Ritrovarsi lì, da solo, sulla vetta più alta, potrebbe dargli qualche vertigine. Ma a quota 7 Lewis Hamilton non è solo, è in buona compagnia con l'unico altro uomo al mondo che prima di lui era già riuscito a spingersi così in alto. Semmai è Michael Schumacher a non doversi più preoccupare della solitudine.

Il passaggio di consegne

Il passaggio di testimone tra Michael e Lewis a fine 2012 fu pratico, perché di fatto il primo lasciò il sedile al secondo. Questo passaggio invece, più simbolico, è però più struggente, dal momento che qui stiamo riscrivendo il libro dei record della Formula 1. Con la sensazione che per Lewis il settimo piano sia solo transitorio, in vista di un ottavo titolo iridato che sembra messo lì, a portata di mano, giusto per aspettare lui. Se e quando Lewis metterà il suo autografo su quel benedetto contratto, allora si potrà parlare del traguardo dell'ottavo titolo. Prima, non ha senso parlarne. 

Poche difficoltà

Tutto sommato, ha avuto poco senso anche parlare della lotta iridata di questo 2020. Troppo superiore la Mercedes a tutte le altre, troppo superiore Lewis Hamilton a Valtteri Bottas e non solo a lui. Il pilota migliore finisce sempre sulla macchina migliore, o, se preferite, è la macchina migliore a finire nelle mani del pilota migliore. In un senso o nell'altro, il risultato non cambia. Bottas ha rappresentato un ostacolo troppo impalpabile per poter essere definito una minaccia, un avversario la cui solidità, dopo lo sfogo iniziale di Spielberg, si è via via disciolta di fronte ad un Hamilton che appena prese le misure non si è fatto più vedere. 

In prima fila sempre

Vincerlo doveva vincerlo questo titolo, Lewis. Ma poteva scegliere il come, ed è proprio la maniera in cui è arrivato a dover far scattare l'applauso. Talmente sicuro di sé dentro l'abitacolo da potersi concedere più di qualche distrazione fuori dagli autodromi, per tendere la mano alle persone meno fortunate, quelle che hanno più bisogno, quelle che hanno meno diritti di altri. Il successo sportivo è stato il veicolo di un Hamilton star dentro e fuori, in prima fila sia in pista che nell'esposizione mediatica. Sui tracciati, invece, ha vinto riuscendo a metterci qualcosa anche se spesso non sarebbe servito. L'arrivo su tre ruote a Silverstone, il sorpasso di Portimao, il lungo stint a perdifiato di Imola, l'ultimo capolavoro di Istanbul: tutte istantanee di un 2020 difficile per tutti, da primato per lui.

Che fare?

E adesso? Con il record di pole, di vittorie, di podi e di titoli, con quest'ultimo a pari merito, che fare? Proseguire su per la montagna, verso vette inesplorate, o fermarsi qui? Forse quest'anno Lewis ci ha pensato, che in fondo tutto questo potrebbe anche bastare. Ma fermarsi adesso, ad un passo da un ottavo titolo mai raggiunto da nessuno, ed in una situazione di superiorità netta, sembrerebbe troppo strano. Conteranno le motivazioni, e non solo quelle. Nel cuore Lewis ama ancora correre, c'è da scommetterci. Ma la testa, quella, dopo aver visto tante ingiustizie, a 35 anni potrebbe anche chiedere di iniziare a pensare ad altro. Se non adesso, nel breve, brevissimo termine. Il futuro è ancora tutto da scrivere.