Sandro Munari e i suoi ottant’anni, dal 27 marzo. Non c’è niente da stupirsi, perché la cifra narrativa più bella, romantica e struggente del Drago è proprio quella d’un tramonto che incendia il cielo, da fine Anni ’70.

Buona parte della carriera di Sandro e la maggior fetta della sua esistenza sportiva sono all’insegna di un immenso imbrunire, di un commiato sportivo infinito, di un lungo addio rombante che resta negli occhi e nel cuore, tanto quanto i trionfi più belli e gloriosi della sua giovinezza agonistica iperenergetica e così imbevuta di Italia, di Lancia, di Fiat e di noi.

Nascita di un mito

Nell’immaginario collettivo dell’Italia degli early Seventies che sognava davanti alla Tv in bianco e nero, col primo canale della Rai del giroscopio e di Carosello, non esiste mica Sandro Munari, ma una creatura mitologica, un ircocervo complesso, sorta di macchina attoriale recitativa a due teste oscillanti e quattro ruote moventi, un po’ umana e piuttosto metallica chiamata Munarimannucci e che si sposta caracollando sulla neve avvinghiata a un pesciolino dal nome di Lancia Fulvia HF.

Il trionfo al rally di Montecarlo 1972 è solo il primo dei quattro totali che perfezionerà con la Stratos, ma è quello deflagrante, scatenante, contaminante e salvifico. Perché farà innamorare tutti. Appassionati maturi già infervorati dai ripetuti successi del Drago nei rally nazionali e internazionali d’ogni dove, casalinghe quiete e bambini pronti a sognare con Carosello in attesa delle ore 21 perfino sullo Zorro improbabile che pubblicizza lo spay puliscimobili della Fabello, figuriamoci per Munarimannucci.

La chiamata di Ferrari

Confessiamolo e confessatelo, una buona volta. Tutti quelli che adesso hanno dai cinquanta in su hanno vinto almeno un rally in prima persona, grazie a una Lancia, in scala 1:43, e soprattutto con Munarimannucci scatenati in prove speciali decisive tra tinello e sgabuzzino delle scope, trasformati in bocce di vetro innevate.

In fondo ascoltarlo timidissimo ma competente magnificare nella reclame di Carosello le doti del Cinturato Pirelli CN54 è uno di quegli imprinting che poi ti porti dietro per una vita. Salvifico, sissignori, il Drago è pure re taumaturgo come un imperatore romano o Carlomagno: una sera ai Caschi d’Oro di qualche anno fa Sandro raccontò con le lacrime agli occhi che sbancare il Monte 1972 con la Fulvietta significò allungare la vita al modello di serie, salvando vendite e quindi posto di lavoro di tantissimi operai e la tranquillità d’altrettante famiglie. In fondo parlare di corse, di quelle corse e di campioni del genere, significa soprattutto carezzare la vita, capirne certe sue parti belle e anche per niente facili.

E in quel 1972 assolutamente magico c’è anche la convocazione di Enzo Ferrari che lo vuole alla penultima Targa Florio iridata della storia, al volante della meravigliosa Ferrari 312P, in coppia con il favoloso stradista Arturo Merzario. C’è poco da fare, il Drago deve passare da una gondola a un off shore, ma lui ci sta. Accetta la sfida. Diretto ancora una volta dal principesco Cesare Fiorio, d’un solo anno più maturo di lui, al box di Floriopoli, Sandro Munari, tra i primi a usare lo strumento dei team radio importati dalla Targa al Mondiale marche, trova la quadra a bordo del mostruoso prototipo e riesce a improvvisarsi valido coequipier dello scatenato Merzario, che alla fine riuscirà a tenere a bada d’un soffio la rimonta terrificante dell’Alfone. Guidato, pensa te, da Helmut Marko, uno che le ali Red Bull le aveva nell’anima da quando era giovane e manco lo sapeva.

’impresa del Drago in quella Rossa che si fa iridata resta a condire dibattiti, dispute, retrospettive dialettiche che durano decenni, perché c’è chi dà gran parte del merito a Merzario, che ovviamente guidò molto di più, andando più veloce del compagno e chi, invece, con un pizzico di sale in zucca che non guasta mai, riconosce che l’apporto del Drago fu complementare, di altissimo livello, sorvegliato e intelligentemente quanto perfettamente sussidiario a quello del Fantino.

Il Merzario della Targa 1972 per la Ferrari è il Maradona del primo scudetto del Napoli, ma Munari fa la parte di un indimenticabile Salvatore Bagni, punto e a capo.

F1, traguardo quasi sfiorato

Alla vigilia di una Targa rievocativa di qualche anno fa ero stato al telefono con entrambi, attesi sul palco per una meravigliosa reunion, pregandoli di star tranquilli, di evitare confronti e battutine, finendo col cuore in gola solo a vedere i due spalla a spalla e impenetrabili davanti al pubblico.

Per poi sciogliersi in un risolutivo abbraccio atteso mezzo secolo, a testimoniare che la poesia, l’anima bella, il cuore da corsa di entrambi avevano vinto sulle chiacchiere da bar.

Eppoi c’è il Drago in F.1, sempre nel periodo d’oro, quando va vicino a disputare un Gran Premio al volante della Iso schierata da Frank Williams ma poi tutto salta perché deve correre al San Marino.

Peccato, perché sarebbe stato bello, storico e mitico a prescindere dal risultato, vederlo assurgere anche al soglio della massima formula. Ci entrerà comunque di passata, a metà Anni ’80, da dirigente, all’interno degli ultimi bagliori del ciclo di mezzo dell’Alfa Romeo nella categoria, ma non saranno ricordi troppo felici.

Passo indietro

Talento immenso, una classe infinita, movimenti tecnici e agonistici importanti dalla Fulvia alla Stratos e fino alla Fiat 131, il Sandro Munari che esce dal 1978 è un uomo maturo, diverso, che sembra pensare ad altro nella vita, ma non del tutto. Ricordo una sua intervista alla Domenica Sportiva col grande Adriano De Zan, nella quale descrive se stesso in poche parole, a voce bassa, come piace a lui, dicendo che nei rally ha vinto praticamente tutto, ovunque e con qualunque tipo di macchina e ed è venuto il momento di fare un passo indietro.

Di pensare alla famiglia, a una vita normale. Ma, attenzione, resterà aperta un’opzione, quella di correre l’East African Safari, la sola vittoria che gli manca e puntualmente gli sfugge, come un bersaglio femmineo di letteraria volubilità, che si nega con ostinazione bizzosa a un irresistibile conquistatore, per una volta blandito, irretito e ingiustamente quanto capricciosamente respinto. Fate come volete, godete del primo e del secondo Munari, di quello che nasce, pasce e cresce vincendo tanto e quasi sempre, nelle notti, all’alba, all’aurora incantatrice e nella mattinata esistenziale dei rally.

Il titolo piloti

E di quello che nel 1977 fa infine suo pure il neonato titolo piloti, anche se lo chiamano ancora Coppia Fia. Fossi Jean Todt, farei un bel provvedimento retroattivo e quasi mezzo secolo dopo trasformerei per editto in iridati gli allori vinti dal Drago e da Alen l’anno dopo, perché vedere quei due lì senza un mondiale vinto è una cosa che sminisce la categoria ancor più dei suoi due poetici e amati campionissimi. O forse no.

Magari è in quel pizzico d’incompiutezza sinfonica che allignano ancor più fascino e grandezza del Drago. Perché è proprio in quell’ostinarsi commovente a quarant’anni sfiorati, toccati e poi passati da un pezzo, a tuffarsi nei panorami infiniti e innamoranti del Kenya, che lui strega tutti noi per sempre.

Che bello, rivederlo nel Safari leggendario dei tre stati a rinverdire la metafora dantesca dell’Ulisse rivisitato che non ci sta a restare nella sua Itaca e torna, perché navigare necesse est anche se il navigatore non si chiama più Mannucci, ma ormai risponde ai casuali e improvvisati nomi di Jacques Jaubert o Ian Street. Munari, non più e mai più Munarimannucci, diventa prefisso orbato di suffisso e al suo fianco di volta in volta si trovano nomi strani e improbabili oppure quello dell’amico e caro Piero Sodano, a cercare quel successo negato, ormai impossibile e sfuggente tra verdi colline d’Africa, grappoli d’alberi sofferenti a graffiare l’orizzonte immenso e nuvole basse che non promettono pioggia.

Lo vedi fendere la savana in Alfetta Gtv, in Porsche, perfino con una fragile e mastodontica Dodge Ramcharger.

E le firme superprestige della categoria, i Cavicchi e i Rancati, per una volta, pur d’onorarlo scrivono più della Ramcharger che delle regine d’Africa, pensa te.

Tra i romantici a cercare l’ultimo hurrà negato ci son lui, classe 1940 da Cavàrzere, e Rauno Aaltonen, classe 1938 da Turku, tundra flinlandese, a rappresentare figure inquiete, vulnerabili e esistenzialmente ormai delicate, quasi uscite da un romanzo di Karen Blixen. Per fortuna, Munari da una parte e Aaltonen dall’altra, non ce la faranno.

La vittoria mancata

Non lo vinceranno, il Safari. Così la loro resterà una sfida inesausta e insoddisfatta, lasciando nell’aere l’armonia dell’incantesimo mai spezzato, che impedisce di dimenticare. Il relitto rugginoso di una Stratos nel quale viveva fino a pochi anni fa un cane lupo, resta simbolo tutto africano e malinconicamente animista d’un sogno naufragato ma lieve, soave, a incarnare la passione dissipante che un pilota può provare per una corsa, così come l’amore di poche speranze che un uomo sa riservare a una dea sfuggente.

Viale del tramonto

Per questo non mi stupiscono gli ottanta anni di Sandro Munari, quella luce strana da crepuscolo nobile d’una parabola di un personaggio da noi tutti con immenso affetto carezzato, il quale da sempre agonisticamente simula tramonti stupendi come un attore prova monologhi importanti. Tranquillo Sandro, tanti di noi ti pensano così.

Filmato dall’elicottero, al tramonto, nella savana, con una Stratos che ormai ha lasciato indietro tutti e che corre incontro a un destino il quale come sempre farà a modo suo. Ma non importa, Drago, perché nel frattempo, pensando a te, abbiamo capito quant’è importante fermare l’immagine, stopparti in quel momento magico, semplicemente, sì, in un momento come questo, per abbracciarti forte.