La Sauber con Giovinazzi si deve solo vergognare

La Sauber con Giovinazzi si deve solo vergognare

Aveva tutto il diritto di non confermarlo, ma non certo di trattarlo così male

15 novembre

La fine del rapporto tra Antonio Giovinazzi e la Sauber-(solo per modo di dire) Alfa Romeo è una delle vicende più scandalose e ingiuste nella storia recente della F.1. Non perché sia di fatto finita - giacché prima o poi tutto termina, a questo mondo -, ma, in particolare, per come si è svolta e per come, in realtà, il rapporto stesso non ha mai ottenuto coronamento alcuno, perché un quinto posto, due noni e cinque decimi in tre anni sono meno di quanto era logico pensare di raggiungere. Ma il pilota italiano non ha mai avuto la reale possibilità di crescere, d’esprimersi al meglio e di trovare persone disposte a credere in lui, nella squadra di Hinwil. Questo per vari motivi, nessuno dei quali imputabile alle responsabilità di Bon Giovi, o al suo comportamento in pista o fuori.

Giovinazzi abbandonato a se stesso

Tanto per cominciare, Antonio è stato fin dal primo momento più sopportato che supportato dal team, anche se le sue prestazioni sono state sempre più che dignitose, certamente contrassegnate da alti e bassi, ma mai sotto il limite dell’accettabilità. Il fatto di andare al passo di Kimi Raikkonen, se non, sul giro secco, spesso pure più veloce, non può certo essere considerato un punto di demerito, vero? Eppure il clima non è mai stato ideale, l’aria sempre freddina se non gelida e l’atteggiamento medio della dirigenza verso di lui dal tiepido al polare. Di più. L’avete mai sentiti i team radio tra Antonio e il suo muretto? Mai un incoraggiamento, un motivational, mai e poi mai un attestato di stima, un pizzico di tifo o lo straccio di un sostegno psicologico gridato, carezzevole o fin solo sussurrato. Niente di tutto ciò. Semplicemente, delle comunicazioni unilaterali, impiegatizie, asettiche e secche, al punto che è possibile trovare più entusiasmo nel carteggio con un ingegnere del catasto. Poi c’è l’aspetto della sfiducia di fondo. Per esempio, quest’anno la più bella occasione che si è presentata - a oggi -, ad Antonio è stata nel bagnato Gp d’Ungheria, a conti fatti una delle rarissime occasioni a vantaggio dei non top team per ottenere qualcosa, vedi Ocon vincente su Alpine. Ebbene, il pilota italiano si presenta tentando la carta del gioco strano, calzando gomme slick, ossia da asciutto. Pronti-via, succede il parapiglia e arriva la bandiera rossa che stoppa tutto. Si rientra in pista dopo che la situazione è tornata praticabile e a questo punto Antonio chiede di mantenere l’azzardo delle gomme slick, perché lui sente che può pagare, ne è sicuro, ma la squadra gli dà torto e prende un’altra strada. Peccato, maledizione, perché è stato dimostrato che se Bon Giovi fosse partito al secondo via dell’Hungaroring ancora con le slick, più avanti sarebbe andato in testa per un buon numero di giri, presumibilmente portando a casa punti molto, molto pesanti. Niente di tutto ciò. Con lo scorno finale di un beffardo tredicesimo posto al traguardo.

Strategie sbagliate e rimpianti

E non è questo l’unico grande rimpianto dell’anno, visto che tutte le volte - specie nelle occasioni in cui la corsa ha subìto un imprevisto o una situazione tale da creare inconvenienti o variabili improvvise -, puntualmente le scelte tattiche del team hanno finito quasi implacabilmente col penalizzarlo. Ormai è proverbiale notare che tutte le volte in cui Antonio, come in Messico, si ritrova davanti grazie a un avvio brillante quanto propizio, poi arrivano tattiche incredibilmente autolesionistiche a farlo fermare nel momento più sbagliato per poi vederlo ripartire intruppato malamente e senza rimedio nella pancia del gruppone. Roba assurda, al limite del vergognoso e del deprimente, per un pilota di F.1, che fa della reciproca fiducia del team e col team una delle armi più imprescindibili del suo viatico. Poi, per carità, il complottismo è sempre una brutta spiegazione, quindi tanto vale provare a capire la realtà in modo più sereno, cioè questo che segue. Come noto, le tattiche di gara dei team non vengono scelte da geni ma in genere individuate dai software. Ebbene, per quanto riguarda il team Sauber, guarda caso, tutte le volte in cui si seguono le indicazioni del software i risultati sono decenti e regolari, mentre quando al software bisogna sosituire una tempestiva scelta delle persone del muretto, causa mutate condizioni di gara - pioggia improvvisa, incidenti ecc ecc -, le strategie per Antonio diventano strane, contorte e quasi punitive. Poi, ovvio, c’è l’aspetto psicologico. Dichiarazioni di stima nei suoi confronti, il team ne ha fatte poche e col contagocce. In compenso, da mesi si parla dell’esigenza Sauber di far quadrare i conti e di guardare con favore l’arrivo di un pilota pesantemente pagante, in grado di saldare i conti e di alleggerire la pressione di bilancio. Con una situazione del genere, è chiaro che corri con la pena addosso, se non con un pizzico di disgusto, anche se a guardare come si comporta Antonio in pista vien da lodarlo per il contrario, perché resta un bell’esempio di consistenza e fiducia ben riposta, stando a fatti e cifre. Non a caso in occasione del Gp del Brasile ha ottenuto il ventunesimo arrivo consecutivo sotto la bandiera a scacchi - contando anche le ultime tre corse della scorsa stagione -, a dimostrazione di una regolarità e di una sua affidabilità di fondo assolutamente degne di nota. Parallelamente la squadra continua a distinguersi per lo scarso mordente tecnico, per una macchina poco competitiva e per un livello medio d’esperienza non all’altezza del compito.

L'unico colpevole

Però, alla fine, le colpe le paga solo Antonio Giovinazzi, mentre pare che Kimi Raikkonen abbia deciso di piantarla lì fin dall’inizio della stagione, parlando poco niente a Vasseur e badando solo ad arrivare a fine contratto, tappandosi il naso. Tutto questo accade in un team che meno stabile non potrebbe essere, visto che Mister Tetrapak - per la cronaca il 54esimo uomo più ricco del mondo - il quale indirettamente lo controlla sta badando soprattutto a far cassa, andando a pesca di un pilota cinese, Guanyu Zhou, già terzo uomo Alpine, in grado di portare trenta milioni di dollari, grazie all’aiuto della sua federazione, che ha reperito un budget tale molto probabilmente anche evitando di mettere sponsor, in macchina l’anno prossimo. Anzi, non solo Giovinazzi resta il solo a pagare le pecche del team Sauber, ma per tutta la stagione in corso si è trovato nell’incredibile ruolo di essere messo in condizione di non figurare bene, perché un eventuale colpaccio nelle zone patrizie della classifica avrebbe blindato la sua posizione e non era questo ciò che la dirigenza Sauber voleva. Dio, che tristezza.  E a questo va aggiunto che il marchio Alfa Romeo e il rapporto di fornitura in atto di tecnologia di marchio Ferrari non consentono di fatto di influenzare stili, scelte e politiche della squadra di Hinwil, a tutti gli effetti libera di fare ciò che vuole.

Il peso della Cina

Tanto più se in armonia con i voleri e i piaceri di Liberty Media, che in Cina tornerà a far disputare Gp volentieri e con programmi pluriennali. In tutto questo ingranaggio Antonio Giovinazzi sembra essere eiettato fuori dalla F.1 in modo non bello, non equo e non rispondente a criteri di meritocrazia e ai valori espressi in pista. E questo per lo sport italiano, per gli appassionati di casa nostra e per la stessa F.1 tutta, è un danno immenso. Pensando al quale non resta che lanciare non solo un bengala ma anche un grido di protesta e di dolore, perché, come dice il Presidente Aci Sticchi Damiani, è un peccato trovarsi senza piloti tricolori nel Circus, proprio ora che per anni ci sarà la possibilità di avere in simultanea due Gp nostri. Fatto sta che a oggi, la sola cosa certa per il futuro del buon Antonio, è ricevere entro fine anno il Premio Michele Alboreto da parte del Le Mans Model Fan Club. Sperando che, oltre a risarcirlo idealmente dei grandi torti subiti, gli sia di buon auspicio per il 2022. Anno in vista del quale il suo manager Enrico Zanarini sta lavorando a un piano B, per non finire in serie B. Speriamo bene, ma che rabbia...

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