin, per la propensione al testacoda. E poi giù in tanti a ridere anche sui distacchi recenti dal compagno di squadra Mick Schumacher - ben 50” a parità di macchina, nell’ultima gara -, a creare una sorta di pupazzetto ridicolo, a carico del quale magari auspicare un liberatorio licenziamento, anche dopo l’impeding nelle qualifiche spagnole, che l’hanno visto oggetto di un penalty e di un punto sulla patente. Cose che capitano pure ai migliori e non solo a lui, a dire il vero, se si guarda indietro. La realtà, tuttavia, dice cose diverse.

Piloti con la borsa

Nikita Mazepin si è comprato il posto in F.1, mica la Superlicenza. Quella se l’è meritata sul campo. In fondo è un race winner in F.3 - è stato vicecampione nel 2018 - e in F.2, dove è giunto in top five alla fine dello scorso campionato. Nikita Mazepin, in altre parole, partecipa legittimamente al mondiale di F.1, non avendo rubato nulla. Se suo padre paga - e paga con soldi buoni, permettendo alla Haas di restare in piedi - non è il primo né tantomeno sarà l’ultimo a farlo. Alzi la mano chi ha corso senza spendere mai una lira e, in ogni caso, pure Michael Schumacher nel 1991 debuttò da pay driver con la Jordan, a libro paga Mercedes. E il ricco Stroll, tanto massacrato dai moralisti, adesso batte regolarmente Vettel, a parità di macchina, no? Ma torniamo a Mazepin.

L'unico errore di Mazepin

Non v’è nulla di sbagliato né di immorale nel comprarsi un posto in F.1 o nel militarci coadiuvato da ragioni extrasportive, se è vero che in serie A calcistica italiana ha giocato, al tempo, pure il figlio di Gheddafi, senza che nessuno si stracciasse le vesti. Inoltre, dati alla mano, Mazepin tutti questi casini immani in pista mica li ha combinati. Anzi, in quattro gare è giunto buon ultimo ben tre volte al traguardo senza fare del male a nessuno. La sola cavolata vera l’ha fatta appena dopo il via della prima corsa, ma alzi la mano il debuttante che non ha mai sbagliato ai primi metri di gara. Molto semplicemente, Nikita Mazepin a oggi è il pilota più lento del mondiale al volante della monoposto più lenta del mondiale. Punto. Ma questo ci può stare. È financo ovvio, oltre che accettabile.

Contro i detrattori

Checché ne dica l’inorridito ex pilota Nicolas Kiesa - che per parte sua in F.1 non ha mai mostrato cose strabilianti, nelle sue rare presenze -, Nikita non ha rubato nulla, né mai rischiato di far male a qualcuno. Eppure il danese ribadisce: "Mazepin non rispetta gli accordi che vengono presi tra i piloti, soprattutto in qualifica. Quando si tratta del tuo comportamento e condotta in pista, fa la differenza sapere che, qualunque cosa tu faccia, papà continuerà sempre a pagare". Cioè, qui c’è qualcosa di sbagliato, a prescindere. Se uno paga per correre, la sola cosa che si può discutere è se le rate arrivino puntuali: il resto, in toto, son cavoli suoi. Poi c’è un altro aspetto: non v’è nessun tipo di statuizione che riconosca Mazepin come pilota oggettivamente e tendenzialmente pericoloso. È una cosa che alligna solo nella testa di chi autogestisce i discutibili tribunali autocratici delle tastiere dei social. Anche perché, ove Nikita in pista pericoloso fosse davvero, la colpa non sarebbe certo sua, ma semmai della Fia che lo tiene in circolo, no? E non mi sembra che la Federazione possa essere in alcun modo tacciata di comportamento irresponsabile nell’ammetterlo al via del mondiale 2021. Piuttosto, il caso Mazepin insegna una cosa che va ben al di là del giovane russo: a livello di opinione pubblica, social o meno, ormai un pilota viene giudicato alla stregua di un calciatore e non di uno che sta a sua volta rischiando la pelle, a trecento all’ora. Ti fischiano, ti fanno buuuuuu dagli spalti, come fossi un terzinaccio del Borgorosso, ti beccano e non hanno il benché minimo rispetto per chi, anche da ultimo in pista, si sta comunque giocando tutto, ghirba compresa, il più delle volte senza speranza. Ecco, questo nel mondo dell’automobilismo classico fino a poco tempo fa non aveva cittadinanza. Nel 1998 il brasiliano Ricardo Rosset disputò una delle stagioni più orrende e infami che un pilota abbia mai vissuto in F.1 al volante di una Tyrrell che non era un fulmine di guerra ma neanche il peggior ferro del mazzo. Rimediando una mitragliata di mancate qualificazioni fuori dal famigerato 107%, incidenti al limite del tragicomico e risultati il più delle volte neanche pensabili per uno come lo Zio Ken che aveva fatto correre Stewart, Cevert e Alboreto, in altre giornate e altre e più felici ere - anche se il team era già di fatto venduto alla Bar -. Be’, in quel caso Rosset - che in F.3000 era stato un signor pilota, finendo secondo dietro a Sospiri ai tempi in cui i due erano compagni alla SuperNova - dicevo, in quel maledetto 1998, Rosset non ebbe problemi a completare tutta la stagione senza sorbirsi pressioni o sfottò da chissà chi, né tantomeno sontuose prese per il culo. Perché il Motorsport non è il calcio: da noi l’ultimo rischia quanto il primo e tutti meritano rispetto, a differenza delle scarpacce più sgangherate del pallone che magari la fischiata della curva se la beccano e zitti. D’altronde alla fine dello scorso anno con la Haas, da riserva di Grosjean, ha corso Pietro Fittipaldi da ultimo fisso e nessuno gli ha rotto le scatole. Di più. Poco tempo fa a Imola Schumi jr ha fatto un errore così marchiano dopo il traguardo da far scuotere la testa ai più, ma sono cose che capitano. E che vanno capite, digerite, giudicate con temperanza e stile, perché sono lezioni che questi ragazzi, prima o poi, metabolizzeranno, crescendo.

Ci vuole rispetto

Morale della favola, non vorrei che a essere sbagliato in questa F.1 non fosse Mazepin ma una certa parte di pubblico, di tifoseria e di opinione pubblica. La quale, in certi, non frequentissimi ma fastidiosi casi, scrive solo perché si paga l’elettricità del computer esattamente come Mazepin si paga quella dei motogeneratori della sua Haas. Poi, se più avanti il russo andrà del tutto fuori dal seminato, okay, se davvero si dimosterà pericoloso in pista, agirà su di lui colui che è preposto a fermare chi esagera, ma, a oggi, niente del genere. A esagerare di certo è stato ed è solo chi mette alla berlina e percula piloti di F.1 come fossero giocatori a una partita di scapoli & ammogliati. Ci vuole più rispetto non solo per Mazepin, ma per tutti i Mazepin passati e futuri del nostro mondo, perché ne fanno parte da sempre, con titoli, coraggio e dignità.