È la F1 più pallosa nella storia dell’umanità

È la F1 più pallosa nella storia dell’umanità

Il guaio non è il dominio di Max ma le regole limitatrici che rendono impossibile la reazione dei rivali

24.07.2023 09:27

Dominii, dittature, monologhi e monocolori son sempre esistiti, in F.1, sissignori, e non è una novità. Questo è uno sport semplice: se vai di più degli altri e non rompi mai, vinci sempre. Poche storie. In altre parole, l’appassionato di media esperienza sa benissimo che l’automobilismo, in genere, è una disciplina nella quale lo strapotere dei forti, quando son fortissimi, è praticamente intangibile e invulnerabile.

I cicili dominanti della F1

E per certi versi la storia della F.1 è in gran parte segnata da cicli vincenti monocratici, a partire dall’alba con le favolose Alfette 158 e 159 per proseguire con la imbattibile Ferrari 500 di Alberto Ascari fino a culminare - e ne salto tante, di dominazioni, perché questo non è un messale ma un articolo - con la insopportabile McLaren dei record del 1988, la Mp4/4 turbo Honda di Gordon Murray, bucata solo a Monza da un doppiaggio mal riuscito (il 1988 fu stupendo, in verità, col derby interno e incertissimo Prost-Senna), fino alle sublimazioni del prevalentemente noioso quinquennio Schumi-Ferrari, seguito dal poco entusiasmante quadriennio Vettel-Red Bull e confermato dal settennato turboibrido Mercedes col 6+1 di Hammer & Rosberg, al quale fa seguito, forse fine pena mai, l’era Verstappen-RBR.

Il vero problema della F1

Insomma, gira gira, seguire i Gp per chi li guarda può essere uno sport noiosamente estremo, perché quando c’è un dominus si assiste a quasi due ore di gara più vuota e scontata di un pornazzo nel quale son tutti vestiti da capo a piedi con le ignifughe. Bene. Non è un problema. Anzi, non è il vero problema di questa F.1. Perché il dominio o lo stradominio in sé di qualcuno non è mai il male, ma, al contrario, il più delle volte un meritocratico e legittimo verdetto, tutto da rispettare. Anzi, per me chi domina e impera è sacro. Altroché. Ne potrebbe vincere anche mille, facciamo duemila, di gare consecutive, e le sopporterei tutte, perché ritengo zavorre, handicap o BoP dei rimedi criminali e peggiori dei mali che vorrebbero combattere, visto che introducono una sorta di comunismo sciapo e deprimente, per cercare di mitigare il turbocapitalismo annichilente dei più meritevoli e forti in pista. No, dopo gare pestilenziali come il Gp d’Ungheria 2023, dalla trama soffocante, monocorde e scontatissima, nel quale sin dalla prima frenata appare chiarissimo dove s’andrà a parare, s’avverte chiaro il male nuovo e letale della F.1 d’oggi, quella del terzo decennio del terzo millennio, anno settimo nel pontificato di Liberty Media, e si capisce che risiede altrove.

Questa è la F.1 più pallosa nella storia dell’umanità non perché vince sempre lo stesso, ma visto che i rivali non sono messi in condizione di difendersi. Anzi, restano inchiodati per regolamento e decreto, del tutto inermi, a prendere botte, schiaffi e simbolici sputi, sino alla fine dei tempi. Anche perché mai come oggi s’era assistito e si assiste a una F.1 che vieta test, calmiera implacabilmente il numero degli sviluppi e di fatto sega col budget cap ogni possibilità di corposo investimento riparatorio. Peggio. Col freezing su base pluriennale non sarebbe neanche possibile recuperare più di tanto di cavalleria, mentre sul versante progettuale gli imposti micromargini regolamentari di creatività rendono impossibili colpi d’ala, botte di genio o intuizioni newtoniane capaci di sovvertire completamente e improvvisamente i valori in campo.

Vado oltre. Lo stesso mercato piloti - visto che la capacità umana spostandosi potrebbe creare nuove opportunità e sovvertire l’ordine costituito -, a sua volta di fatto è cementificato, perché alla voce driver tutte le figure apicali ormai sono imbullonate con contratti quasi a vita nei rispettivi abitacoli, pronti a essere sciolti solo quando i big, un po’ invecchiati, non vanno più un cavolo.

F1 vittima, ma di sé stessa

La F.1 di oggi, quindi, è vittima dei suoi stessi meccanismi perversi, ossia del fatto d’aver creato solo limiti, limiti e limiti, anche sull’asfalto e in gara: impeding, unsafe release, track limits, penalty a go-go, schieramenti partoriti il giorno dopo e classifiche vidimate il mese successivo, oltre a mondiali decisi l’anno seguente, al termine di ragioneristiche maratone per verificare budget cap, eventuali violazioni e risibili sanzioni. In altre parole, lasciate stare le dittature di Andretti, Mansell, Schumi e chicchessia, ovvero gli strapoteri di Lotus 79, Williams targata 1992 o Ferrari by Rory Byrne, perché in quei casi gli avversari potevano - e lo fecero -, presto o tardi sovvertire lo stato dei fatti e ribaltare la situazione tramite test esasperati, progetti nuovi, cicli alternativi, fermenti di progettazione, mercato e sviluppo che ad oggi, fateci caso, sono tassativamente imbrigliati e di fatto vietati. Perché a forza di proibire tutto, ossessionata da questa sorta di teocrazia assembleare del non si può fare, non si può spendere, non si può studiare, non si deve rischiare, non devono entrare neppure nuovi iscritti, non si può osare, non si può sperimentare e si deve sviluppare solo col contagocce, la F.1 d’oggi mette in condizioni chi svetta di restare a tempo indefinito sulla cima conquistata. E quando, come in questo caso, squadra migliore, progettista top e pilota più forte coincidono, allora sono propulsivamente razzi amari, perché dovremo sorbettarci lo stradominio di Max, di Newey e della Red Bull chissà per quanto, fin quando si stuferanno loro. Per questo quando leggo e sento dire che questa è la F.1 dei pienoni, dei grandi numeri, dei soldoni e degli eventi in location da favola, mi viene da ridere e piangere. Di conti ne faccio altri e meno quattrinari.

Rischio collasso

Questa F.1 non permette ai rivali di lanciare controffensive sportivamente e tecnologicamente aggressive e devastanti verso chi domina. Visto che murando spese, prove, evoluzioni, iniezioni di cavalleria, contratti di piloti e imbastardendo sempre più i circuiti, tilkizzandoli, è stata creata una specie di atmosfera sospesa, di mondo intoccabile e di realtà malinconicamente congelata, con una scala dei valori ibernata. In cui chi vince e mena è messo in condizione di tirare milioni di cazzotti consecutivi e chi li prende, per decreto, può solo rassegnarsi a subirli e zitto. Quasi trenta volte a campionato. Avendo l’unica speranza, questa sì, che, una volta all’anno, chi domina sbagli progetto e perda terreno, vedi Mercedes 2022-2023. Ma, cari padroni, signori, soci e compartecipi proquota del sistema F.1, non vi fate neanche un pizzico di pena e vergogna per la palude che avete creato, infognando a tempo indefinito quella che era una delle più belle, aperte ed emozionanti discipline sportive del Pianeta Terra? Davvero siete capaci di guardare solo il cassetto e contare mazzi di banconote carezzando le palandrane agli sceicchi, ignorando che il sistema F.1, non avendo più reali trame da raccontare, alternative da far fiorire o nuove favole da proporre, rischia il punto di collasso?


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