Il peggior digiuno dello Sport italiano è quello dal mondiale F.1

Il peggior digiuno dello Sport italiano è quello dal mondiale F.1

Il 23 agosto saranno 70 anni dall’ultimo mondiale tricolore targato Ascari

Quelli del calcio hanno già i dolori di stomaco da mo’, per i rovesci ai mondiali della nostra nazionale, nel ciclismo del post-Nibali si gode assai meno di un tempo e nell’atletica e nel tennis le gioie arrivano a intermittenza.

Il digiuno più lungo

Però, se ben guardiamo, il più terribile, devastante, immeritato, lancinante e deflagrante digiuno dello Sport italiano, per quanto concerne una delle discipline maggiori a diffusione planetaria, è quello che riguarda il mondiale Piloti di F.1. Visto che il 23 agosto 1953 sono 70 anni esatti dal titolo vinto matematicamente da Alberto Ascari al volante della Ferrari 500, grazie al trionfo di tappa sul circuito svizzero del Bremgarten. In quel momento era passata più o meno una cinquantina d’anni dall’inizio delle competizioni automobilistiche e l’Italia era patria autorevole delle gare a motore e i piloti tricolori gli artisti non incontrastati ma indiscussi del volante.

La grande Italia dei motori

Con l’era Fiat garantita dagli epici Felice Nazzaro e Pietro Bordino, sulla cui scia s’era inserito Tazio Nuvolari, riconosciuto al di là e al di qua dell’Oceano come il pilota più forte del mondo. Sfidato e corroborato da Achille Varzi e Luigi Fagioli, mentre l’Alfa Romeo era la Casa da corsa e di produzione più prestigiosa, vincente e sognata, con la Maserati che mica scherzava per niente, seguita da una selva di marchi italici. Insomma, eravamo la culla del ricamo sull’asfalto e non solo la patria dei santi del volante, dei poeti del banco di prova, dei navigati navigatori della realizzazione di bolidi vincenti, bellissimi e inimitabili. Spinte post risorgimentali, monarchia e fascismo, a turno, poco c’entravano. Semplicemente, eravamo i migliori, punto. In tutto, dall’ideare al costruire. Ma nella guida di più. Un po’ con spiegazioni di talento protoindustriale e preagonistico, un po’ per pura fortuna genetica, perché vedere nascere tanti e tali campioni tutti nella stressa penisola, mentre l’universo mondo s’affanna a produrne di più bravi in tutta la prima parte del secolo breve, è anche una mezza botta di culo.

Cosa è cambiato

Fatto sta che dalla metà degli Anni ’50 tutto cambia. La Ferrari scopre la squadra primavera, che sugli italiani Eugenio Castellotti e Luigi Musso fa perno, ma poi essi se ne vanno tragicamente tutti, uno a uno, compreso lo sfortunato neolancista Alberto Ascari - seguiti in circostanze differenti da Collins de Portago e Hatwthorn - e resterà solo il vuoto. E arrivano gli Anni ’60 e ’70 che potrebbero essere favolosi ma non lo sono per niente, per l’Italia del volante, visto che tutti i talenti corsaioli nostrani faranno una fine poco bella se non, in certi casi, bruttissima. Lorenzo Bandini, Ludovico Scarfiotti e Ignazio Giunti restano emblemi apicali di questa somma sfortuna e di una sorte maledetta, c’è poco da fare, che allontanerà sempre più Enzo Ferrari dall’opportunità di favorire, caldeggiare e ingaggiare talenti tricolori. Perché se poi capita un incidente le rogne sono triple, l’eco quadrupla e l’ondata avversa di pubblica indignazione decupla. Da lì in poi, di mondiali sfiorati all’ultimo tuffo, nessuno. Punto.

Le occasioni sfiorate

Michele Alboreto fa cose meravigliose per metà 1985 ma poi la Ferrari lo tradisce. Riccardo Patrese va forte con la Williams dell’era Mansell, ma di battere il Baffo non se ne parla, il grande Elio è vittima del fato così ce la caviamo con virtuali e simbolici quanto consolatori vicetitoli di secondi arrivati nel mondiale, che male non fa, però vincere sarebbe stata tutta un’altra cosa. Certo, se adesso chiamo Mario Andretti, ecco che “Piedone” mi spiega quanto siano immotivate le mie paturnie, in quanto lui italiano ci si sente tuttora, di natali, cultura e sensibilità, e il titolo, meritatissimo, lo ha vinto nel non preistorico 1978. Però, dai, lo sappiamo tutti che lo ha fatto con passaporto e cittadinanza statunitense, il che un tantino le cose le sposta, eccome.

Quali sono le prospettive future

La sporca verità è che gli italiani da corsa andrebbero aiutati a casa loro. E quindi? E, niente, quindi, dopo settant’anni di digiuno boia, non solo non abbiamo neanche mezzo italiano in F.1, ma i due papabili ad arrivarci, ovvero gli stupendi Gabriele Minì e Kimi Antonelli, sono ancora non vicinissimi alla meta, benché sulle ali protettive rispettivamente di Alpine e Mercedes. Quanto alla Ferrari, quella di F.1 ha fatto storicamente poco, pochissimo per i nostri anche nel post Drake, tanto che, se tutti i chilometri percorsi da tester italiani nei collaudi fossero stati inanellati in gara, a quest’ora la faccenda sarebbe assai meno spasmodica. Ma va be’. Dai che ti ridai, la verità erutta tre postulati tosti: 1) Da settanta anni il nostro automobilismo non produce un Clark, un Senna o uno Schumi e questo lo dobbiamo accettare con imparziale realismo. 2) La pressione dell’opinione pubblica è sempre a favore della Ferrari e mai a vantaggio dei piloti italiani. Quando, nel Gp di San Marino 1983 - e stavolta l’anniversario dice quaranta anni fa -, Riccardo Patrese su Brabham uscì di pista scivolando sul breccino alle Acque Minerali aprendo la strada alla passerella trionfale del francese Tambay su Ferrari, quasi tutti i centomila italici ruggirono felici e tantissimi italioti in tribuna mostrarono a Riccardo il segno dell’ombrello. 3) Qualsiasi pilota italiano post-Ascari che ha provato o proverà a rivincere il mondiale lo ha fatto e lo farà non grazie alla Ferrari, ma malgrado la Ferrari.

Il peso della Ferrari

È stato così per Alboreto, dalle ali tarpate per virus tecnici aziendali, è andata in questo modo per Patrese, prima corteggiato e poi non preso dalla Rossa, e sarà così per chiunque altro che riuscirà a farsi strada, di certo non potendo contare, almeno a corto raggio, sull’aiuto concreto del Cavallino. Ed è tabù parlarne, perche farlo vuol dire toccare concetti scomodini. Pertanto, piano quando si parla di Nazionale Rossa. Quella di Coletta nel Wec in gran parte lo è, ma in F.1 le cose - dal mesozoico a oggi - funzionano diversamente. Tutto questo discorso serve per arrivare alle morali che mi premono e che sono costruttive ma non vogliono assurgere a costrittive. Cioè, zero, polemiche. Nessuna accusa, nada battaglie e tutto okay. Però, sveglia, perdio, cari signori appassionati italiani. Sveglia, cosiddetta opinione pubblica. Sveglia, colline della passione e sveglia, milioni di entusiasti di motorsport nei social e non. Cominciamo a vivere, soffrire, pensare, veicolare, metabolizzare e propagandare questo digiuno per esorcizzarlo, gettando anche le basi ideologiche e culturali per sconfiggerlo.

C'è molto ancora da aspettare

Perché ho la netta sensazione che, se continuiamo a far finta di niente, mai succederà nulla di bello per creare le condizioni d’interrompere ’sta dieta raccapricciante e quasi secolare. Per esempio, cominciamo a tifare come dannati Minì, Antonelli e non solo loro, ma tutti quei ragazzi tricolori che dimostrano di meritare fiducia, affetto, stima e chance fin dalle formule propedeutiche. Sissignori, bisogna ripartire dal primo piolo della scala, con umiltà, determinazione e consapevolezza. Noi italiani, pensando a questi 70 anni dall’ultimo titolo di Alberto Ascari, dobbiamo provare un brivido di commossa empatia verso il leggendario “Ciccio”, ma anche un senso d’indignazione per tante cose successe e non successe, da lì in poi. Concludendo che i primi a dover cambiare dobbiamo essere noi. Auspicabilmente, l’Italia del motore deve tornare a essere grande tutta e non solo quella Rossa, ma anche se indossa caschi e tute senza il Cavallino stampigliato. Il primo step, modesto, umile ma un tantino incazzato è finalmente parlarne, di questa cosa, da appassionati automobilisti anonimi, riuniti in cerchio. Ciao, mi chiamo Italia e non tocco un mondiale Piloti da 70 anni.


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