Lo faccio sapendo bene che non è la prima volta che lo dico, però consideratelo pure come richiamo di un vaccino e sappiate che il concetto ribadito è questo: Mick Schumacher non è un raccomandato e merita la Formula Uno al cento per cento. Anzi, vado oltre: se conquistarsi il diritto a disputare una stagione nei Gp fosse il portato di un rigido, rigoroso e spaventoso concorso da notaio, con i candidati all’investitura che consegnano nominalmente in bianco, in modo anonimo e irriconoscibile gli elaborati da candidato, ebbene, la cattivissima, spietata e superequa commissione promuoverebbe per primo il candidato Schumacher Mick di anni 22. Il quale arriva nel Circus, pensa te corsi e ricorsi, esattamente, giorno più giorno meno, appunto a ventidue anni come fece papà nel 1991, anche se in una situazione del tutto diversa, che può essere letta in vari modi, ma su un piano rigoroso la morale non può che essere una.

Paradossalmente e con infinito rispetto parlando, il figlio arriva in F.1 con molto più curriculum del padre, con risultati assai più tosti e concreti avendo trionfato sia nell’Euro di F.3 che in F.2, ossia avendo ottenuto il massimo nei due gradini, anzi gradoni internazionali e propedeutici più importanti al mondo, quando in genere, per meritare la promozione nei Gran Premi, può anche bastare e avanzare financo solo uno dei titoli in oggetto. Tanto che papà Michael, al top nell’introduttiva ma modesta F.Konig nel 1988, durante la magica stagione 1990, forte della vittoria nel campionato tedesco di F.3, a Macao e al Fuji, alla fine firmò un contratto di ferro con la Mercedes - nello Junior Team -, che da lì in poi si sarebbe fatta carico di condurlo al top dell’automobilismo, assicurandogli una guida nel Mondiale Endurance (una vittoria), dopo puntate one off nel DTM e in F.3000 giapponese, per poi noleggiargli una Jordan al posto dell’incarcerato Gachot. Con la quale il pupillo dela Stella a Tre Punte avrebbe fatto faville nelle qualifiche del Gp del Belgio 1991 a Spa, tanto da attirare il talent-scout Flavio Briatore, eccetera eccetera.

Sì, appunto, il paradosso resterà per sempre: in F.1 Mick arriva con più risultati e diplomi di papà Michael, poi, certo, da lì in poi la musica, gli spartiti e i suonatori daranno il via a un concerto completamente diverso, all’interno del quale il ragazzo debuttante nel 2021 per ora ha come maggior target quello di evitare stecche inutili. Anche perché papà Michael resta storicamente uno baciato da un Dna favolosamente corsaiolo dalla nascita, è uno dei migliori esempi di prorompente talento deliziosamente naturale, mentre il figlio Mick somiglia tanto a un pilota consistente che si costruisce mattone su mattone e millimetro su millimetro. Studiando, migliorando, sudando e crescendo all’interno di un alfieriano, instancabile e sorvegliatissimo volli, fortissimamente volli.

Però, tanto per cominciare, in attesa del via del campionato 2021 - quando, come e dove si vedrà e tocco ferro  -, è bello e giusto essere consapevoli, a scanso equivoci e con preliminare senso della giustizia, che Mick non ha minimamente usurpato l’introduzione iridata, al contrario, l’ha meritata dovendo dimostrare e peraltro dimostrando molto più di quello che in media è richiesto ai suoi colleghi e coetanei cadetti. Di più: dietro di sé non ha vittime politiche o ragazzi sfortunati alla quale è stata tappata la bocca, tarpate le ali o rovinata la carriera per fargli strada. Per dire, il britannico Dan Ticktum, deluso contender nel finalone di F.3 2018 e già Red Bull boy, adesso non è certo messo meglio di Mick, no, ha perso terreno e deve sudare per ottenere altrettanto, se mai ci riuscirà. Piuttosto, la classica figura del ragazzo aggressivo, aiutato dai capitali di famiglia, poco misurato nelle dichiarazioni e assai meno sorvegliato nei comportamenti privati e nella gestione della sua vita nei social, Mick Schumacher lo ha e lo avrà esattamente al fianco, nelle file del team Haas. Nikita Mazepin, infatti, parte in una situazione completamente diversa da quella del suo new team mate nel mondiale: non ha mai vinto un titolo in nessuna categoria in cui ha militato, vanta solo un secondo posto finale in F.3, anche se va detto che è stato valido ma sporadico race winner in F.3 britannica, in Gp3 e in F.2.

Per dire che siamo di fronte a due ragazzi della stessa età e viatici ben diversi, anche se non per questo il russo può essere definito in termini frettolosamente negativi. Molto più semplicemente, a parità d’età, in pista ha ottenuto la metà della metà di Mick. E nella vita, a oggi, sembra sfoggiare uno stile di comportamento, un’attitudine dialettica e una cautela non esattamente impeccabili, però tanto vale fermarsi qui, perché i ragazzi dalla parte giusta dei vent’anni non vanno immeditamente giudicati ma solo capiti e osservati. Il resto lo si vedrà in pista e lo si scoprirà solo correndo. Quel che è certo è che tra i motivi laterali d’interesse al campionato in lista d’attesa c’è anche la rifondata Haas gestita da Gunther Steiner, sempre più maranellizzata e ben fornita e rifornita dalla Ferrari, che mette in pista e negli abitacoli anche un capitale umano freschissimo e potenzialmente capace di dare luogo a un confronto interno molto interessante tra due storie, due capacità e due stili che sembrano affondare le loro radici in un humus, un dna e un imprinting di famiglia che non hanno assolutamente niente in comune.

E se in questi anni la convivenza tra Magnussen e Grosjean nel team non sempre è stata rilassante, simpatica e melliflua per lo stesso Steiner, buon senso dice che anche il confronto tra Schumi jr e Mazepin potrebbe riservare qualche scintilla sia sull’asfalto che nelle dichiarazioni a margine. Ovviamente con Mazepin nel ruolo dell’unico e del solo al quale molto probabilmente e potenzialmente potrebbe scappare la mezza parola in più, ma questo fa parte del gioco, del bello della diretta e del gusto del confronto tosto. Tutto questo per dire che tra i vari intrecci narrativi del prossimo mondiale quello che alligna tra le pieghe del team Haas potrebbe riservare sorprese e svolte appassionanti, in un panorama generale non sempre entusiasmante e all’interno di una scala valori generale che ha tutta l’idea di non poter essere stravolta dai pochi colpi d’ala concessi, per ora, dal regolamento, in attesa della sperata dichiarata e attesissima rivoluzione 2020.

Intanto, per adesso, tra le fette di Nutella che ci attendono verso la prossima primavera, pregustiamo che il sapore che si percepirà nell’applaudire di nuovo un M. Schumacher by Ferrari (Fda, in questo caso) in Formula Uno sarà intenso, commovente e meritocraticamente legittimo. E il confronto interno alla Haas cui darà vita, volente o nolente, con Nikita Mazepin in pista sarà anche un parallelismo tra storie profondamente diverse, tra educazioni di famiglia non raffrontabili e tra caratteri e sensibilità che vantano ben poche reciproche omogeneità.

Con un vanto individuale, quasi esclusivo e  personalissimo, che per Mick sembra strano ma è vero, verissimo e doppio: siamo di fronte a uno dei giovani piloti storicamente approdati ai Gran Premi con maggior pedigree agonistico e, allo stesso tempo, sul piano squisitamente umano, tale privilegio tocca a uno dei ragazzi più gentili, dolci e commoventemente appassionati d’automobilismo in tutta la storia settantennale dei rookie.

Un gentleman driver forte, meritevole e adorabile. E allora benarrivato, Mick. Da qui in poi i discorsi stanno a zero. Pensa solo per te e tieni giù il piede.