Quasi quasi vorrei incazzarmi con l’anestesista in sala nel corso dell’addormentante e soporifero Gran Premio di Spagna, perché stavolta la dose del farmaco mi pare talmente eccessiva che tutto il Circus potrebbe mai più svegliarsi, dopo una pallosissima atrocità del genere. Ma questo sarebbe il meno.

A colpirmi molto di più è il catastrofico weekend della Ferrari che dalla Mercedes di Hamilton sul giro secco, col suo miglior pilota Leclerc, in qualifica becca la bellezza di un secondo e mezzo al giro, ossia una giornata sana, misurabile col calendario.

Nel frattempo l’altro Rosso, Vettel, è già tagliato ancora una volta in Q2, per motivi che sfuggono, mentre la gara presta il fianco a segnali ancora più preoccupanti.

Alla fine Leclerc, mai neppure per sbaglio sul passo dei migliori, diventa l’unico a fermarsi con un ritiro prima della bandiera a scacchi per un problema elettrico, quasi a voler segnalare che la SF1000 non solo va piano, ma si rompe anche.

Quanto a Vettel, doppiato dalla Mercedes al giro 54, eccolo scegliere una tattica a una sola sosta nel finale (come Perez e Ricciardo) e a colpire non è tanto il modestissimo, predepressivo e anonimo settimo posto finale - che, se ottenuto da Gasly, non farebbe muovere un muscolo neanche a un magazziniere di AlphaTauri -, ma sorprende che provochi in circoscrittissime minoranze un’enfasi imperiale che neanche l’entrata delle truppe del Maresciallo Graziani in Addis Abeba. Ma pensa te.

Flop Ferrari sotto silenzio

Dopo aver sognato una vita di vedere la Ferrari dietro le quinte, adesso bisognerebbe arraparsi ad ammirarla dietro le seste. E su, per favore, togliamo il disco volante dal divieto di sosta e cominciamo a riscendere in terra per dire un paio di cosine serie.

La vergogna vera non è tanto il completo flop Ferrari SF1000 ma il clima di felpato, surettizio e complice silenzio nel quale sta sgattaiolando via una delle stagioni più misteriosamente umilianti nella ultrasettantennale storia del Cavallino Rampante. Sembra quasi sia consigliato glissare, enfatizzando briciole, inezie e brodini presi per strada.

Ma com’è possibile una follia del genere? In fondo, mica c’è niente di male, a buttarla in caciara. L’Italia calcistica ha vissuto le sue Coree purgandosi e la stessa Juventus, guarda caso gestita dallo stesso DNA di famiglia, subito dopo la mancata gioia della Champions sale alle cronache per capacità d’azione e reazione assolutamente degne di nota, con tanto d’autocritica acclusa e inclusa. In Ferrari no.

Situazione inaccetabile

L’intervento dall’alto, anzi dall’altissimo, a lungo invocato, finalmente arriva e di fatto certifica l’attuale momentaccio con qualche pacca sulla spalla qua e là ai protagonisti dello stesso. Dicendo che, okay, andrà meglio la prossima volta, pardon, il prossimo anno, anzi no, quello più in là, perché fino al 2022 nada de nada.

Nel frattempo tutti diventano esperti di terminologie fumose da congresso del mago Otelma e dicono che non v’è più traccia del metodo orizzontale perché adesso la ristrutturazione prevederebbe ridosaggio e ridefinizione delle responsabilità, con Binotto che non ha più le stesse attribuzioni di prima e qualcun’altro ora più responsabilizzzato.

Bene. Wow. Tutto qui? Ma a cosa stiamo giocando, al gioco delle tre carte? In tavola ci son sempre gli stessi semi, semplicemente ne cambia la disposizione e bisogna indovinare come e perché.

Manco un TFR all’ufficio personale, o che so, un acquisto, un rinforzo, un’aggiunta importante, un mezzo colpo di mercato tale o financo annunciato. Riga. Zero. Avanti con gli stessi di prima. Tali e quali.

Tanto che in Ferrari continuano a non spiegare lo stranissimo motivo per il quale hanno vinto tre Gran Premi lo scorso anno, ma, viceversa, si peritano di ribadire che la situazione in pista questa è, e che, anche per il 2021, è ragionevole pensare di vivere una lunga fase di transitoria evoluzione. In vista di cosa, poi? Boh. Ecco, quello che di brutto stiamo vivendo e vedendo di questo orrendo periodo Rosso è l’altra faccia del giustizialismo, ossia il suo felpato e odioso contrario. L’immobilità marmorea.

Il non intervenire, il far finta di niente snocciolando un paio di slogan e un appello all’unità del partito, come facevano certe forze della Prima Repubblica convinte d’essere comunque prima o poi vincenti perché eterne. No, la situazione in Ferrari alla voce F.1 non è più accettabile, meritocraticamente parlando. Quello in scena, presumibilmente per tutto quest’anno, è un atto unico del teatro dell’assurdo in cui si è più preoccupati di tacere quello che va taciuto che non di cambiare ciò che va ad ampie falcate cambiato. E tutto ciò è semplicemente inaudito, inspiegabile, privo di giustificazioni.

Cuore (da corsa) del problema

Perché il DNA della Ferrari non è mercantile e solo di passata agonistico, ma esattamente al contrario: il Drake le macchine le vendeva per finanziare le corse, non viceversa. Questa è la realtà.

E anche il motivo per cui il suo sogno storicamente e romanticamente ha fatto innamorare prima il mondo intero e poi generazioni e generazioni di sportivi. Una Ferrari che perde, ci può anche stare. Ne abbiamo conosciute e amate, di Rosse perdenti, e non per questo ne abbiamo solo sofferto ma anche goduto trovando titanismi, fascinazioni e compiacenze alternative financo nelle sconfitte e nelle sfortune.

Se è vero che Chris Amon c’è ancora chi lo ama perdutamente come il ferrarista più sfortunato e mai vincente, se è vero che Jean Alesi resta simbolo d’una storia d’amore rata ma purtroppo mai consumata e perfino il mondiale perso malamente nel 1999 da Irvine a qualcuno di noi regala più notti insonni, rimpianti ed emozioni retroattive e indagatorie di tutto il complesso delle tonitruanti vittorie nella storia Ferrari…

Perché, vedete, il ferrarista vero non è mica quello che se non vince non si diverte. No. Il Rosso di Cuore da Corsa è uno che non ha paura di nessun tipo di realtà, in pista. Anzi, sa benissimo che le peggiori non si sfuggono ma s’affrontano.

E sinceramente vedere, annusare, verificare e prendere atto di una Ferrari così stranamente moscia ma autocompiaciuta, inconsistente e chic, tecnicamente, agonisticamente e tatticamente passiva - vedi le parole dette a caldo da Leclerc dopo il ritiro e vedi la strisciata della dichiarazione in team radio di Vettel nel corso del battesimo della tattica prescelta nell’ultimo stint del Gp di Spagna -, ma nello stesso tempo tutt’altro che autocritica, stupisce, colpisce e indigna.

La Rossa si è persa

Questa non sembra neanche, la Ferrari, no, è una cosa diversa, nuova e inaccettabile: la Fevvavi. Nessuno incolpa qualcuno perché perde. Qui il discorso si pone in termini diversi. La misura è colma per ben altri motivi. A colpire, a deludere, a far cadere le braccia, è l’attitudine reiterata a minimizzare, a sviare, a utilizzare sempre eufemismi addolcenti e autoindulgenti, in altre parole, ad accettare che esistano delle responsabilità solo per circoscriverle e sfuggirne.

E il panorama sta diventando talmente stordente, che i più convinti e tutt’altro che larvati critici della situazione sono ormai i due stessi piloti, lo stabilissimo Leclerc e il partente Vettel, i quali, ormai, nelle rispettive stizzite e stufissime dichiarazioni recitano una funzione sostitutiva e supplente di chi informativamente tiene famiglia e non dice e non scrive fino in fondo le cose come stanno.

E, quale che sarà la Ferrari del futuro, l’organigramma non può essere una sorta d’autobus indiano gravido di passeggeri che salgono stipati all’inverosimile sul tetto, senza che nessuno imbocchi mai la porta in nessuna fermata. L’impressione è che per tornare a fare qualche passo avanti, sarebbe necessario che qualcuno cominci a mettere in preventivo almeno un passo indietro.

Poi su chi è Sarri e su chi sarebbe Pirlo, si può anche discutere, ma l’importante è che questa Ferrari acquisti il coraggio di risentirsi e ritrovarsi parente di sangue della Juve che cerca e che vuole ricostruirsi. Con la differenza che la Juve in Italia ne vince di ogni dai tempi di Cavour, mentre per la Ferrari l’ultimo trionfo non inquisito in F.1 risale ad Austin 2018, col prequarantenne Raikkonen. In bocca al lupo di cuore e un abbraccio a entrambe.

E per il futuro meno Fevvavi e forza Ferrari!