Nelle vene di Lewis Hamilton scorre l’arte dell’agguato. Agguato a un altro titolo iridato e alle speranze dei suoi rivali, in primis il suo compagno di squadra Valtteri Bottas. Ma questa è la prassi. Inutile cavillare. E' molto più complicato analizzare il momento della Ferrari che dopo il flop della Stiria s’è beccata un altro sganassone in Ungheria, doppiata e in gara a guadagnarsi la pagnotta nelle retrovie.

Parlo di Ferrari ma non di Binotto

Sussurri e (per ora) nessun grido da Maranello. Soprattutto nessuna rivoluzione. Almeno immediata. Ipotesi e illazioni ce ne sono state. Ma per ora la via della stabilità della Scuderia è quella che hanno scelto di percorrere i vertici. Fiducia a Mattia Binotto. E' il momento più difficile da quando è diventato team principal. Tocca a lui togliere la Ferrari dalle sabbie per niente nobili di un Mondiale dove mancano quegli sbaffi rossi, capaci di riaccendere in un lampo la passione. Serve un piccolo spiraglio nel quale intravedere un bagliore dopo un avvio duro, in salita ripida, con un secondo posto illusorio nel primo round in Austria, un flop dolorosissimo nel Gp di Stiria e un 6° posto con Vettel in Ungheria e le Rosse doppiate come non accadeva da tempo immobile.

Il momento è delicato, la crisi è a 1000, serve la massima cautela, evitando i carichi pendenti di una stagione iniziata col piede sbagliato. Ora, al netto di ogni polemica, retroscena, con i loro annessi e connessi urge un primo, bene assestato, colpo di reni. Ne ha dovuti compiere tanti la Ferrari in questi anni nella sua rincorsa alle Frecce d’Argento ma senza mai essere letale, ora ne serve uno bello potente per riportare le Rosse fuori dall’inferno dove si sono cacciate. Fino a poco tempo fa essere i primi rivali della Mercedes era una sorta di minimo sindacale: ora sembra una missione impossibile. E tornano in mente certe vigilie di mondiale con Sergio Marchionne che dava l’ordine di tappezzare le pareti del reparto corse a Maranello con foto della Mercedes. Un monito in ogni luogo, quasi un’ossessione che si dice inseguisse il dipendente fino alle toilette.

Tutti insieme, e neanche troppo appassionatamente. Non ha mai vinto il titolo iridato quella Ferrari ma ci ha regalato più di qualche brivido. Al momento al popolo ferrarista andrebbe bene addentare anche quella sorta di pane duro, senza companatico, col quale ogni tanto si riuscivano a sfamare momentanei appetiti.

As in edicola con il poster delle regine F.1 e la mascherina

Proviamo il più possibile a vedere il bicchiere mezzo pieno, senza correre il rischio di ubriacarci, delusi nel bar delle chiacchiere. Adesso c’è una settimana per riordinare idee che al momento, paiono confuse. Poi si andrà a Silverstone, proprio nella pista di casa di 28 Lewis Hamilton e della Mercedes. E da lì il calendario offrirà poche soste fino a metà settembre. Chissà che Ferrari vedremo a Monza e al Mugello per una prima volta del Gp della Toscana che terrà a battesimo i 1000 Gp corsi in F.1 dal Cavallino.

Viste le premesse concentriamoci a vivere alla giornata. “Lasciateli lavorare” diceva il presidente col maglione. Lasciamoli lavorare...

Intanto un nuovo filone di mercato tutto da esplorare è stato inaugurato la scorsa settimana. La voce: Sebastian Vettel 44 con Aston Martin nel 2021. E di seguito una ridda di supposizioni, aperture future, ipotesi plausibili. E tutte molto convincenti al punto di scomodare anche Felipe Calderon, per sei anni (dal 2006 al 2012), presidente del Messico, qui in versione race-fan dedito a Twitter, sceso in campo a difesa di Perez che con l’arrivo di Seb sarebbe costretto a fare i bagagli nonostante abbia ancora un anno di contratto: "Questa potrebbe essere l’ultima stagione in Racing Point e forse in F.1 di Checo Perez – ha scritto – l’ultima possibilità di vincere un Gp. Anche se è un pilota migliore e con risultati migliori, con l’arrivo di Vettel è difficile far andare via l’altro pilota, figlio del proprietario".

Analisi perfetta. Che lascia poco spazio all’interpretazione. E tra Sebastien, il team di Lawrence Stroll e grazie alla straordinaria partecipazione di Toto Wolff, è già scattata la luna di miele. Anche se all’orizzonte spunta una bella sirena chiamata Red Bull.

Doveroso è anche ricordare Ron Tauranac ora che a 95 anni se n’è andato lasciando tracce indelebili della sua matita, dal 82 la quale sono nate le Brabham capaci a fine Anni ’60 di artigliare titoli iridati. Lo ricorderemo nel prossimo numero. “ L’auto migliore che ho progettato? La prossima ”. Anche lui, come per Enzo Ferrari (“la macchina migliore è quella che deve ancora essere costruita”), l’asticella si alzava ogni volta, inesorabile. Un traguardo continuo, spesso a braccia alzate, effimero brivido in una vita lanciata a folle velocità verso il futuro.

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