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Enzo Ferrari li chiamava con ironica distanza “garagisti”. E così dicendo intendeva la civiltà dei Costruttori britannici che ricorrevano a componenti fondamentali prefabbricate e precotte, per dar vita a monoposto montate come kit car. Un po’ scatola di meccano, creature metà sognate, disegnate e disognate e metà già bell’e fatte, nelle componenti più spinose e decisive, ossia motore e cambio. In particolare, Cosworth Dfv e Hewland. In pratica, reperibili al supermercato, da inizio Anni ’70, fino alla prima metà degli Anni ’80. Gli anni del primo boom della F.1. Narrativo, tecnologico e mediatico.

Ebbene, nella civiltà dei cosiddetti assemblatori, la Cosworth è centro di gravità permanente, astro splendente e vivificante, oltre che motore tutt’altro che immobile. Il debutto vincente del propulsore Dfv - nato da un investimento Ford e dapprima dato in esclusiva alla partner iniziale ed esclusiva Lotus, nel 1967, presto seguita dalla McLaren -, in pochi mesi lo rende oggetto di culto e desiderio. Tanto che, quando nel 1969 la Cosworth stessa prende la decisione di realizzare una propria monoposto completa per i Gran Premi di F.1, il Circus intero è scosso da un brivido e anche Enzo Ferrari un pochino ci pensa su.

Se questi sanno fare telai come motori - e col vantaggio delle quattro ruote motrici ormai di moda nei Gp di fine Anni ’60 -, stai a vedere che la Cosworth- Cosworth può diventare una vera e propria castigamatti. E, soprattutto, una vettura completa, coraggiosa e innovativa. Altro che garagisti, insomma.

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