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Sono passati quarant’anni esatti dal tramonto dell’ultima Brm di Formula Uno. Praticamente la speranza conclusiva e ben presto sfumata d’una revivescenza dolce, di un hurrà di commiato atteso e mai avvenuto e che, a questo punto, mai più accadrà. Dietro tutto, una storia strana, particolare, come sempre accade quando muore nel declino una gloriosa Casa da corsa, un intreccio dalla trama fitta, quasi sconosciuta, po’ poetica e un po’ struggente. Il 1979 è anno strano,

di snodo e trasformazione per i Gran Premi. In pieno svolgimento c’è un’era tecnologica nuova, quella delle wing car, le macchine- ala create e portate al successo la stagione precedente da Colin Chapman con la sua Lotus 79 che sbanca il mondiale in versione nero e oro, col lanciatissimo Mario Andretti al volante, sfidato e coadiuvato dal grande Ronnie Peterson, fino a che lo svedese troverà la morte per le conseguenze del crash al primo via del Gp d’Italia a Monza.

Proprio a Monza, un anno prima, nel 1977, s’era vista per l’ultima volta in pista nel mondiale la gloriosa Stanley-Brm, guidata dal belga Teddy Pilette, che aveva mancato tristemente la qualificazione nell’affollatissima gara italiana, al volante della datata e non competitiva P207. La vera fine della storia per il marchio british in Formula Uno? Sì, ma anche no. Perché tutto il resto appartiene a una strana mitografia sottotraccia e dal fascino archeologico, che in pieno quarantennale imperante è il caso d’andare a narrare e riscoprire, magari per sorprendersi e sorprendere una voltà di più. Ma procediamo con ordine e cominciamo da capo, narrando a chi non sa o permettendo di ripassare l’alba della leggenda Brm a chi la conosce già.

 

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