Ce ne fossero, di Helmut Marko!

Ce ne fossero, di Helmut Marko!

Cerca supercampioni e li trova. E vince. What else?

18 luglio

Perché tutto questo timore e disgusto per Helmut Marko e il suo metodo ultraselettivo? Qual è il problema, quale l’errore, dove s’annida la sua presunta colpa? Helmut Marko è plenipotenziario Red Bull da oltre venti anni. Il che fa di lui l’uomo che ha gestito e gestisce il più grande capitale mai messo a disposizione in tutta la storia delle corse per scovare e incentivare giovani talenti. Attenzione: non per spremere soldi a babbi gonzi, come fanno altri, ma per verificare la classe di possibili futuri supercampioni.

Il metodo Mako

Con lui e grazie a lui Red Bull ha dato via a un metodo, a una filosofia e anche a una visione nuova e priva di precedenti strutturati. Quella d’ andarsi a prendere giovanissimi talenti, contrattualizzarli a lungo termine, allevarli e quindi lanciarli, dandogli una chance vera di sfondare davvero. Ma i bravini in fondo non interessano: RBR cerca i bravissimi. Gli eletti. I super. Il resto è molto semplice: o sfondi o ti sfondi, punto. Non ci sono vie di mezzo. Se vali e ottieni risultati, vai avanti, se fai errori e t’areni, te ne vai. E uno sbaglio è poco, ma due sono troppi. Marko è un martello, un pungolo, l’angelo motivatore che da un momento all’altro è pronto a trasformarsi nel demonio che ti urla in faccia i tuoi limiti e il dovere di superarli e migliorarti prima possibile, a pena della fine della favola che stai vivendo. Marko è il professore asettico e spietato che ti può condurre alla laurea cum magna laude oppure a smettere di studiare per fare il pizzaiolo. Ma anche se diventi pizzaiolo, dipendesse da lui, poi una sera verrebbe trovarti alla Bella Napoli per criticarti ove ti vedesse mettere poca salsiccia nella capricciosa, perché il senso di tutto è sempre compiere al meglio, massimamente bene, tutto quello che nella vita ti trovi a fare.

Un mangia talenti?

Marko viene considerato mangiacristiani, abbruciabimbi, killer rasoiato di piedidolci, ma le cose non stanno così. La verità è che in due decenni sotto le mani di Herr Doktor sono passati e passano decine e decine di bimbetti spesso altezzosi e il più delle volte insopportabilmente montati, guarniti quasi sempre da genitori insostenibili e invadenti, straconvinti di avere per le mani un supercampione premiliardario. Marko da sempre fa quello che un ipotetico apparecchio misuraclasse dovrebbe fare, ovvero riconoscere e separare i velleitari dai meritevoli, i patetici bluff dai pochissimi concreti, i rarissimi campionissimi da quelli dotati di un semplice talentino piccolo piccolo. E per portare a termine fino in fondo il suo compito Marko mette pressioni, crea target ansiogeni, spreme adrenaline, spiega chiaramente che non ci sono chance a dismisura né prove d’appello, perché poter dare possibilità a tanti, tantissimi, vuol dire anzitutto avere poco tempo a disposizione per spremere il massimo. Dal kart alla F.1, poco importa. Dalla prima curva di Pomposa a Eau Rouge. Helmut Marko non è la mutua, ma uno che ti cambia la vita solo se sei supercampione. Con lui non serve arruffianarsi, leccarlo, dargli ragione, blandirlo, spedirgli forme di formaggio o regalini vari. Di papà ricchi pronti a farlo d’oro ne avrebbe a migliaia ma lui guarda dritto all’obbiettivo. Non vincere, ma stravincere. Non selezionare un futuro campione del mondo, per quello son buoni tanti: no, il target è tirare fuori uno che a neanche trent’anni possa aver vinto quasi i titoli di Fangio, tutto il resto è tempo perso.

Perché non ha mai sbagliato

La sporca verità? Helmut Marko nel suo ruolo non ha mai sbagliato. In vita sua ha creduto davvero solo su Sebastian Vettel e Max Verstappen, che in due hanno già sette titoli mondiali in berta, perché il 2003 lo considero già ragionevolmente bell’e assegnato. Piuttosto è da dimostrare il contrario, perché mai un supercampione scoperto da Marko è riuscito a vincere un titolo senza correre per la Red Bull, il che è tutto dire. Quindi, per tirarla corta, lasciatelo stare, a Helmut Marko. Anzi, fategli il monumento. Primo, perché ne capisce terribilmente, di piloti e, soprattutto, d’esseri umani. Secondo, perché è uno che va avanti per la sua strada senza sentimentalismi o deviazioni partacciare, ma badando solo al sodo. Terzo, perché l’austriaco è e resta un meraviglioso e sciamanico esempio di tutto ciò che noi tutti nella nostra vita purtroppo non incontreremo mai. Dai, in fondo l’universo mondo, Marko a parte, il più delle volte è fatto all’italiana. Una strizzata d’occhio, mezza simpatia, una facezia, due prosciutti a chi comanda e si va avanti. Per dirla alla Ennio Flaiano, per gli italiani l’inferno è quel posto ove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo. Con Helmut Marko questo non vale. Lui ti dice fin dove puoi spingerti e quando è arrivato il momento di scendere dalla giostra, anche se ti stai divertendo e papà sarebbe pronto a comprarti ancora tanti gettoni. Vedete, sinceramente penso che non solo dovremmo smettere di criticare uno così, ma, al contrario, sarebbe bene prenderlo a modello e auspicare l’esistenza non solo nel nostro sport preferito ma anche nella nostra vita di uno, cento, mille Helmut Marko. Milioni di bilance asettiche, attendibili e qualificate, in grado di spiegarci ogni volta esattamente e spietatamente il nostro reale valore e fin dove possiamo sperare o sognare di arrivare.

Il ricordo di Liuzzi

Proprio nelle pagine di questo numero Tonio Liuzzi, una delle prime scoperte di Helmut, spiega in modo sincero il metodo diabolicamente onesto del suo ex precettore: «Helmut Marko quando s’incazza sa farsi sentire. Il suo approccio alle cose è semplice: adora il pilota che sa spingere al limite ma non sopporta che vengano commessi errori. Se dai tutto te stesso, okay. Se mentre lo fai commetti errori, be’, lui si arrabbia molto e con te arriva al punto in modo molto diretto. Con me le cose sono andate quasi sempre bene, ma quando è stato il mio turno, anche io ho sperimentato la medicina amara, ma sempre in modo sopportabile e con rispetto. Però ho anche visto Marko all’opera con altri, che riusciva a far diventare piccoli piccoli...». Claro? Marko adora chi si spinge oltre il suo limite, ma odia chi fa errori. Perché lui stesso, nel suo ruolo, non ne ha mai fatti. E chi tratta se stesso alle stesse condizioni con cui giudica gli altri, può sontuosamente permettersi di fare quello che fa.


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