In un weekend di gara capace di rendere indimenticabile, al confronto, anche una coda alla mutua in mezzo a vecchie con la tosse, gratta gratta l’unico dato secco, tosto e solido da portare a casa è il primato dei Gp disputati eguagliato da Raikkonen a quota 323, là dove prima c’era sol soletto il tignoso Rubens Barrichello.

Chiaro segnale che, tempo una manciata di giorni, la co-reggenza di Sochi diventerà reggenza assoluta e da consolato bicefalo si passerà a monarchia incontrastata, che Kimi stesso renderà ancor più solida proprio mentre si accingerà a compiere ben 41 anni, il prossimo 17 ottobre. Fantastico. Tutti ad attendersi a Sochi l’ex aequo nel record assoluto di vittorie da parte di Hamilton in caccia di Schumi a quota 91 ed ecco spuntare quatto quatto Iceman, con un 14esimo posto che dice poco rispetto alla gara generosa che ha compiuto ma più che sufficiente per consentirgli un decisivo passo avanti in zona leggenda. Perché quella delle maggiori presenze, dando un’occhiata alla storia delle corse a livello comparato, è una delle gemme più preziose e sfavillantisia per la categoria interessata che per il detentore di turno.

In F.1 il recordman per antonomasia è stato Graham Hill, con 176 Gp disputati dal 1958 al 1975, capace di detenere solengo il primato per ben 21 anni, poi eguagliato - anche se la cosa è controversa per una doppia partenza all’ultimo Gp a Brands Hatch 1986 -, da Jacques Laffite. Granerede di questi veterani è stato Riccardo Patrese, con 256 gettoni tra il 1977 e il 1993, anche se Alonso, Button e Schumacher mica scherzano a Gp bazzicati, avendo tutti superato di poco la soglia fatidica dei trecento cartellini.

Però, chi sta là in cima, sopra tutti, è altra cosa. Rappresenta il top dei top. Il simbolo della voglia di non arrendersi, della capacità di durare e anche, io direi che è questa la cosa più bella, di restare innamorato delle corse anche dopo i quaranta, quando conto in banca, buonsenso e progressiva sindrome da gattuccio da focolare suggerirebbero ben più serena ritirata tra le coltri, al patrio ostello. Invece no. Kimi Raikkonen, lui che ha sfidato tutti di grandi della fine e dell’inizio del terzo millennio, è tuttora in pista e ci crede ancora, perfino utilizzato come testimonial taciturno, simpatico e mordace negli sport della Stelvio insieme alla sua amata - e pure amabile - Minttu, che lo spedisce puntualmente a parcheggiare il mezzo.

Ma dai, il discorso è anche un altro. Essere il più tenace rispetto alla pulsione a partecipare o a una categoria rappresenta uno dei primati più poetici immaginabili, che in ogni epoca premiano un indimenticabile uomo simbolo di un mondo e di una civiltà, oltre a un’era delle corse e dello Sport. Penso negli Stati Uniti e ad Aj Foyt col suo primato di 369 partecipazioni in monoposto in gare Indycar, ovvero alle 1184 corse Nascar disputate da“The King” Richard Petty, ovvero alle 33 presenze di Henri Pescarolo alla24 Ore di Le Mans o alle 36 partenze effettuate dallo stesso Aj Foyt alla Indy 500, dal 1958 al 1993, la prima volta trovandosi nelle prove libere con Juan-Manuel Fangio, l’ultima dando una mano a Robbie Gordon.

O penso anche a gesti anonimi ed eroici di piloti sconosciuti ma fantastici quali Johnny Pesmazoglou, in gara nella Rally Acropoli dal 1952 al 1987 e capace di partecipare anche all’edizione veteran della gara nel 2002, l’anno della sua morte.

Tutto questo per dire che il primato raggiunto da Kimi Raikkonen a Sochi è la cosa più importante, bella e romantica che emerge da un fine settimana altrimenti avaro e pure una pietra miliare. Soprattutto si tratta della parte bella e struggente di una calda ballata d’appartenenza di un uomo alla sua passione più vera e identificante, l’inno alla voglia di non voltare pagina, un grido alto che sublima la capacità di non arrendersi e lega - per quanto, non importa - il nome, il volto e la storia di un campione anche alla forza d’essere il più fedele di tutti a una categoria, la F.1, nella quale è difficilissimo entrare e facilissimo uscire. Ed è quasi buffo e paradossale verificare che a riuscire nell’impresa è proprio colui che aveva accettato, forse nel momento in cui poteva più capitalizzare il titolo mondiale vinto con la Ferrari nel 2007, di andarsene, menefreghista e coraggioso, verso altri mondi e lidi, nel 2010-2011, a scoprire i salti estremi del mondiale rally - 21 presenze, una ps vinta, con un quinto posto in Turchia 2010 quale top result su Citroen -, o assaggiando le strane situazioni di serie Nascar, quali quella dei Truck e la Nationwide.

Be’, andar via, sparire dal Circus, poi per lui è stato solo il motivo per tornare in F.1 con pungente nostalgia dal 2012, mostrandosi subito tra i più veloci, intelligenti e risparmiosi nella nuova sfida tattica e agonistica di saper gestire gomme e mescole con più sensibilità di qualsiasi altro rivale, riportando al successo financo la Lotus. Riaprendosi la strada quale Cavallino di ritorno in casa Ferrari, quindi vivendo a mo’ di latte della vecchiaia un seguito intenso e a suo modo spumeggiante con la non sempre competitiva Alfa Romeo in coniugazione Sauber.

Insomma, quello compiuto da Kimi a Sochi 2020 non è un passetto burocratico o un insignificante numerino che cambia, ma lo scatto d’un anuova situazione che trae origine da una fantastica capacità di superare epoche, prove, sfide e pressioni pazzesche con le motivazioni ancora decentemente pulsanti e capacità decisamente accettabili. Tanto da costituire in termini di fedeltà e appartenenza la risposta della Formula Uno all’innaffondabilità ideale di Valentino Rossi nel motomondiale, che,a sua volta, ha sostituito felicemente nella classifica di tutti i tempi, in termini di militanza e simbolismo d’eternità innamorata, un mito qualeil vecchio Jack Findlay.

E così, caro Kimi,, finalmente ci siamo. Davanti a tutti, dal punto divista iridato, sei già stato nel 2007 e adesso ci ritorni. Prima eri al top delle prestazioni tanto da guadagnarti un titolo - l’ultimo Piloti per la Rossa, come si ripete con salmodiante e ansiogena frequenza -, adesso sei più su di chiunque - a parte Rubens - in termini di presenze e voglia di esserci.

Nel calcio li chiamano alfieri. Sono coloro che si dimostrano in grado di testimoniare più attaccamento alla maglia di una squadra, a quella della nazionale o al calcio stesso, segnando per ciascun ambito il maggiornumero di gettoni di presenza. Costoro, penso, che so, a Piola, Facchetti, Maldini o Zoff, diventano leggende anche grazie a questo. Tingono le loro carriere ormai al tramonto con una voglia d’immortalità, un anelito alla rimozione del concetto d’addio, una poesia alla tendenza a sfidare il tempo, sognando che sia infinito, gridando come il Faust di Goethe: “Fermati, attimo: sei bello”.

C’è tanto di poetico, in questo tuo record, Kimi Raikkonen, perché è come una nuova canzone che carezza il grandioso e contraccambiato amore tra te e la Formula Uno, il quale non desidera finire e che non finisce di desiderare un seguito, il pretesto di non dirsi addio, la promessa che ogni volta ci sia  ad attenderti e ad attenderci, una volta ancora.