Elkann, Autosprint e la rinascita Ferrari endurance

Elkann, Autosprint e la rinascita Ferrari endurance

È iniziato un anno che apre, con la nascita della Hypercar Rossa, un ciclo nelle gare di durata che si annuncia meraviglioso per il Cavallino

3 gennaio

Gira, gira, a qualcuno la cover di Autosprint dei Caschi d’Oro con John Elkann presente e premiato alla nostra festa, non è piaciuta. E pazienza. Mica si fanno feste, giornali e copertine per piacere a tutti.

Tanto più che gli scontenti son pochi assai, ma chiassosi pure, specie nei social, e con argomentazioni precise. Diciamo pure queste: la Ferrari in F.1 non vince niente da due anni, quindi perché premiarla? Di più. I successi nel Wec sono oscuri e riguardano di fatto il Gran Turismo, ossia una sottocategoria, altra e aliena perfino rispetto alla classifica assoluta, quindi tanto rumore per nulla.

John Elkann, poi, non è geneticamente uomo di corse, ergo il suo posto non è la copertina di Autosprint. Peggio. La Ferrari da anni e anni non è più la Ferrari. Un po’ come dire che se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari. Bene. Riassumiamo.

La prima ad Autosprint

Il Presidente della Ferrari John Elkann arriva a sorpresa alla festa di Autosprint ed è la prima e unica volta nella storia sessantennale della nostra testata che un rappresentante della famiglia Agnelli partecipa ai Caschi d’Oro. Lo fa con garbo, stile, passione, puro desiderio di condivisione di un afflato per le corse che lui stesso sta acquisendo e coltivando sempre più. Partendo da un retroterra di sportsman che ama i cimenti, le sfide e coloro che si pongono in grado di vincere in modo equo e con merito. Punto.

Non solo F.1

All’interno di questo suo cammino progressivo di avvicinamento e presa di coscienza del pianeta racing, al centro di gravità, oltre alla F.1, c’è anche l’endurance con il Wec e soprattutto la 24 Ore di Le Mans. La gara feticcio, il palo del tendone del circo delle maratone, che lo vede dar bandiera nella scorsa edizione e che già ospitò suo nonno Gianni Agnelli da elegante mossiere nel lontano 1968, quando la Ferrari era fresca reduce dalla parata di Daytona e dal mondiale P4 vinto contro la Porsche. E la cosa all’Avvocato piacque assai, se è vero che pochi mesi dopo fu annunciata l’entrata ufficiale della Fiat all’interno della Rossa, cambiando la storia d’entrambe e sportivamente quelle di noi tutti appassionati del motore. E, vedete, queste non sono ciarle da social, ma cultura da corsa, brodo primordiale in cui germoglia e si moltiplica la nostra passione ricollegandosi a sinapsi e radici nobili e certe. Tanto che per un paio di anni ho scritto in questa rubrica lettere aperte e accorate a Elkann, Coletta e alla dirigenza Ferrari supplicando di pensare a un ritorno in salsa endurance puntando al Wec e a Le Mans, perché quello sarebbe stato l’omaggio grande, il cerchio narrativamente completato e il rito transustanziante di una Ferrari in grado di sublimare le sue origini, carezzare la storia e ritrasformare il metallo in spirito.

La risposta della Ferrari

Certi mi davano del matto, del sognatore, del perdigiorno nostalgico. Questi gli argomenti di allora, portati degli stessi che ora storcono il naso per Elkann in cover di Autosprint: "Ehi, ma scherzi? Elkann è un finanziere, uno che bada ad altro, mica alle corse per duri e puri. Sei un illuso don Chisciotte che butta via pagine, questi non ti daranno mai retta e Le Mans manco sanno dov’è: neanche ti leggono e, se lo fanno, ridono". Fantastico. La realtà però prende improvvisamente una piega diversa e il Presidente John Elkann lo scorso anno all’improvviso dà uno degli annunci più tonitruanti, inattesi e sconvolgenti nella storia della Ferrari, del Motorsport e dello Sport in sé: "Nel 2023 torneremo al mondiale di durata e alla 24 Ore di Le Mans, omaggiando la nostra storia, le nostre radici e anche il centenario della corsa della Sarthe".

Bingo. Quello che nessuno dei timonieri Ferrari aveva mai avuto né il coraggio né la ventura né lo spirito di fare dal 1973 a oggi, lo realizza John Elkann lasciando il mondo - e non solo delle corse -, a bocca aperta. E mister JE non si ferma qui, perché ci si mette con passione, dando fuoco alle polveri della sua parte giovane incendiandola con lo stato nascente di un innamoramento quieto e nuovo per un mondo laterale del racing, l’endurance, che gli piace sempre più e nel quale trova empatia e piaceri diversi e non meno intensi, rispetto alla F.1.

Una visione per curare una ferita

Da qui scaturisce lo scoppio di sogno collettivo tale da rendere fiamma la benzina che tutti gli appassionati più duri e puri di corse portavano a spasso da mezzo secolo, inesauditi e inesausti: quella della Ferrari che se n’era andata da Le Mans e dal Mondiale Marche era una ferita, un lutto vedovile che ci lasciava tristi e piangenti. Un dolore sordo, un senso di mancanza tale da far nascere in tutti una specie di profezia liberatoria. Un giorno la Ferrari avrebbe sorpreso tutti.

Sì, sarebbe riapparsa a Le Mans, a Daytona e a Sebring, per vincere. Come la leggenda azteca del dio Quetzalcoatl che un brutto dì lasciò soli e tristi i devoti prendendo il mare e dicendo che prima o poi sarebbe tornato. Ecco come stanno le cose. Poi se grande e immenso è il senso di visione di Elkann o grande e immensa è soprattutto la nostra passione per farci pensare e sentire questo, non lo so. Comincio a chiedermelo e nei mesi e negli anni a venire avremo tante belle risposte; però il senso di tutto, the bigger picture, come dicono gli anglosassoni, ossia la realtà vista dall’elicottero rispetto alle cavolate sparate sui social pensando in piccolo, è proprio questa. John Elkann nobilita deliziosamente la festa dei sessant’anni di Autosprint con una presenza ricca di stile, di classe e di cultura del nostro Sport e per lo Sport.

La squadra al completo

Lo fa presentandosi con Antonello Coletta, uomo forte dell’impegno in Gran Turismo e anche formidabile e appassionato volano, fondamentale per il lancio della sfida Hypercar in chiave 2023, insieme ad Amato Ferrari di AF Corse. E le categorie GT in salsa Pro e Am non sono oscuri gironi purgatoriali in cui vivere una finta rivincita dalle delusioni della F.1, ma trampolini nobili e alternativi, momenti forti, precondizioni decisive, utili ad affilare le armi e a rinverdire il mito Rosso, in attesa di sfide ancor più esaltanti e dalla risonanza globale cataclismatica.

L'esempio di Stoccarda

Vedete, poco tempo fa ho narrato proprio su Autosprint la storia della Porsche 935 Baby, che corre nel 1977 per non più di quattro mesi in una sottocategoria del Gruppo 5.

Vettura mitica, amata, iconica, eppure ha gareggiato una manciatina di gare nella classe 1500 Silhouette e poi s’è ritirata, incistandosi sfavillante e ammirata al museo di Stoccarda, da allora stra-adorata. Sapete perché? Perché i tedeschi sanno vendere e custodire bene le loro vittorie, gonfiando a volte trionfetti rendendoli miracoli.

Il difetto degli italiani

Noi italiani no. Noi sputiamo su tutto e tutti, quasi sempre controvento, inondando puntuali noi stessi di rabbiette inutili e distruttive, oltre che ineleganti. Se i tedeschi avessero avuto i trionfi pluriennali e globali della Ferrari 488, di Coletta, di Amato e di AF Corse, avrebbero dedicato un museo a tutti loro, con Elkann con la spada de foco su un monumento equestre. Altri, qui in Italia, no. Mischiano tutto. Non capiscono i segnali. Non realizzano. Non considerano che John Elkann alla festa di Autosprint si fa fotografare col Casco d’Oro insieme ad Antonello Coletta e parla solo di endurance, lanciando un segnale chiarissimo e, per certi versi, rivoluzionario. Roba che fino a poco tempo fa avrebbe fatto venire l’orticaria ai padroni della F.1 e un po’ gli sarà anche venuta, magari.

Il ruolo della F1 e quello del WEC

E soprattutto il Presidente della Ferrari dimostra che per lui i Gp restano al top, la Rossa di Binotto ha fiducia ma in quel contesto nulla da dichiarare: le cose da dire sono già state dette tempo fa, dando appuntamento al 2022 per le risposte sul campo. Questo è il significato profondo, magico, bello e invitante di ciò che è successo alla festa dei Caschi di Autosprint, con John Elkann che parla di Hypercar, Le Mans, Mondiale di durata con negli occhi la stessa luce del nonno Gianni Agnelli quando con un colpo di bandiera fece urlare il mucchio selvaggio dei bolidi a Le Mans ’68. Questo è il senso di tutto e a gustarlo sono invitati anche coloro che fino a oggi non l’avevano capito. Ed è stato bello partire da una polemica altrui, qui e ora, rispondendo non con una polemica di segno opposto, ma con l’unificante poesia delle corse. Autosprint aveva sette anni, in quel 28 settembre 1968 a Le Mans, John Elkann sarebbe nato sette anni e otto mesi dopo. Ora siamo tutti qui, uniti da una sera speciale e da tutto ciò che verrà, a vivere questa nuova ode allo Sport, LA GRANDE BELLEZZA, che magicamente si ripete.


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