La Mercedes "all black" potrebbe non essere l'unica novità al Red Bull Ring. Cosa succederà se Lewis Hamilton dovesse vincere Il Gp d’Austria? O anche arrivare, semplicemente in zona podio? Davvero s’inginocchierà appena sceso di macchina, in segno d’adesione e solidarietà alle proteste fiorite a seguito della morte di George Floyd, il 29 maggio 2020 a Minneapolis, e in generale contro gli omicidi e i maltrattamenti delle persone nere da parte della polizia?

Dopo aver apertamente sfilato in favore di Black Lives Matter (BLM, letteralmente “le vite dei neri contano”), movimento attivista internazionale, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo, Lewis potrebbe alzare ulteriormente il livello dello scontro politico-sociale e della testimonianza personale, con un gesto clamoroso e dall’eco planetaria.

Il Campione schierato

Da qui l’interrogativo: se fosse, sarebbe giusto, ammissibile, auspicabile, ovvero discutibile, se non, addirittura, deprecabile l’impeto di Lewis? In fondo, al di là delle più genuine e omogenee motivazioni tecnico-agonistiche, anche questi dubbi extrasportivi che animano la vigilia della ripresa del mondiale e tanto vale affrontarli senza remore. Lewis Hamilton rappresenta senz’altro il campionissimo più interessato alle problematiche di carattere ambientalista, politico e sociale.

Vegano convinto, ecologista, di recente addirittura impegnato con una dichiarazione netta e secca contro la tauromachia, ossia le corride, il 35enne di Stevenage rappresenta di fatto un personaggio militante e liberal che la F.1 non aveva mai conosciuto prima e totalmente diverso dall’immagine media del campione del volante uscita da 70 anni di F.1, tendenzialmente asettico dal punto di vista politico.

In genere, anche se non sempre, i piloti e il Circus stesso preferiscono evitare domande insidiose o richieste d’aperto schieramento su problematiche extrasportivo. Quand’anche, e la cosa va ricordata anche con un pizzico d’orgoglio, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, la Ferrari si presentò a Monza rimuovendo le scritte ed i marchi degli sponsor dalle vetture, coi i musetti delle monoposto Ferrari dipinti di nero, e i piloti con fascetta nera al braccio braccio. Inoltre, a fine gara, fu annullata la cerimonia di premiazione. Tutto questo per dire che quando i valori che vengono onorati hanno carattere condiviso e ecumenico, la F.1 sa fare anche la sua parte, senza tirarsi indietro.

Le reazioni, da Brawn a Ecclestone

Non a caso nei giorni scorsi Ross Brawn di Liberty Media si è espresso totalmente a favore di Hamilton: "Lewis è un grande ambasciatore per questo sport e penso che i suoi commenti siano molto validI - ha detto oggi Brawn a Sky Sports - Sosteniamo totalmente ciò che Lewis ha detto. Quello che è successo è stato terribile, succede troppo spesso. Avete visto la reazione pubblica. E lo sosteniamo totalmente. La F.1 è una meritocrazia molto forte, dovrebbe sempre essere così. Dovrebbe essere sempre il migliore a vincere. Non possiamo forzarlo, ma possiamo offrire maggiori opportunità alle minoranze e ai gruppi etnici di essere coinvolti nello sport motoristico, non solo nella guida, ma anche nell’ingegneria e in altre attività. Ecco dove siamo con la Formula 1" ha concluso Brawn. 

Lo stesso Ecclestone di recente ha detto di ammirare molto l’impegno di Lewis, anche se poi Bernie ha chiosato con un commento tutt’altro che politically correct, sostenendo che comunque a volte i neri sono più razzisti dei bianchi, scatendando forti polemiche... ma questa è un’altra storia.

Rivoluzione in F1

Quello che conta è che siamo alla vigilia di un Gp al termine del quale potrebbe essere compiuto il gesto di carattere politico-sociale più forte in tutta la storia dell’automobilismo.

E questo, in uno sport che nei decenni è stato sempre più bonificato, reso asettico, per certi versi del tutto appiattito e sottoposto a diserbanti dialettici volti ad eliminare quasi totalmente dichiarazioni ficcanti, polemiche o succose in conferenze stampa, riducendo tutto molto spesso a vere e proprie fiere dell’ovvio, ebbene, in un panorama del genere prendere atto che qualcosa di grande sta succedendo o potrebbe succedere, rappresenta solo o soltanto una bella notizia.

Un modello

Che ci sia un pluricampione del mondo che sente di vivere nel mondo di oggi e avverte il dovere di prendere posizioni su questioni irrinunciabili, è comunque un bel segnale, a prescindere. Poi certo. Sfilare con Black Lives Matter non deve far dimenticare che il movimento in passato è stato criticato di essere aprioristicamente contro la polizia e addirittura l’ex-sindaco di New York Rudolph Giuliani, nel frattempo, aveva accusato BLM di razzismo.

Ma il segnale che va colto è un altro e va al di là di tutto ciò: Lewis Hamilton, anche indipendentemente dal caso Minneapolis e seguenti, propone sempre più il modello di un mito dello sport che sente il dovere di dire la sua in prima fila su questioni extrasportive ritenute fondanti. Quali che esse siano. Per questo, occhio al weekend del Gp d’Austria, perché forse Lewis farà parlare di sé non solo per la sua classe al volante.

Criticabile? Forse. Ma sarebbe peggio avere a che fare con campioni afoni, furbamente taciturni o, peggio ancora, capaci solo di raccogliere coppe e milioni di dollari, guardando opportunisticamente dall’altra parte.