Condanno Zandvoort 1973 e sto con Eau Rouge 2023

Condanno Zandvoort 1973 e sto con Eau Rouge 2023

Un anniversario che fa riflettere la F.1...

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31 luglio

È passato mezzo secolo esatto dalla scandalosa e agghiacciante morte di Roger Williamson, ribaltatosi in gara al 18esimo giro nel Gp d’Olanda 1973. Con la sua March che prende fuoco e nessun commissario che interviene, visto che non ci sono estintori né misure di sicurezza all’altezza, ma solo paramenti da operetta. Non si trova un sol uomo dell’organizzazione capace di muovere concretamente un dito né un campione talmente coscienzioso ed empatico da fermarsi, cercando disperatamente, con la forza delle sole braccia, di rigirare quella vettura orrendamente capovolta e in fiamme, col pilota intrappolato e destinato a un epilogo che ancora oggi, solo a pensarlo, fa provare indignazione e gelo rabbioso.

Il gesto di Purley

Lo sfortunato eroe del giorno diviene così David Purley, il solo dotato di abbastanza cuore, coraggio e palle da scender di macchina per tentare l’impossibile, lui che era stato parà e aveva fatto la guerra. Non servì, non bastò e l’esitenza del povero Roger, 24enne grande speranza britannica, svanì tra le lugubri volute di fumo sprigionatesi dalla curva dopo Tunnel Oost e Panoramabocht, nella veloce e tecnicissima sezione di Hondenvlak. Una morte in diretta Tv mondiale, nella piena e quasi totale indifferenza del Circus.

La presa di posizione di Autosprint

Il grande Marcello Sabbatini su Autosprint parlò non a caso di “Domenica dei Vigliacchi”, decidendo di conferire un premio speciale all’immenso Purley, in occasione dei Caschi d’Oro di fine anno, quando la presenza in sala dell’eroe britannico propiziò un’ovazione commovente. Tale da scatenare nei presenti finalmente brividi buoni, rimuovendo quelli ghiacci della insostenibile domenica di di Hondenvlak. Purley, la cui vita fu tutta una partita a scacchi con la morte e il rischio, come il cavaliere nero di Ingemar Bergman, trovò poi la morte nel corso di un’esibizione di aviazione acrobatica nel 1985, mentre era alla cloche del suo piccolo aereo. Passando alla leggenda come pilota non imbattibile ma uomo meravigliosamente simbolo di coraggio, altruismo e filosofia portata consapevolmente e orgogliosamente all’estremo. Bene.

Cosa è cambiato dopo 50 anni

Mezzo secolo dopo in F.1 cosa resta di tutto ciò? Tanto e niente. Un ricordo intenso e ineludibile per chi ha vissuto o studiato quel momento di storia e anche un senso di straniante consapevolezza nello stilare qualche considerazione a mo’ di bilancio. Passati cinquant’anni, per ironia della sorte, un weekend maledetto dal fuoco si trasforma in un fine settimana nel quale s’invoca l’acqua, in Belgio, per cercare di mitigare il dominio di Max, un ragazzo tra l’altro nato formalmente in Belgio, a Hasselt, ma bello orange di cuore, per cultura e nell’anima. Tanto da trasformare - e questo nel 1973 non si sarebbe mai detto -, l’Olanda stessa nel Paese guida a livello di race fans nel campionato mondiale e anche di circuito modello, con una Zandvoort accorciata, dimezzata e insciapita ma finalmente puntellata e puntinata da postazioni di sicurezza impeccabili e da un’organizzazione splendida. Con una F.1 non più trafitta da pericoli evitabili e sciocchi e tracciati potenzialmente assassini, ma, al contrario, ricca, ricchissima, telesparata, bonificata, stravaccinata e quasi espiantata dal rischi ma anche dallo spirito meraviglioso di piloti come Purley. Tante cose sono andate perdute, insomma, dalla squallida e tragica Domenica dei Vigliacchi e meno male. Quel giorno vinse Jackie Stewart su Tyrrell, 34enne futuro tricampione iridato, destinato a ritirarsi a fine stagione, perché stufo della morte dei colleghi. Ultimo dei quali il caro Francois Cevert, decapitato da uno dei rail assassini di Watkins Glen. In Belgio 2023, invece, vince un altro futuro tricampione, mister SuperMax, il quale è benignamente consapevole che rischia di più quando va in austrada che non durante un dominabilissimo Gp di F.1 a bordo della imbattuta e forse imbattibile Red Bull RB19.

La sicurezza: il destino di Spa

Quanto al dibattito sulla sicurezza, esso continua, com’è naturale e giusto che sia, giacché trattasi di principio tendenziale ad andamento asintotico. Ovvero, detto in termini meno trombonescamente cialtroni, la tendenza alla sicurezza è e sarà sempre più rassicurante, peraltro senza raggiungere mai la certezza assoluta di veder praticare finalmente uno sport del tutto innocuo. Anzi. Ed è così che, se il Circus lasciava Zandvoort 1973 nell’indignazione più piena, cinque decenni dopo se ne va da Spa con ancora nelle orecchie il dibattito in corso sull’opportunità o meno di mantenere in vigore Eau Rouge/Radillon nel lay-out estremo di oggi, oppure di intervenire estirpandone l’anima nera e cattiva, dopo le morti di Antoine Hubert in F.2 nel 2019 e del teenager Dilano van ‘t Hoff, il 1° luglio scorso, in F.Regional. Da una parte c’è la scuola degli abolizionisti, tra i quali spicca il cinese Zhou: «In quella parte del tracciato ho perso un amico, ossia Antoine, e penso sia giusto cambiare tutto e mettere una chicane lenta, perché il pericolo altrimenti resterà sempre. E non avrebbe senso prima o poi constatare un prossimo già ipotizzabile incidente irreparabile».

Dall’altra sta chi invece ormai, in un automobilismo ormai brullo, piatto e quasi del tutto disboscato dal rischio, vorrebbe invece tutelare e difendere uno degli ultimi simboli delle corse per duri e puri, feticcio estremo del piede a tavoletta, sposato filosoficamente al rischio consapevole.

Difendere il Motorsport

Misconoscendo che, quanto alla fine del povero van‘t Hoff, le colpe indirette, più che di Eau Rouge, sono di chi ha permesso un perfido shootout tra teenager all’ultimo giro di una gara promozionale bagnata, su un tracciato velocissimo e insidioso. Strana la vita, sì. In queste righe ricordo doverosamente la cosiddetta Domenica dei Vigliacchi e nello stesso tempo m’avvio a chiudere ’sto pezzo non più indignato per i rischi ma, paradossalmente, cercando di difenderne uno degli ultimi epici e meravigliosi baluardi. Perché secondo me non avrebbe senso piallare Eau Rouge come non ne avrebbe spianare il monte Bianco per gli alpinisti, vietare il mare alle regate in solitaria o il Tourist Trophy ai centauri.

Cinquant’anni dopo, una sorte inattesa e per certi versi beffarda mi fa stare dalla parte di chi il quasi estinto rischio nelle corse lo difende e lo tutela, affinché il Motorsport, da posto periglioso e malvagio che era, come a Zandvoort 1973, non si trasformi nel dopolavoro degli sfaccendati milardari, con la stessa bassa adrenalina degli scacchi subacquei. Una dolce carezza al ricordo di Williamson e Purley, quindi, unita al sincero e sicuramente non unanimemente condiviso augurio di veder sopravvivere ai neocensori una sezione probante, non buonista ma meravigliosamente sensazionale qual è quella di Eau Rouge e Raidillon.


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