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Montagne russe


Se è vero che le emozioni sono il termometro della vita, chissà che temperatura ha raggiunto quella di Pierre Gasly. In pochi hanno vissuto quello che ha passato lui negli ultimi anni, in una vita ed una carriera non immacolata, non priva di delusioni, ma dal tasso emotivo fuori dal comune. Ed era già così prima di Monza, il tocco finale, per ora, di una carriera ancora in buona parte da scrivere ma già tutta da raccontare. A partire dalle origini: la famiglia Gasly è numerosa, e Pierre è l'ultimo di cinque fratelli. Tutti corrono ma, nota non da poco, il più talentuoso di tutti è proprio il più piccolo, che dopo qualche anno speso a tifare i consanguigni da bordo pista prende a sua volta in mano un volante. Qualche risultato nei kart arriva, la scalata nella varie categorie anche (nel 2014 arriva secondo nella Formula Renault 3.5, ed a batterlo è, guarda un po', Carlos Sainz), fino all'anno di grazia 2016: fuori dai circuiti lui ed Antonio Giovinazzi diventano amiconi, ma in pista si giocano il titolo fino all'atto finale di Abu Dhabi, da compagni di squadra con la Prema. Vince Pierre che per l'anno dopo inizia a godersi le prospettive di F1, ed in attesa di salire sulla Toro Rosso si “allena” nella Super Formula, in Giappone. Le montagne russe si sono messe in moto, la salita inizia ad essere promettente. Un ragazzo di 21 anni che va a farsi le ossa nel Sol Levante ha carattere, ma già a stagione in corso Helmut Marko lo chiama: siamo al Gp Malesia 2017 e Pierre concretizza il sogno di correre in F1. Vorrebbe però giocarsi fino in fondo il titolo nipponico, così chiede ed ottiene il permesso dalla squadra di congedarsi dal Gp Usa di quell'anno pur di disputare l'ultima prova del campionato giapponese. Per la prima volta, le montagne russe scendono: un tifone blocca l'evento e per Pierre oltre al danno la beffa, perché ha rinunciato ad un Gp di F1 pur di giocarsi un titolo che poi non si è potuto giocare, perdendolo per mezzo punto. Pazienza, le montagne russe tornano a risalire, perché nel 2018 è titolare in Toro Rosso, bastona a più riprese il suo compagno Brendon Hartley e, vista la dipartita di Ricciardo, direzione Renault, Helmut Marko è pronto a matterlo al fianco di Verstappen per il 2019 alla Red Bull. Neanche il tempo di toccare la vetta più alta, che Pierre scollina e va incontro ad una discesa vertiginosa, rapida e spaventosa, e senza rendersene neanche conto dopo 12 gare è di nuovo a Faenza, bocciato a favore di Albon. Si ricongiunge con la nuova-vecchia squadra a Spa, nel fine settimana in cui la sua giostra tocca il punto più basso: in F2 perde la vita il suo carissimo amico Anthoine Hubert. Una retrocessione e la perdita di un amico, c'è abbastanza materiale per affossare la psiche di un ancora giovane pilota. La giostra pare fermarsi, ma con calma, passo dopo passo, si rimette in moto, prima a velocità costante, poi con un nuovo colpo d'ala torna a salire, con lo straordinario podio di Interlagos 2019. Preludio di un 2020 molto positivo, verso vette non ancora toccate prima, la vittoria in Formula 1, proprio a Monza, a due passi da casa sua. Discese, all'orizzonte, almeno per il momento, non se ne vedono più. “Non volevo più scendere dal podio, non puoi mai sapere quando vivrai ancora momenti così”, ha detto lui. Goditi la vetta, Pierre.

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