Il segreto della McLaren? Essere felici. Divertirsi e sorridere

Il segreto della McLaren? Essere felici. Divertirsi e sorridere

Viaggio al centro della squadra più simpatica e che contagia di felicità chi la segue di tutto il Circus

24 ottobre

Non tifo per nessuno, ma ho simpatie. E tanta per la McLaren. L’unico top team che campa in affitto. Visto che il favoloso McLaren Technology Centre di Woking, nel Surrey, da 57.000 metri quadrati, inaugurato il 12 maggio 2004 - e premiato nel 2005 quale “Best Automotive Architecture” al 20° Festival internazionale dell’Automobile, col “Royal Fine Art Commission Trust’s Building of the Year Award”, col “BALI National Landscape Awards”e lo “Structural Steel Design Awards” -, nel settembre 2020 per la crisi Covid-19 è stato messo in vendita e acquistato dalla Global Net Lease per 170 milioni di sterline, con la garanzia che lo lascerà in affitto agli orange-papaya per almeno venti anni. I quali però non hanno né casa né mutuo, campando da semplici affittuari come Jerry Calà nel film “Vado a vivere da solo”. E alla fine dello scorso anno hanno venduto per amor di contante perfino diversi pezzi della sontuosa collezione di monoposto da leggenda a uno dei dignitari dell’azionista di maggioranza, il fondo bahrenita sovrano Mumtalakat, prima affiancatosi e poi subentrato ai maggior enti, appena terminata l’era di Ron Dennis e del compianto Mansour Ojjeh, che fu traghettatore tra le due fasi. Ma non è tanto questo che sposta.

La più amata dagli appassionati

Secondo me la cosa più importante, come sempre accade, riguarda il capitale umano: attitudini e filosofia di base. La bella verità? Se c’è una squadra al centro dell’attenzione nel Circus, amata da tutti gli appassionati molto più che ai tempi magici di Ron Dennis e soprattutto stimatissima per la grande rimonta che ha saputo fare negli ultimi mesi, quella è proprio la McLaren. Certo, per il metodo di lavoro, la capacità nell’individuare i problemi, l’onestà intellettuale d’ammetterli, la caparbietà e il coraggio nell’intervenire con soluzioni radicali e infine la classe cristallina con cui gestire il salvataggio del progetto MCL60, quella che ha saputo essere quest’anno la più deludente monoposto d’inizio mondiale (alla pari con la Ferrari SF-23) e poi, una volta scaravoltata, rifondata, riveduta e girata come un calzino, la più sorprendente della seconda metà di campionato. Però, vedete, dietro talento, sudore, illuminazioni, coraggio ed esprit de finesse, c’è anche altro.

La "luccicanza" di Woking

Uno shining particolare a rendere ancor più sfolgoranti i bellissimi colori ufficiali che già da soli predicano culto delle radici e piacere del ritorno alle origini, nonché ossequio ai valori identitari. Una lucentezza unica che si estrinseca nello spirito del Team Principal Andrea Stella, il solo megaboss di top team capace di fendere longitudinalmente il paddock fermandosi a chiacchierare e a salutare amici, conoscenti o financo semplici curiosi, con una squisitezza semplice che dice tanto sul suo stile, quanto il cronometro e il pallottoliere dei punti Costruttori spiegano molto sulla sua capacità di comando. Uno in grado di ristruttirare la squadra curando lateralmente una bellissima colonia di tecnici italiani, sparsi in tutti i settori nevralgici della sua squadra. E Lando Norris? Piaccia o non piaccia quando guida, giunto proprio ad Austin a quota cento Gran Premi disputati, è praticamente l’unico che ha un sorriso per tutti e la voglia di piazzare una battuta, un frizzo, un lazzo a ogni domanda che gli viene posta, mai dimenticandosi di spegnere la luce che da sempre gli anima lo sguardo. Se il sottotesto d’ironia era la filigrana dorata d’ogni campione degli Anni ’60 e ’70, ora il gusto per il motto di spirito ben piazzato spetta soprattutto al lui. Oscar Piastri, meno flamboyant e forse tendenzialmente più concreto, butta là sorrisi timidi e ha nella secca e sorprendente spontaneità del suo agire, in pista e fuori, la briscola più alta. Portando senza problemi in giro la sua faccina pulita e determinata, accesa giustificatamente d’autostima ma mai infarcita di crasso e pomposo autocompiacimento. Quanto al Ceo californiano Zak Brown, sempre fluviale, ciarliero e vulcanico, nei giorni scorsi a Barcellona s’è tolto la più grande soddisfazione della vita provando la McLaren MCL35, ovvero la F.1 del 2020, uscendone con un sorriso da orecchio a orecchio e quell’adrenalina addosso che ti fa star sveglio per tre notti di fila. In fondo è stato pilota di F.3 britannica e tedesca prima di fare una puntata anche in Indy Lights, negli Anni ’90.

L'accademia nella mani di Pirro

E per il futuro, Emanuele Pirro - di fresca nomina quale responsabile del rinnovato programma junior della McLaren per lo sviluppo di giovani talenti, che ora comprende anche i team di IndyCar e Formula E -, si tiene stretti i gioielli della sua accademia, tra i quali Ugo Ugochukwu, Gabriel Bortoleto, oltre a Ryo Hirakawa, Pato O’Ward, Brando Badoer e la neoarrivata Bianca Bustamante. E c’è dell’altro. Rispetto ai vecchi tempi, la McLaren stessa da anni e anni è il solo team a correre - e a fare figuroni -, contemporaneamente in F.1 e nell’IndyCar, peraltro senza disdegnare neanche la Formula E, a testimonianza di una vocazione ogniluogo e ognitempo, che ravviva il vanto di formare, assieme alla Mercedes, la coppia esclusiva di marchi a detenere la tripla corona dell’automobilismo, avendo vinto in F.1 a Indy e a Le Mans. Ma non è tanto e solo questo il punto, perché la polpa del discorso in realtà sta altrove. In F.1 la Red Bull vince quasi sempre ma non sorride, ghigna. Quando mostra i denti, lo fa perché sta per mordere. In Mercedes hanno sempre riso poco e non lo fanno più da fine 2021, logico capire perché. In Ferrari, con le pressioni, i giochi e la politica che c’è sempre stata, per carità son tutti carichi dell’orgoglio infinito d’esserci, ma non se ne trova uno sereno e giulivo a partire dagli Anni ’30, da quando il Cavallino faceva correre le Alfa per Nuvolari. No, se vuoi trovare una squadra felice, aperta, soave e simpatica, in F.1 devi guardare alla McLaren.

La gioia di correre

Unica equipe che in questo momento sembra guardare alle corse, qualsiasi corsa cui partecipa, a prescindere dalla categoria e dal continente, come a un’estrinsecazione della sua immensa gioia di vivere, di cui sono parte tutti i singoli componenti, a livello apicale e non solo. Strana, la vita. Se negli Anni ’80,’90 e a inizio terzo millennio la McLaren di Ron Dennis, oltre che antagonista giurata e non sempre corretta della Ferrari, era nota per gli impeti totalitari e un tantino arroganti del suo dispotico timoniere, ora la faccenda s’è evoluta in modo antipodalmente diverso e opposto, mostrando il lato dolce, suadente e morbido delle corse. Quello della felicità d’esserci e di godersi questa vita, portando un messaggio aperto, positivo e contagiosamente entusiasmante. Così, nell’era delle squadre sotto pressione, ammusate, incarognite e tirchie di sorrisi, la più amabile e simpatica è quella che - messasi alle spalle l’antipatia di Dennis e la spy story - s’è ricordata d’essere un pilastro della F.1 più rimpianta, riscoprendo se stessa. Very orange, come ai tempi del compianto Bruce, senza dimentcarsi d’essere felice.


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