Posso dirlo? Dopo che la scorsa settimana avevo intitolato il pezzo “Ferrari, perché non parli?”, penso sia ora di scendere più nei dettagli nonché di salire di pretesa e meglio specificare e rafforzare la richiesta: giunti a questo punto, è tempo che a pronunciarsi sulla situazione in corso non sia sempre e solo il responsabile del programma F.1 Mattia Binotto, ma colui il quale sta un po’, tanto, più su di lui, ovvero il Presidente John Elkann.

Perché qui ormai il problema è ben più complesso di quello d’aver a che fare con un fastidioso e transitorio momento sportivamente no. Sul piano tecnologico, la SF1000, dopo aver mostrato carenze di potenza e velocità di punta nel Gp d’Austria, nel weekend gemello della Stiria in qualifica, sul bagnato, invece di risorgere o approfittare delle mutatissime condizioni meteo, finisce in netta crisi, tra trazione, assetto e quant’altro. Sul piano della gestione puramente sportiva, poi, in gara il pilota più lucido e ficcante, ovvero colui che rappresenta il futuro e cioè il prodigioso Charles Leclerc, alla terza curva manda per aria baracca e burattini, costringendo al ritiro se stesso e un Vettel che per una volta appare incolpevole, amaramente meravigliato e parte lesa.

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Peggio ancora, se solo si deglutisce, si prende un respiro e si guarda passato, passato prossimo e presente Ferrari, quasi fosse una vita che somiglia a un film, si nota che dal 2008 a oggi sono stati quasi sempre e solo bocconi amari. Alla fine del primo decennio del millennio, con la crisi economica globale, il contenimento dei costi e il conseguente taglio delle prove private, con la fine del test team, e la possibilità quotidiana di sviluppo reale, la Rossa perde forza, potere e competitività, peggio che Sansone dal taglio dei capelli. Poi di cose poco e meno belle ne arrivano altre. Verrebbe tanto da buttarla sulle persone per dire che purtroppo Alonso si ritrova il carattere e la personalità di Alonso, mentre Vettel ahilui non è Schumacher, ma, su, siamo onesti, evitiamo la comoda scappatoia di prendersela con questo o quello, perché l’amara verità è che dal 2009 non c’è mai stato un anno che uno in cui la Ferrari sia apparsa nettamente al top, caposcuola conclamata nonché locomotiva del treno F.1.

E diciamola tutta: dal 2014, anno dell’entrata in vigore della formula turboibrida, la Ferrari stessa non è mai stata leader né valida corrente d’opposizione, perché il primato tecnologico, sportivo e financo politico, dal primo giorno di tale tema tecnico, resta saldamente in mano alla Mercedes. Diciamo pure che non c’è mai stata formula tecnologica digerita peggio dalla Ferrari, in tutta la storia della F.1, di quella semielettrificata.

Con prospettive attuali peraltro tutt’altro che rosee e segnali che non lasciano intendere né sconvolgimenti nella scala dei valori né rivoluzioni annunciate, tali da modificare o minare alla base il dominio più annichilente mai registrato in settanta anni di Formula Uno. Quello della Mercedes.

In altre parole, la situazione è tale per cui, giunti a questo punto, continuare a sentire una sera per l’altra l’intervento dialettico cortese, competente, signorile, moderato, salmodiante e ricco di colto buonsenso dell’ottimo Mattia Binotto - il quale spiega invariabilmente ogni volta che le cose stanno andando così così, magari la “Mille” è sbagliata e che presumibilmente lavorando sodo tutti uniti la prossima volta magari andranno così cosà - ormai serve fino a un certo punto.

No, lo stato di crisi, di carenza d’identità, di smarrimento di fiducia e di perdita del senso dell’orientamento è tale, da non potersi più accontentare di sentir parlare solo il capitano, l’allenatore o chi per lui, ma che prenda la parola e con energia - restando ma anche uscendo dalla metafora calcistica - il Presidente.

Perché quando le problematiche e la sofferenza di un programma raggiungono le latitudini toccate dalla Ferrari in F.1 nella fase che sta vivendo, non è più questioni di alchimie, formazioni, ali, token, evo, nolder, schemi o questioni da spogliatoio, ma la faccenda tocca aspetti ben più ampi e complessi, con altre domande ad affacciarsi all’orizzonte, che poi sono quelle che si pone l’Uomo e che si fanno gli uomini nelle fasi esistenziali più delicate. Dai, le solite. Quelle toste e vere. Mica facili da rispondere senza fede. Chi siamo, dove andiamo, come, con chi, perché e in che modo. Ecco. Anche perché, a forza di dire e pensare che la Ferrari sta per aprire un nuovo ciclo vincente, sono dodici anni che prosegue imperterrito, per un motivo o per l’altro, quello perdente.

E, attenzione, Mattia Binotto, oltre a essere espertissimo e bravo, teoricamente bravissimo nel suo mestiere, in tutta la storia della Ferrari assomma un potere spaventosamente intenso, in quanto, con rispetto parlando, è papa & re, incarna sia quello temporale che spirituale, essendo sia leader tecnico che politico-organizzativo.

Da ingegnere capo dei capi, il quale sceglie e dirige la Rossa, oltre che da casa anche sui campi di gara. In altre parole, neanche i signori Jean Todt o Ross Brawn, sul piano strutturale e mentale, per quanto forti e assai delegati, potevano avere una reale capacità intellettuale di incidenza così premiante. Anzi, per dirla tutta, era dai tempi dell’immenso e mai abbastanza lodato Mauro Forghieri che un uomo non polarizzava in Ferrari una potenza decisionale così vasta, enciclopedica ed eclettica.

Tutto ciò per dire due cose: Mattia Binotto in questo momento, oltre che far da sé, fa per tre. E con una concentrazione di competenze così vaste in un unico soggetto, diventa anche difficile affiancargli qualcuno, giacché risulterebbe ben poco agevole parzialmente semi-sostituirlo o quasi surrogarlo. Parliamoci chiaro: se la Ferrari fosse il Comune di Maranello, ora Binotto sarebbe sindaco, segretario del partito di maggioranza e allo stesso tempo ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico.

In altre parole, questo schema ben difficilmente si chiosa, si corregge o si cambia aggiungendo qualcosa o qualcuno per una riformina lieve, un comissariamento dolce o un affiancamento carino. No, una realtà come questa o la si muta ripartendo da zero oppure, al contrario, la si rassicura fortificandola, premiandola con una scommessa ulteriore e convinta, un supplemento di fiducia e coerenza, più una ribadita e impegnata consonanza con l’attuale dirigenza. In altre, semplici e più sentite parole, visto lo stato delle cose, adesso a contare davvero non sono tanto le previsioni di Binotto per il weekend dell’Hungaroring, ma il punto di vista della proprietà Ferrari sulle prospettive e sull’avvenire della squadra e del suo assetto, in Formula Uno e magari non solo.

Non siamo più ai vernissage di Reggio Emilia, ai sorrisi e alle fasi d’ottimismo e squisito galantomismo. Ci vuole molto di più: non solo parole, tra l’altro, ma un patto rinnovato, un gesto nuovo, un segnale rifondante che il Popolo Rosso attende, cui seguano tanti altri piccoli concreti segnali, altrettanto rigeneranti. Ed esso non può che giungere dal vertice. Dalla Proprietà.

Vedete, in un momento come questo non avrebbe senso né sarebbe corretto essere a favore o contro Binotto, perché a cambiare, a venire incontro alla situazione, a dare un senso di attenzione profonda e di ribadito e coraggioso impegno, dev’essere LA FERRARI. E #essereFerrari non deve restare un hashtag, ma tramutarsi in un modo ora invocato e rinnovato di ricominciare a vivere il Cavallino Rampante.

In un momento come questo, Enzo Ferrari parlerebbe senz’altro e il suo sarebbe uno show ben più affascinante di quello della Mercedes nel Gp della Stiria. Dopo di lui l’avrebbe fatto Montezemolo, con risultati mediatici equivalenti e di certo non meno chiarificatori. Adesso tocca a John Elkann prendere la parola, metterci del suo e fare e farci capire dove si vuole andare a parare, a medio e lungo termine.

E, credetemi, la questione principale non è mica se ci togliete Binotto o se lo tenete rinfrancato o pronto al riscatto, no, no, no. Lo sa solo chi comanda cos’è giusto fare. Ma lo dica e senza indugio, perché è ora. Noi tutti che abbiamo a cuore il Cavallino, non dobbiamo votare pro o contro Mattia, ma in realtà vogliamo solo che ci venga, semplicemente, restituita la Ferrari.