Se questo periodo a motori spenti deve avere un eroe e un vincitore, ladies and gentlemen, qui ed ora eleggo il mio. Herr Toto Wolff, e con tanto di secca motivazione al merito: per aver bloccato, stoppato e rispedito al mittente l’orrenda idea di introdurre la griglia invertita anche in F.1. Per il cambio di format delle qualifiche era fondamentale l’unanimità dei 10 team, affinché si potesse stravolgere tutto, con Ferrari e Red Bull che, con inquietante serenità, avevano già detto sì alla sacrilega idea di una sprint race per stabilire la griglia di partenza della gara 2. La soluzione sarebbe stata utilizzata per movimentare i doppi Gp sullo stesso circuito, vale a dire a Spielberg e Silverstone, tanto per cominciare. Poi chissà. Quando fai entrare dalla porta principale un  abominio del genere, poi diventa disperatamente difficile levartelo di torno. Invece no. Toto Wolff stavolta s’è messo di traverso e l’ha fatto a ragion veduta, bello tosto. 

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E poco importa che a ben guardare lui è a capo del team che più avrebbe avuto da rimetterci da tale modifica regolamentare, in quanto in condizioni normali mediamente le sue Mercedes sono quelle che più spesso partono puntualmente nelle prime due-tre posizioni. E pertanto avrebbero avuto più da perdere degli altri, ovvio, a invertire la starting grid per le seconde frazioni. Ma questo è del tutto ininfluente perché di bello e di meritorio, financo più della sua posizione schierata, restano le motivazioni addotte e i ragionamenti posti in essere per l’occasione. Ossia, questi: "La F.1 è e deve restare meritocratica - chiarisce Toto Wolff medesimo, a uso e consumo di chi da questo orecchio proprio non ci vuol sentire -: succede sempre che rispuntino fuori vecchi progetti già bocciati. Non è il momento degli esperimenti e non c’è bisogno di inventarsi degli artifici per aiutare chi è dietro. Oltretutto, dalla mia esperienza nel Gran Turismo, anche in veste di pilota, dico che meccanismi del genere si prestano a mille contraddizioni: alcuni piloti potrebbero affrontare la prima corsa pensando soltanto alla posizione in cui partirebbero nella seconda - visto che la gara sprint del sabato avrebbe avuto una griglia rovesciata in base alla posizione della classifica iridata - , magari si potrebbero ritirare di proposito per scattare in pole. Ci sarebbero tattiche spregiudicate, e poi con quelli più veloci a scattare dietro il rischio di vedere un grosso numero di ritiri sarebbe elevato e influenzerebbe il campionato. La trovo una mossa del tutto anti-sportiva e opportunistica per una cosa, che in base ai sondaggi, interessa solo al 15% dei tifosi».

Ecco, finalmente qualcuno nel paddock, e mica uno a caso, si leva in difesa dei valori improntati alla purezza e alla durezza della sfida, oltre alla conservazione della tradizione agonistica e dei modelli valoriali accreditati, che attribuiscono premio e importanza alle prestazioni in prova e non alle alchimie, ai giochini mistificatori e a questa tendenza para-abortiva allo show giulivamente confusionario e fine a se stesso. Che poi Toto Wolff l’abbia fatto in definitiva o meno per tutelare i cavolacci suoi e del suo team, poco importa. È il concetto, quello che conta.

Per quanto mi riguarda, degli specialisti di gara 2 ne ho pieni i cosiddetti dai tempi della Gp2. Nel 2007 lo spagnolo Javier Villa, alfiere del team Racing Engineering, aveva basato addirittura una carriera su calcoli e lecite furbizie che gli consentivano di gestire gara 1 in modo da giungere settimo o ottavo, partendo davanti in gara 2 e involandosi per gestire la competizione successiva. Così facendo, lui che non ha mai ottenuto una pole position vera in vita sua, s’è portato in berta tre vittorie e tutte in gara 2, ogni volta sapientemente gestita. Siamo di fronte all’uomo che ha ottenuto più ottavi posti in vita sua e mica per caso. Perché in questo automobilismo a piste sciape, se parti davanti per grazia ricevuta qualcosa di bello succede. Niente male anche Olivier Pla della David Price Racing due anni prima, nel 2005, con due trionfi consecutivi in gara 2 di Silverstone e Hockenheim, grazie a due ottavi posti in gara 1 sapientemente gestiti e ciao.

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Ecco, tutto ciò in formula cadetta al limite può essere accettato, ma in F.1 no. Eh, no. Ecco, fermiamoci qui. Questi sono solo due esempi di scuola, ma se ne potrebbero fare mirati di volta in volta diversi altri, per spiegare come piloti tendenzialmente non vincenti in condizioni normali possono diventarlo - alla barba di chi rischia la pelle o si spezza le gambe per riuscirci meritocraticamente - solo perché molto, troppo spesso nell’automobilismo viene applicata la filosofia di Jovanotti quando ancora era bimbino, ossia 1,2,3, casino! Ecco, al contrario, allora che vengano e s’impongano uno dieci, cento Toto Wolff. Già il drs, le gomme di marzapane, i pit-stop obbligatori, le piste al gusto di kartodromo, il regime di parco chiuso dopo le prove, l’avversamento delle corse sul bagnato, l’uso irresponsabilmente ammosciante e reiterato della Safety-Car appena sussistono condizioni di sfida reale a pista viscida, ecco, già, dicevo tutto questo ha reso progressivamente la F.1 una specie di teatrino carino pensato per gente automobilisticamente e sportivamente cretina, incolta, immatura e del tutto votata a trame insulse, cervellotiche, più tipiche di una sciarada che non d’un confronto tra piloti veri e decisi a stabilire chi davvero e insindacabilmente quel giorno di quel mese di quell’anno ne ha più degli altri.

Bene. Vogliamo dunque continuare su questa strada folle e insulsa? Ancora non basta? Ancora no? Vedete, a volte penso con sgomento che a frequentare questo giornale c’è pure gente di neanche cinquant’anni o poco più, che in vita sua ha fatto in tempo a vedere la Targa Florio stradale, a fare una capatina alla 24 Ore di Le Mans oppure alla 24 Ore del Nurburgring. Ebbene, andare a spiegare a queste nobili e venerabili figure, a questi guru della passione sacramente vissuta, delle alchimie del genere, è come millantare l’inarrivabile e spettacolare piacere che si prova a sfogliare margherite a uno sfrenato praticante di sesso estremo.

Cioè, a dirla in maniera diversa, cari signori della Formula Uno, per cortesia, smettetela di prenderci per il culo. Piantatevela di pensare a trabocchetti, soluzioncine e nauseanti giocherelli per rendere sempre più questo sport vero, crudele e meraviglioso una specie di pippa mentale a lode e gloria di chi non sa come far diventare scemo per un’ora e mezzo davanti alla Tv un appassionato puro, trattandolo come fosse un imbecille qualsiasi. Piantatela di lambiccarvi per individuare soluzioni demenziali e stravolgenti, sportivamente degradanti e che appaiono di gran lunga peggiori del problema che si accingono a complicare. Oltre che pericolose, perché ammassare nei primi giri in lotta folle i più bravi in rimonta a serbatoi pieni fino all’orlo, contrapposti ai lenti, davanti solo per grazia ricevuta, è uno scenario di sterile e superficiale quanto irresponsabile pressappochismo agonistico.

Pensate a correre, pe***o. Occupatevi di reintrodurre qualche decina di curvoni veri e tali da distinguere, quando c’è da tenere giù il piede, l’uomo dal ragazzo e il pilota vero dal pagasponsor qualsiasi. Tornate a rispettare il senso della sfida senza arzigogoli, a omaggiare chi in F.1, in sette entusiasmanti e spietati decenni - per dirla alla Wolff, fino a oggi meritocratici -, s’è giocato tutto sfoggiando passione, pelo sullo stomaco e coraggio. In tre parole, fatevela finita con questi giochetti vergognosi: pensate a fare le persone serie - dear mammasantissima del paddock -, mantenendo le corse altrettanto credibili e smettendo di rompere i c*****i alle essenze nobili del nostro Sport.