Riparte il Mondiale di Formula Uno, con le solite venti macchine al via. Tante, poche o abbastanza? Secondo me, poche, pochissime. Orrendamente scarse. Perché la storia del campionato narra chiaramente che solo in tempi di chiari di luna, leggi alla fine degli Anni ’60, si ebbero così poche monoposto al via. In verità l’assetto attuale non ha niente a che vedere con magre o carestie, ma affonda le radici nella filosofia esattamente opposta. Perché il principio della porta semi-chiusa e dell’esclusività dell’appartenenza al club F.1, anche tramite una cauzione d’ingresso devastante sul piano economico per gli aspiranti nuovi team, è tutto ciò che resta della filosofia ecclestoniana. La quale, nata negli Anni ’70, decolla definitivamente nei Novanta, trovando compiuta applicazione all’alba del terzo millennio. E il credo di Mister E, in sintesi, diceva e continua a dire questo, anche se Bernie adesso sta a casa e comanda Liberty Media: le squadre in F.1 devono essere pochissime e rappresentare soggetti fortissimi, la crema dei Costruttori mondiali che si sfidano in mondovisione con budget illimitati, generando un giro d’affari stellare.

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In altre parole, una specie di Coppa America con regate su un mare d’asfalto sparso in tutto il globo, ovviamente nei siti dei Paesi più ricchi, con le macchine e i marchi che diventano più importanti degli uomini, tanto che il mondiale Costruttori distribuisce stramiliardi di dollari, di fatto impallando e facendo ombra al titolo piloti, il quale geneticamente era il primo e il solo alloro iridato che la F.1 doveva assegnare, e che invece da allora diventa una specie di investitura fondamentale ma onoraria. Perché la ciccia vera la si mangia mordendo il torneo dei team. Team che sono iperselezionati e ammessi con criteri che neanche una patente aerospaziale.

In altre parole, valgono le parole che lo stesso Ecclestone disse a Enzo Coloni a fine 1991, quando il coraggioso patron umbro stava decidendo digettare la spugna: "Attento, Enzo, perché nella F.1 che ho in mente io è facile uscire, ma poi sarà impossibile entrare". E difatti, a rigore, lo è, impossibile. Anche se dal 2008 la crisi economica globale ha falcidiato vari grandi Costruttori, perdendoli uno dopo l’altro e riducendo il mondiale di F.1 a una sorta di oligarchia simile al Dtm, con pochissimi soggetti forti che hanno creato sfere d’influenza tali da dare vita a mini-trust al’interno del trust, con la Mercedes che dà una gran mano all’Aston Martin (ex Racing Point), motorizzando (e quindi influenzando, volente o nolente) McLaren e Williams; stesso discorso per la Ferrari con Alfa Romeo e Haas e la RedBull che ha lo junior team - anche se creativamente indipendente - in AlphaTauri, infine c’è l’Alpine, ormai sola soletta. Cioè tre partitoni e un partitino, fine.

Dai, non sarebbe il caso di muovere un po’ quest’acquetta stagnante? E ricordo anche che Mario Monti, quand’era Commissario Europeo e lavorava per le istituzioni di Bruxelles, a metà Anni ’90, per breve tempo si interessò anche dei criteri di gestione e ingresso alla F.1, esprimendo qualche pacata ma ferma perplessità, proprio perché il Circus sembrava una sorta di caveau inviolabile, quando invece dovrebbe vigere il principio sportivamente specchiato della massima selezione all’interno della garanzia della porta attitudinalmente aperta. Aperta, eh: non chiusa o semichiusa.

Invece, mica tanto. Primo, perché di fatto puoi entrare solo se compri una squadra che esiste già. E, se i padroni del vapore non vogliono, tu, anche se soldi ne hai, non acquisti un bel niente. Secondo, perché la clausola d’ingresso al mondiale dice che se uno vuole acquisire il diritto d’entrata deve sborsare una tassa d’iscrizione di 200milioni di dollari, i quali, come recita un detto antico delle campagne umbre, mica li piscia un cane. Non è un caso che in lista d’attesa c’è da tempo il Monaco F.1 Racing Team di Salvatore Gandolfo, il quale per dare seguito al proposito aspetta solo che venga rivista la tagliola/gabella spezza femori per i nuovi possibili aspiranti concorrenti. E poi, nell’era del salary cap, del freezing e della razionalizzazione calmierata di qualsiasi spesa, che senso avrebbe creare una Formula Uno più dal volto umano senza contemporaneamente riaprire le porte a energie fresche e nuove? Vado oltre.

C’è anche un aspetto squisitamente sportivo - e meno male -,di cui tener conto. Questa Formula Uno risulta, paradossalmente, anzi,tanto, troppo facile proprio per le squadre di seconda fascia, perché, a differenza del mondiale di tutte le epoche meno questo, la partenza in un Gp è garantita dalla mutua. Venti sono gli iscritti e venti in griglia, punto. Indipendentemente da qualsiasi cosa possa accadere in qualifica. In tutte le epoche, invece, non è mai stato così. L’abbondanza degli iscritti è sempre stata considerata presupposto di selezione e incentivo alla competitività, tanto che, in epoche non sospette, la raggiunta qualificazione in un Gran Premio era considerata festa grande.

Parlando col messicano Hector Rebaque mi sono sentito dire: "lI giorno più bello della mia vita è stato quando sono riuscito a qualificare per la prima volta la mia Hesketh in Germania 1977, dopo tanti fallimenti ed esclusioni".  Due anni fa, una sera a cena, per i Caschi d’Oro, Gabriele Tarquini mi ha confermato con un sorriso amaro ma sereno: "La mia carriera in F.1 è stata rovinata dalle prequalifiche, create per uccidere i piccoli team. Le qualificazioni pure e semplici invece erano uno stimolo a far meglio, le pre-prove no: quelle erano il calcio per buttare fuori i più deboli".

Chiaro? E niente male pure le considerazioni che ama fare Beppe “Cavallo Pazzo” Gabbiani certe sere al telefono, quando inganna il tempo di lockdown confidandomi: "Adesso a partire son buoni tutti, bella sveltezza... la F.1 vera è quella che ha trenta macchine iscritte e ne partono ventisei. Allora sì che le qualificazioni diventano sportivamente ansiogene e la sfida è terribile, sia per la pole che per aggiudicarsi un posto in ultima fila. In realtà, così come è adesso, con la partenza assicurata e i punti ai primi dieci, le cose sono un po’ troppo comode e semplici anche per i meno forti. Io, per esempio, sono stato perculato sia da qualifiche che prequalifiche, mentre adesso, con una F.1 così, andrei a spasso da gran signore, perché il difficile mi sarebbe risparmiato e sarei al via pronto a ben figurare, a prescindere. In nome dello sport, dello spettacolo e del livello di competizione, bisognerebbe rimettere le cose al giusto posto".

Non restaurando le cose in nome del passato, aggiungo, ma ritoccandole in ossequio alla logica e al senso dello Sport che questa F.1 ha un po’ smarrito, travolta dall’avidità dei dollari. Da trent’anni viviamo le conseguenze negative di una filosofia del potere la quale recita che meno bocche ci sono a competere e mangiare, più grandisono le fette di torta che tocca ai partecipanti.

Buon divertimento per il mondiale di F.1 2021, dunque, ma attenzione, cominciamo già a pensare anche all’edizione 2022, riconoscendo che è tempo di far tornare in lizza almeno altre quattro o cinque squadre di piccola o media entità, per restituire fino in fondo alla categoria regina i valori che, inseguendo ricchezze e esclusività odiose, nel corso degli anni malinconicamente ha perso.