Quinto nel mondiale, con 31 punti e buone impressioni restituite finora. Felipe Massa può dirsi soddisfatto per l’avvio di campionato 2015, ma soprattutto per aver trovato una dimensione che gli permette di esprimersi al meglio. Rob Smedley non ha avuto dubbi nel definirlo il miglior Felipe dai tempi del titolo perso all’ultima gara nel 2008 e sentendo le parole del brasiliano, anche il pilota è consapevole di una ritrovata competitività. Non solo, risponde con i fatti a chi lo dava per finito dopo l’incidente di Budapest nel 2009. L’occasione di lottare per il mondiale non tornerà più, ma va oltre il “dettaglio” della posta in gioco: «Avevamo forse la miglior macchina nel 2008 e oggi sono nel team terza forza del mondiale. Mi sento e sto guidando davvero bene, sfruttando la monoposto nel modo migliore che si possa fare. E’ una bella sensazione e ti dà ulteriore fiducia». In casa Williams dovranno dimostrare adesso di saper andare oltre, sviluppare la FW37 e puntare a far bene su quelle piste che lo scorso anno misero in luce Bottas e lo stesso Felipe, autore della pole in Austria. Sarà la parte difficile del lavoro, con la concorrenza Red Bull alle spalle dalla quale guardarsi, perché i mezzi economici disponibili sono decisamente superiori a quelli del team di sir Frank. Senza trascurare una Ferrari in più, assente nel 2014. La stoccata ai giornalisti non manca: «Forse quando molti di voi scrivevano che l’incidente aveva cambiato completamente la mia guida, non era corretto». Seguita da un altro sassolino tolto dalle scarpe, legato questa volta al periodo in Ferrari, quando i risultati non arrivavano e obiettivamente il Felipe post-incidente sembrava lontano parente del pilota capace di arrivare a giocarsi il titolo poche stagioni prima: «Penso sia molto più semplice scrivere che parlare. C’erano delle ragioni (dice riferendosi agli anni ferraristi dalle performance sottotono; ndr) ma non voglio tirarle in gioco: avevo dei motivi per non essere competitivo negli ultimi anni in Ferrari. Il passato è passato, lavoriamo per il presente». Fabiano Polimeni