Ma basta, ché ci sono più GP che estrazioni del lotto!

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La F.1 non è la Nascar, il mondiale strapieno di gare e garette ha stufato e non ha senso

31 ottobre

Esiste qualcosa di più noioso e inutile della coda del mondiale F.1 2023? La stagione più lunga e intensa di sempre - ventitré Gp iridati, prima che saltasse Imola, più sei Sprint Race - s’appresta tra uno sbadiglio e l’altro ad avvicinarsi a bradipesche falcate verso la fine, gravida di noia e inutilità congenite. Perché si sapeva già dalla prima voltata del test iniziale di preparazione che Verstappen e la Red Bull avrebbero mangiato tutti vincendole quasi tutte. Cioè, sinceri: che senso ha correre quasi trenta Gran Premi grandi o piccoli all’anno? Forse quando, per decenni, si assegnava il titolo mondiale su quindici-sedici gare erano tutti c*****i? Oppure meno avidi, meno innamorati dei dollari di quelli di oggi? Non credo. Pregi e difetti dell’animo umano restano immutabili, a giudicare dalle tragedie del teatro greco e dai drammi messi in scena da Shakaspeare e Pirandello. Nulla mai cambia nell’umana avventura, se non, presumibilmente, l’accresciuta protervia di chi dalla F.1 vuole spremere più nettare contante come sangue dalle rape, trasformando quella che dovrebbe essere la massima espressione dell’automobilismo agonistico in una iperstagione Nascar senza parafanghi, rovinando e snaturando tutto. Ed eccoci andare avanti in assoluta agonia, per gare e gare, facendo finta di imbonire il triste show dicendo che c’è in ballo il fantomatico secondo posto Costruttori tra Ferrari e Mercedes e la strappacuore quarta piazza tra Aston Martin e Mercedes, che c’è più emozione in un Var al torneo estivo dei bar di Cuccurano, con le angurie in palio. Dai. Sapete qual è la stagione di F.1 con più gare in calendario di tutta la storia delle corse? Non questa, no, troppo facile, sennò.

Fu il 1962. Con nove gare valide per il mondiale e ventidue - dico ventidue - non valide. Si corse dal 2 gennaio - col Cape Grand Prix - al 22 dicembre - col Natal Gp - entrambi della serie Sudafricana, e nessuno ci trovò nulla da ridire. Fin dalla nascita la F.1 correva tantissimo, altroché, ma suddivideva le gare in Grandi Prove, poche e contate, atte ad assegnare punteggio iridato, e tante altre, a ingaggio. Appunto a cachet, per attirare a turno alcuni dei protagonisti più forti che coglievano l’occasione per ampi guadagni e facili vittorie. Jim Clark, per esempio, vinse più gare non valide che valide. E guadagnò insieme a Chapman, più nella F.1 finta che in quella vera. E lo stesso la Ferrari, che vendeva a prezzi stellari la sua iscrizione alla Solitude o a Siracusa. Ma mai e poi mai nessuno s’era messo in testa d’impestare il mondiale di corse e corsette iridate a coltura intensiva, visto che sarebbe stato folle e noioso, oltre che per niente attendibile, seguire un programma del genere. Anche perché, sportivamente parlando, non c’è bisogno di correre cento volte per capire chi è il più forte. Meno si corre, più hanno peso specifico i singoli appuntamenti e più i valori sono chiari e conta l’uomo.

Disputare mille gare all’anno è folle per due motivi opposti e coincidenti: primo, perché se uno è nettamente più forte degli altri, almeno metà campionato non serve ed è scontata. Secondo, poiché se due duellano alla pari, alla lunga, senza scartare punti come si fa adesso, decide un motore che salta, a prescindere dalla bravura dei piloti, come accadde nel 2016 a Hamilton, kappaò in Malesia e per questo beffato da Rosberg nel finalone di Abu Dhabi. Son cose che capirebbe anche un ubriaco con un trauma cranico, eppure il promoter continua a brandire idee di programmi infarciti di gare e format alternativi agitando sondaggi di cosiddetti giovani che vorrebbero questo e altro, griglie invertite comprese. Ma quali giovani? Chi? Dove? Come? Il 26enne Verstappen, per esempio, è sicuramente un giovane che, guarda caso, va a tutti i Gran Premi e dice che delle Sprint race non ne può più. Che sono brutte, inutili e non servono a niente. E aggiunge che il segreto del calcio è nel non cambiare nulla da cento anni, per piacere sempre di più. Altro che Sprint race e griglie invertite.

Vado oltre. La tanto sbandierata rivoluzione 2026 pensate sia davvero una rivoluzione? Togliere un motogeneratore per lasciare l’altro, ammosciare l’endotermico e farlo andare a benzina pulita più altri mille limitini e limitucci pensate che servirà davvero a cambiare il Circus, che va verso l’autodemolizione morale e sportiva, il tutto per sembrar perbenino e incassare mille pugni di dollaracci in più? E poi bisognerebbe farla finita con gli slogan a disco rotto che ripetono, come se fulminati, i padroni della F.1 e i rispettivi lecchini e famuli. Della serie, "indietro non si torna, le epoche sono cambiate, i mercati vanno ampliati, nessuno è sicuro in questa F.1, men che meno i teatri di gara più prestigiosi e tradizionali, perché dobbiamo alzare l’asticella". Cioè, parcheggiate il disco volante e guardate la realtà, che giorno dopo giorno vi è contro e vi smentisce, cari padroni del vapore. State rovinando la F.1, altro che storie.

Secondo un report stilato da Buzz Radar poche settimane fa, fino al 2022 la Formula 1 nei social ha sì registrato una crescita dell’80% dei livelli di conversazione, superata solo dalla Indian Premier League (aumento del 208%) e dalla Uefa Champions League (aumento del 112%). Nell’ultimo anno e mezzo, tuttavia, in piena era Verstappen, neii social stessi  la Formula 1 avrebbe subito un crollo verticale, ben al di là dei numeri record a livello di spettatori che spostano e non spostano. Perché è come giudicare la qualità del bel canto da quanti vorrebbero il biglietto della prima alla Scala: in realtà son più quelli che vanno a mostrare pellicce e gioielli, che a gustare acuti e a leggere libretti di scena che ignorano dalla nascita.

D’altronde, in fondo, son queste le folle cui punta Liberty: marmaglie che si ipnotizzano ai tunz tunz della fan zone, fanno un giro della ruota panoramica, un cappellino a 90 dollari, un panino a venti, due birre a trenta e tutti a casa, tonti e pelati come cipolle. Ma un attimo che torno alle cifre in caduta libera nei livelli di conversazione dei social, che ormai (purtroppo e ahinoi) sono il vero termometro dell’appeal di un prodotto nell’era moderna. Ebbene, per la F.1 le menzioni sono infatti quasi un terzo rispetto a quelle del 2022 (70%), la metà per quanto riguarda i nuovi followers (46%), ed ancora 1/3, considerandone la portata (64%). Conscio di questi catastrofici feedback, uno con le mani in pasta come Lewis Hamilton ha dichiarato: "Probabilmente potrebbe essere una buona idea quella di ridurre i prezzi dei biglietti. Dobbiamo prendere le decisioni giuste. La FIA stessa deve prendere le decisioni giuste". Bingo. In definitiva di sicura c’è una cosa: se chi comanda la F.1 non comincia a capire che sta sbagliando tutto, l’asticella, invece che provare ad alzarla di continuo, prima o poi dovrà metterla altrove.

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