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Toto, l'italiano vero Wolff e il tricolore sull'auto del “nemico”

Il rapporto da papà sportivo con Kimi e con il papà vero è fondamentale per la sana crescita di un pilota ricco di talento
Toto, l'italiano vero Wolff e il tricolore sull'auto del “nemico”
© Getty Images

Stefano TamburiniStefano Tamburini

8 mag 2025 (Aggiornato alle 13:19)

L’Italiano Vero del paddock non sarebbe neanche italiano, a dire il vero. Uno nato a Vienna, comandante in capo e azionista della scuderia più tedesca che ci sia, come fai a pensarlo felice mentre osserva il tricolore che sventola. Eppure è un po’ così; lui – Torger Christian Wolff detto Toto – di quell’italianità che in qualche modo lo avvolge ne va fiero, sia per gli spaghetti al dente che ama sia per quella scelta un po’ sconvolgente di portare un giovane italiano a sognare in grande guidando le vetture colorate d’argento. Sì, a guardarlo bene, a Miami, nella fetta d’America più trash che ci sia, il box della Mercedes è un po’ come se fosse una sorta di Little Italy. Certo, è anche grazie alla presenza del piccolo entourage di Andrea Kimi Antonelli e del padre Marco, a sua volta pilota e titolare di una scuderia minore, che però è lì solo per seguire con molta discrezione il figlio. E parlano tutti italiano, tra «evvai!», «bravo!», «e andiamooo!» al momento della prima, sorprendente ma neanche tanto, pole position del giovanissimo bolognese nelle qualifiche della gara sprint. Tra il box e la pit-lane va in scena una vera e propria Abbracciopoli, tra baci, sorrisi e inni alla gioia. Perché tutti sanno che quello è il primo passo, guardano avanti senza la presunzione di credersi “prescelti” per diritto divino o per talento. Qui prevale la cultura germanica del duro lavoro che paga, che però in Italia trova poco reclamizzati e silenziosi seguaci nella Motor Valley e in molti altri angoli remoti dove crescono talenti da coltivare. Semmai in Italia il problema è la narrazione tossica, che si esalta e s’arrapa per un minimo sussulto e dispensa illusioni a ogni piè sospinto, che diffonde l’incultura della predestinazione e della narrazione gridata come se l’informazione fosse un rito da discoteca. Toto, invece, è uno da lasciar cantare con lo sguardo e con il sorriso, perché è molto fiero. Lui è l’Italiano Vero dopo gli italiani veri. Non canta, anche se vorrebbe, ride, balla e si diverte, stringe mani e ha occhi lucidi. Toto l’italiano lo parla fin da quando si è trovato a correre da pilota con la scuderia “Autorlando” di Orlando Redolfi di Pedrengo. Lo sfoggia, quell’italiano corretto, insieme con altre cinque lingue (tedesco, francese, inglese, polacco e spagnolo) e il dialetto bergamasco appreso nel box della “Autorlando”. Ed è uno spasso nel paddock ascoltarlo mentre si esibisce tra un “alùra” e un “pòta”.

Lui, il padre sportivo, e il padre vero di Kimi

Ed è ancor più uno spasso mentre duetta con gli occhi lucidi insieme con il padre del suo giovane pilota. Per poi tornare subito con i piedi per terra, complimentarsi il giusto con Kimi, fin dal team radio quando incrocia e asseconda l’entusiasmo genuino del pilota per poi lanciargli una sola frase: «Kimi, oggi non sei Andrea». E Kimi risponde con un «assolutamente no» che è una sorta di “ricevuto” a un messaggio in codice concordato. Visto che Antonelli ha due nomi, il Capo usa Andrea quando c’è da rimproverare qualcosa e Kimi quando va tutto bene. Poi l’entusiasmo prende giusto il tempo per i primi momenti di condivisione dell’impresa. Ma fin dalle dichiarazioni a caldo il pilota non sembra neanche un 18enne ma un campione maturo. Ed è un elemento di forza che rafforza il talento: «È stata una qualifica molto intensa, l’ultimo giro è stato eccezionale, mi è venuto tutto naturalmente. Sono molto felice. Non me l’aspettavo». Poi nella gara sprint c’è la manovra molto al limite, e anche oltre, di Oscar Piastri che butta fuori Andrea Kimi. E dopo ancora, ad aggiungere sfiga alla sfiga, il movimento errato di Max Verstappen al cambio gomme che regala altre amarezze. Ma lui non si scompone più di tanto e guarda avanti: «Ormai si è capito che nel primo giro si può fare qualunque cosa. Mi ha letteralmente buttato fuori ma sembra che si possa fare e dunque buono a sapersi...». E c’è ancora più buon senso nelle parole dell’ingegnere di pista Peter Bonnington detto Bono («Kimi, questa è la mini gara, non è rilevante») e soprattutto in quelle di Toto: «Ha mostrato molta maturità sin dalla situazione nella prima curva. Si è visto che lui pensava alla qualifica del pomeriggio e non solo ai punti, perché con un sorpasso così è facile incrociare le ruote e terminare la gara in anticipo. E anche quando si è beccato con Verstappen è stato bravo a ripartire, ha fatto molto bene».

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