Con Hamilton in F.1 torna l’Uomo

Con Hamilton in F.1 torna l’Uomo

Lewis in questo finale di mondiale sta tirando fuori l’anima, affascinando non solo i suoi fans ma anche chi non l’ha mai apprezzato troppo...

29 novembre

Comunque vada, una cosa è certa: in F.1 siamo magicamente tornati - probabilmente per poco, ma godiamocela finché dura -, in piena Dimensione Uomo. Perché questo è il mondiale più Piloti e meno Costruttori della storia della Formula Uno. Mai come stavolta è l’Uomo a farla da padrone, alla faccia dei marchi, delle corporation e dell’importanza tendenziale e straripante del mezzo e del package sul fattore driver. E su tutto e tutti sta lui, Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo.

Hamilton, pilota dei record

L’uomo dalle cifre più stellari nella storia dell’automobilismo di tutti i tempi, con sette titoli mondiali esattemente come Schumi, ma con 102 Gp vinti, altrettante pole position e 180 podi a rendere ineguagliata la faccenda. Cifre che, detto tra noi, ho sempre visto e for ever guarderò con pacato e smosciante scetticismo, perché gran parte di coppe e bandiere a scacchi Lewis l’ha vinta col beneficio della mutua.

In fondo, in piena era turboibrida, fino a quest’anno la superiorità Mercedes è stata talmente esondante che per ghermire gare e iridi Hammer ogni volta si è limitato a battere il compagno di squadra, che si chiamasse Rosberg o Bottas poco sposta, visto che gli altri erano sideralmente staccati o solo episodicamente e mai continuamente e fino all’ultimo pericolosi.

In altre parole, in sei dei sette titoli vinti Lewis Hamilton più che pilota top di F.1 è sembrato campione del mondo di scacchi, che per conservare il trono iridato si deve limitare a battere uno e un solo avversario che gli si pone davanti, al meglio di un certo numero di partite. Tanto che andare a rapportare, suonando la grancassa, cifre, numeri e percentuali di Lewis con quelle di Fangio, Stewart o Clark sarebbe ed è un delitto culturale, logico e strutturale. Lui è lui, gli altri sono gli altri. Punto. Rispetto per tutti.

La stagione più complicata

Però arriva il 2021 e la stagione si complica, racconta una storia diversa e intrigante, con una Red Bull-Honda stracresciuta, una Mercedes che spesso resta sul colpo, va un po’ nel panico ed ecco che la faccenda cambia tutta. Perché si arriva all’ultimo quinto di campionato con Max scatenato e la Stella a Tre Punte in difesa, in clinch, con una variabile inattesa, fantastica, commovente e sommovente a cambiare ancora una volta le carte in tavola. Lui. Lewis Hamilton. Parliamoci chiaro, sarò diretto e poco buonista: a me Hammer da una vita come personaggio e stile piace poco e lascia perplesso.

Il rapporto con media e avversari

Mediaticamente mi sa di furbetto, svolazzante, poco rettilineo e un tantino paraculo, visto che ogni volta non dice ciò che pensa ma ciò che va detto per indirizzare pressione sul rivale di turno, facendo la miglior figura possibile. Agonisticamente pure, perché, a differenza di altri, ha l’avvedutezza di collocarti in difficoltà senza fare nulla di plateale e di metterti molto spesso nelle condizioni di sbottare senza mai darne l’impressione di volerlo o provocarlo.

Oltre che a Verstappen, chiedere conferma anche a Vettel, giusto per non sbagliarsi. Pure stilisticamente, ma qui si va sui gusti personali - quindi mentre scrivo mi do torto da solo relativizzandomi ma non per questo cambio idea -, perché a me il campioncino tutto leccato e fighetto, col personal shopper, tatuatissimo, modaliolo, fashion victim, very in, mai out, molto rock, party oriented, sofisticatissimo, very chic, rappato, col capello oltre che rastato pure trapiantato, mi fa un pochino cadere le palle e non solo degli occhi. Perché per me e forse non solo per me il top driver deve essere un duro e un puro che tutte ste smancerie se non le fa è meglio. Riga. E poco chiasso. Fino ai bassettoni di Fittipaldi sopporto, le quaranta Gauloises di Depailler mi esaltano, la pelata con accenno di riporto alla Hulme mi manda in estasi ma il fare delicato, efebico, da essenza fruttata e limited edition di Hammer non equivale alla mia poesia idealizzata di diavolaccio del volante che imprecando, rischiando e tenendo giù il piede, sfida la vita e la morte ritenendole due facce della stessa impostura. Bene. Ma non finisce qui, perché poi c’è il supplemento di realtà.

Lewis all'attacco

L’escrescenza di questo ultimo mese caldo di mondiale, che regala un Lewis diverso, a viso aperto, disperatamente, irriguardosamente, meravigliosamente e supinamente all’attacco, contro tutto e tutti. Ormai scevro da buonsenso e braccino dialettico, completamente proteso a tenere giù il piede, a cercare l’impresa col cuore in gola e a provare a menare senza più tenere la guardia alta, consapevole che ormai tattiche, furbizie e ghirigori non servono più. Dai, la mia, allora, diventa un’ode strana al campione mai amato che all’improvviso suscita immenso, infinito rispetto, dandomi - e francamente penso non solo a me ma a tutti voi, ecco perché con voi stessi mi confido, sennò ste cose le terrei solo per me -, anche emozioni inattese e sensazioni mai provate.

Quanto vale il mezzo

Fifty fifty, disse Niki Lauda a metà Anni ’70, scandalizzando il mondo della F.1 e sottointendendo che ormai l’importanza dell’uomo era solo metà, rispetto a quella del mezzo a lui affidato.

Da lì in poi la tendenza logico-culturale della valenza tecnologica è andata aumentando di decennio in decennio fino a che Allison della Mercedes (ed ex Ferrari) è arrivato a sostenere che ormai l’incidenza del mezzo è calcolabile fin oltre l’80%, non incontrando alcun oppositore dialettico neppure tra i piloti più bravi e determinanti, i quali tacendo han fatto silenzio-assenso, come insegnano agli esami di diritto amministrativo.

L'uomo conta

Bene, la notizia vera e certa di questo fine 2021 invece è un’altra. Una sola cosa è sicura ma bellissima, poetica, entusiasmante, mentre scrivo queste righe: comunque vada a finire questo campionato, Lewis Hamilton ha spiegato e sta spiegando al mondo che l’uomo conta ancora tanto, tantissimo, infinitamente. Sorreggendo praticamente da solo le sorti della Mercedes e andando a riaprire una lotta per l’alloro mondiale che sembrava ormai archiviata in favore dello scatenato, freddissimo e apparentemente inarrivabile Verstappen al volante di una Red Bull mai così ben spinta dalla power unit Honda.

Sì, da qui in poi potrà capitare di tutto, ma mi sa che la cosa più bella di questo mondiale resta e resterà la doppia rincorsa di Interlagos vorticosa, trafelata, folle, bambina, dionisiaca di Lewis Hamilton al destino, dall’ultima posizione del Granpremietto del sabato alla prima del Gran Premio di domenica. Verissimo, aveva un motorone, ma senza anema e core quelle cose non le fai mica.

Perché, tra l’altro, non è ancora stato progettato motorone al mondo in grado di mandarti a prendere e sorpassare Verstappen senza andare in angina pectoris o farti uscire gli occhi dalle orbite. Perché Max, che spietato lo è sempre stato, adesso è molto più di uno sniper, di un tiratore scelto e di un letale predatore capace di farti più male quando è in difesa rispetto a quando si pone all’attacco.

E poi rimarrà da antologia la rincorsa di Losail, con Hamilton stavolta dotato di un motoretto vecchio e quasi stracco, che prende e saluta la compagnia da subito, involandosi sino alla bandiera di fine gara. Bang-bang, Brasile-Qatar e tutti zitti.

Con differenze siderali rispetto al compagno di squadra Bottas e nessuna possibilità concessa a Max, finito nei guai per una doppia gialla agitata e ignorata, con tanto di sacrosanto penalty in griglia. Insomma, l’Hamilton di questo fine stagioine non ha niente del solito Hamilton, un Lewis così non si era mai visto: sembra l’essenza ultima, la metamorfosi bella in grado di rendere ancora più unica, preziosa e indimenticabile questa sfida iridata. Conferendole una magia speciale, tanto che ormai, su, diciamolo perché è ora, un eventuale trionfo iridato di Hammer a queste condizioni diventa sopportabilissimo se non piacevole assai anche a chi e per chi Lewis manco lo tifa da una vita.

Come Ali a Kinshasa

Un mese e mezzo fa ho scritto che questa per Hamilton è una sfida iridata che somiglia a quella epica e sublimante del suo idolo Muhammad Ali a Kinshasa contro il più giovane, freddo e devastante George Foreman. Ebbene, non solo lo penso ancor di più, ma aggiungo anche che, incredibilmente, gli sviluppi della lotta mi fanno pensare che ci si stia in qualche modo avvicinando a quella fatidica ottava ripresa in cui Ali, dopo aver fatto sfogare il rivale con bordate terribili per tutto il match, finalmente sorge come un cobra e lo punge una, due, tre volte senza appello, mandandolo irrevocabilmente al tappeto mentre il mondo - leggi un miliardo di spettatori in cronaca diretta - strabuzza gli occhi, si stupisce e comincia a piangere di commozione.

Ecco, francamente non siamo ancora a questo ma in una zona magica che evoca sentimenti simili, che li attende lasciandoli presagire. Con l’alternativa che se fosse in realtà Verstappen a tenere botta e ad aggiudicarsi il jackpot vincendo lui il titolo, mai sconfitta hamiltoniana sarebbe più onorevole, magnetica e capace di attirare comunque consensi, solidarietà, affetto, stima e financo l’amore di chi non l’ha mai amato.

Grazie Lewis

Per questo, da non hamiltoniano dichiarato, qui e ora, vorrei dire, a prescindere dall’esito definitivo di questo cimento, sì, gradirei dire, sinceramente, grazie di cuore, Lewis. Andando oltre tutto, e perfino oltre te stesso e il modello - o il fotomodello - che ti sei imposto d’essere fino a poco fa, stai dimostrando d’avere una spina dorsale meravigliosa, delle capacità mentali, agonistiche e caratteriali da star del volante, anche a prescindere dal tuo mezzo e dall’importanza del team, andando a ristabilire e a riequilibrare almeno per una volta, almeno per stavolta, il rapporto di incidenza tra Pilota e macchina che s’era compromesso a detrimnento del fattore umano già quasi mezzo secolo fa.

Ed è questa la scoperta, la novità più bella di questo anno di F.1 così particolare e inaspettato. Ci volevano abituare a fare bilanci come ragionieri del catasto, a sparare cavolate col pallottoliere, a gioire per numeri insulsi di pole, vittorie e iridi, quando invece i conti si fanno in realtà con l’Umanesimo e con l’Uomo, col fattore cuore, con la capacità che raramente e preziosamente si mostra. Spiegando che non v’è pezzo di carbonio o unità endotermica o green oriented utile a sostituire la sinfonia del genio che sprigiona da un campione vero. Da un pilota che probabilmente in questo momento sta sorprendendo perfino se stesso, trovando nelle grotte della sua anima nuovi e mai censiti forzieri da aprire, gemme ancora da investire e tesori inaspettati da esporre al mondo per finanziare la sua guerra verso l’ottava iride. Sarà il primo e unico mondiale che si chiuderà con tre gare in notturna, una sfida noir, singolar tenzone in cui luci e ombre s’alterneranno a creare giochi fino all’ultimo strani, insusitati e abbacinanti, però Lewis Hamilton qualcosa lo ha già regalato cash, solo per i nostri occhi.

Grazie a lui e con lui, l’Uomo è tornato al centro dell’universo nel e del Motorsport e segnatamente della F.1. Che sia o sarà un Lewis alla fine vincente o perdente, poco importa: la sua poesia l’ha già recitata e non sarà mai più dimenticata da nessuno di coloro in possesso d’abbastanza anima da metabolizzarla. Nell’era dei grandi poteri, dei piloti anche ideologicamente eterodiretti e semi-burattini e dei campioni sottomessi al volere e alla potenza delle grandi Case e financo alle loro prestazioni in pista, ai cavalli vapore e alle straripanti downforce, Lewis Hamilton spiega e rispiega che l’Uomo deve e può. Che le pure, purissime qualità personali spostano ancora, a prescindere. Forse al punto da vincere un mondiale e in ogni caso, come minimo, di riaprirlo a due gare dall’epilogo. E, ancora una volta, la sua è anche la lezione dell’immenso Muhammad Ali quando, nella parte matura della carriera, amava dire: "Resto sul ring per lanciare il messaggio più bello tra quelli che io possa inviare: continuo a combattere per insegnare all’uomo a non arrendersi mai".

Perché Hamilton ha già vinto

Questo, qui e ora, Lewis Hamilton è. Pilota non più troppo personaggio, ormai raffinato, spogliato dalle forme, dalle mode e dagli orpelli, che canta una melodia dolce che non ha più neanche bisogno di vincere, perché eroica lo è già. Non esitono motori o motoroni in grado di fare di meglio di ciò che hai dimostrato di saper fare, Lewis Hamilton. La tua battaglia l’hai già vinta, riportando un meraviglioso essudato d’umanità in questo infame mondo tecnoelettronico e tecnocratico della F.1. Vedremo chi prevarrà tra te e Max, claro que sì, il resto e ciò che ci attende son solo belle cose e simpatiche statistiche; il senso di tutto è che purtroppo uno dei due dovrà perdere e chiunque sia a dover cedere, sarà ingiusto e farà male contemplare il suo sguardo deluso, perché mai come ora questo confronto infinito meriterebbe un pari merito, l’ex aequo tranquillizante e paradossalmente premiante in senso plenario. Intanto però, filosoficamente e agonisticamente, nella secolare sfida tra uomo e macchina, per la prima volta in cinquant’anni, il confronto tra il mezzo tiranno e l’homo faber, ovvero l’Uomo orgogliosamente artefice del proprio destino, lo hai già vinto nettamente tu, Lewis Hamilton.

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