Vettel arriva al weekend del Gp di Turchia col peggior viatico tra tutti i piloti del Circus. Non tanto sul piano aritmetico dei risultati, quanto su quello psicologico-motivazionale del catastrofico trend agonistico. Un abisso di delusione, svarioni, imperfezioni e delusioni apertosi dal maledetto Gp di Germania 2018 con la mai dimenticata uscita adi strada al Motodrom in una gara che poteva e doveva vincere, per sé stesso e, soprattutto, per alimentare le legittime pretese iridate della Ferrari.

L'inizio della fine

Niente, tutto il contrario. Da lì inizia una sequela impressionante di “mistakes under pressure”, ovvero di sbagli nel momento in cui è sottoposto a pressione. Una serie nera che di fatto gli cambia la carriera e un po’ anche la vita. Perché, partito com’era da sfidante naturale di Hamilton alle vette ben più alte dei cinque titoli di Fangio e dei sette di Schumacher, Sebastian si vede da allora franare progressivamente e costantemente la terra sotto i piedi.

Avendo perso nell’ordine la nomea di ragazzo prodigio, il titolo onorifico di candidato a inseguire tutti i primati e le delizie di Schumi - compresa quella d’aver riportato la Ferrari ripetutamente al titolo mondiale dopo averla fatta letteralmente rinascere -, quello addirittura mitico di possibile emulatore di Schumacher e le altre acquisizioni senz’altro più formali ma non meno indimenticabili di primo pilota Ferrari, poi ridimensionato a secondo pilota Ferrari e ben presto trasformabili in ex pilota Ferrari.

E tutto questo perché? Be’, semplice e nello stesso tempo inconfutabile da rilevare: perché senza preavviso né recondita o apparente motivazione alcuna, improvvisamente Sebastian Vettel piazza la fila di imperfezioni più corposa, costante e inquetante che abbia mai assommato uno dal suo viatico, ovvero quattro campionati del mondo consecutivi vinti con la Red Bull a motore Renault dal 2010 al 2013.

Campione smarrito

Da lì tanti interrogativi, ma fondamentalmente tutti raggruppabili in una e una sola doimanda: che cosa sta succedendo, Sebastian? Problemi fisici? Guai personali non meglio descrivibili? Semplice e inevitabile declino che prima o poi assale un campionissimo in gara e sotto pressione da quando era bambino?

Interessante porre domande come queste, ma ancor più complesso è trovare la risposta giusta, alla luce di un atteggiamento di Sebastian mediamente molto onesto con se stesso, ma anche discreto e poco incline a trasformare in un caso la sua posizione e il suo rendimento di pilota all’interno della Ferrari, a partire dalla ruotata rifilata all’elasticheggiante e furbo Hamilton a Baku nel 2017: fu lì che le prime avvisaglie della successiva odissea arrivarono a suonare un primo e ancor dicreto allarme. "Posso solo dire che sono io il mio peggiore avversario, ovvero il miglior nemico di me stesso”.

Ecco, sono parole che lasciano poco spazio all’immaginazione e descrivono i fantasmi personali di uno dei più bravi piloti della Formula Uno moderna che di punto in bianco smarrisce la retta via fino a racimolare uno dei periodi più sfiancanti e catastrofici tale da diventare proemio al suo licenziamento in chiave 2021 ampiamente annunciato in anticipo da Mattia Binotto. Ed ecco che improvvisamente Sebastian Vettel diventa un caso enigmatico, unico, affascinante e strano nell’ambito della storia intera della F.1.

La prima volta

Perché mai c’era stato un supertop driver che di punto in bianco non ne prende più una o quasi. In passato, negli anni eroici, non succedeva, perché, negli anni in cui la Formula Uno era pericolosa e il sesso sicuro, se sbagliavi troppo spesso finivi col farti male ma tanto tanto. E anche nel Circus più asettico e bonificato che venne dopo, guai sbagliare, perché un top driver che spesso commette svarioni comnincia a valere subito meno, fino a rischiare addirittura di sparire dal mondiale o vedersi lo stipendio decurtato a poco più di una merendina.

L'arrivo di Leclerc

In ogni caso, la crisi di Vettel è reale e fortissima, tanto che Leclerc arriva in Ferrari a un’età da baby e dopo un 2019 di confronti da subito tutt’altro che scontati, il monegasco gli ruba la piazza, la scena e infine il ruolo di punta di diamante della Rossa.

E da lì nasce addirittura una sorta di mitografia da social, che divide gli appassionati in due correnti parareferendarie contrapposte: da una parte c’è chi sostiene aprtamente che il tedesco è totalmente bollito, dall’altra v’è invece - e sono tanti -, chi continua a sostenerlo con affetto, stima e un’incrollabile fiducia di riscatto. Fatto sta che tra i luoghi comuni ci sono i meme di Facebook che scherzosamente ma non troppo diffondono immagini della vettura di Seb con la scritta fate girare.

E anche nei primi momenti delle prove libere di Istanbul non si scherza. In quanto, non appena si prende atto che la pista è un’immensa vasca da bagno cosparsa di sapone, i battutusi elettronici comentano salacemente: se tutti fvanno in testacoda, allora Vetel questa volta cosa farà?

Per caso s’esibirà in una personalissima, ampliata e evoluta giratona permemente con tanto di testacoda senza fine?

La rinascita

Ecco, robe così. E invece la faccenda in corsa si mette in tutt’altro modo, perché Sebastian tanto per conunciare parte bene e senza errori ponendosi nel gruppetto di quelli buoni senza troppi sforzi. E poi da lì comincia un garone impressionante tutto fatto d’attacchi e difese memorabili, con i primi trenta giri che lo vedono senza problemi tener dietro nientepopodimeno che Lewis Hamilton nel giorno di una delle gare più belle della sua vita.

E non finisce qui, perché il convulso finale diventa una specie di palcoscenico esaltante per Bellopampino, il quale, pur passato dallo scatenato Leclerc al 41° giro, arriva nel modo e nel momento giusto a giocarsi tutto all’ultimo tuttotra Perez e Leclerc, riuscendo ad approfitare di un lungo del monegasco e a ottenere un podio che vale platino, altro che bronzo.

 

Perché nel Gran Premio più estremo dell’anno più particolare, in condizioni disagevoli e insidiose, Sebastian Vettel - nel momento in cui nessuno scommetterebbe mezzo centesimo su di lui - imbrocca la gara della resurrezione dando spettacolo e spiegando al mondo che lui a tutti gli effetti c’è ancora. In altre parole il segnale tanto atteso, invocato e sperato, ormaio perfino dai detrattori di Seb, è arrivato.

Lui come pilota tosto c’è ancora, alla grande. La velocità non l’ha abbandonato, la sensibilità sul bagnato - che gli fece vincere con Toro Rosso a Monza 2008 -, neppure e la determinazione e l’intensità che gli consentono di martellare in pista se occorre per un paio d’ore senza calare di precisione e incisività son lì, magicamente tornare a brillare.

Non sei finito

E allora la considerazione diventa una: dopo un Gp di Turchia così, nessuno può piu dire che Seb Vettel sia un pilota finito. Lo shining c’è ancora, anche se, ovvio, non nelle stesse quantità del ciclo Red Bull. Però da qui in poi lui può dare vita a un nuovo ciclo personale, facendo leva sull’autostima della domenica di Istanbul, per finire nel migliore dei modi la lunga militanza in Ferrari e iniziare nobilmente il suo futuro sportivo nella nascitura Aston Martin.

In altre parole, si esce da Istanbul con la consapevolezza felice, assaporabile solo di fronte alle redenzioni più difficili e attese che, al di là di Hamilton sette volte campione che trova la leggenda, un 33enne nativo di Heppenheim, ha ritrovato se stesso.