Toto Wolff fa 50 anni: da un'infanzia difficile ai trionfi in Mercedes, la firma del Lupo

Toto Wolff fa 50 anni: da un'infanzia difficile ai trionfi in Mercedes, la firma del Lupo© Getty Images

Oggi, 12 gennaio, il team principal della Mercedes spegne 50 candeline e questa è l'occasione per riscoprire una figura chiave nell'attuale F1, all'interno della quale rappresenta una delle personalità più forti dell'ultimo decennio

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Matteo Novembrini

12 gennaio

La prima cosa che puoi dirgli, è che se li porta molto bene. Ma la carta d'identità non mente: Vienna, 12 gennaio 1972. Torger Christian Wolff da oggi è un magnifico cinquantenne che rispetto alla media dei suoi coetanei ha una forma fisica da paura, un conto in banca da fare invidia e la grande possibilità di fare, in futuro, praticamente ciò che vuole.

Mister Wolff, faro Mercedes

C'è a chi piace ed a chi no. Ma di sicuro l'impatto sulla F1 di Torger, per tutti Toto, è uno di quelli che lasciano il segno. Per il modo di agire in squadra, per la comunicazione, per l'atteggiamento nelle trattative e per la maniera in cui ha gestito tutto quello che per altri era un conflitto di interessi, mentre per lui era un tela tessuta magnificamente per ritrovarsi, quasi senza darlo a vedere, a tenere in mano tanti fili della stessa F1, tra quote, piloti gestiti e influenza sulle persone che si sedevano e si siedono con lui al tavolo dei grandi, Toto non ha rivoluzionato, ma rinnovato sì, la figura del team principal in Formula 1. Un ruolo chiave che in Mercedes, intesa come casa madre a Stoccarda, hanno pensato di far combaciare con quello dell'azionista che aveva appena rilevato il 30% delle quote del team.

Era il 2013, e Wolff arrivava apparentemente in punta di piedi, sebbene di lì a poco si sarebbe preso gran parte del muretto: Ross Brawn aveva già impostato il lavoro per la rivoluzione ibrida, con un progetto partito l'anno prima tra Brackley e Brixworth, e di lì a poco sarebbe uscito dalla squadra; ci sarebbe stato Toto a raccogliere i frutti di quella che sarebbe diventata un'armata invincibile per gli anni a venire. Insieme a lui, Niki Lauda: all'inizio avevano modi diversi di agire ed entrambi pensavano che il loro fosse quello giusto, poi hanno saputo venirsi incontro, completarsi, affrontare discussioni (anche accese, si dice) ma sempre giungendo ad un accordo per il bene della squadra.

Niki è stato fondamentale nel portare Hamilton in Mercedes e poi per garantire stabilità nel team: era l'uomo perfetto, essendo stato pilota ed imprenditore, per capire le esigenze di chi guidava e di chi gestiva. Una figura chiave nell'organigramma del box. Saper dire sì o dire no a seconda dei casi ad una personalità forte come Lauda è stato uno dei tanti meriti di Toto Wolff: si fa presto a dire che è arrivato trovando la tavola già apparecchiata da Ross Brawn, ma lui quel dominio ha avuto il gran merito di farlo definitivamente iniziare e soprattutto proseguire. Ha gestito nella maniera migliore un gruppo di lavoro che all'inizio aveva messo insieme tanti cervelli sopraffini, pure troppi si diceva, col rischio di dar vita ad una specie di anarchia che in realtà, con Wolff in cabina di regia, è diventata una stupenda macchina da guerra, un'organizzazione solida e capace di evolversi senza mai perdere le linee guida impostate precedentemente. Nel segno della continuità, la Mercedes ha saputo fare a meno anche di grandi nomi (Paddy Lowe, Aldo Costa, Andy Cowell), tutti quanti importanti ma nessuno indispensabile.

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Disse no alla F1!

Oggi Toto Wolff sanno tutti chi è, ma in pochi sanno da dove è partito. E non parliamo della Williams, ma delle origini. Quelle di una madre fuggita da una Polonia oppressa dalla vecchia Unione Sovietica per trovare a Vienna rifugio ed amore, quello di un uomo rumeno. Un padre morto troppo presto per via di un cancro, facendo scoprire al giovane figlio, all'epoca ancora un ragazzino, di avere dentro di sé una voglia matta di indipendenza. Per trovare la storia di un uomo di sport, del resto, bisogna scavare nella sua vita di uomo, non viceversa: e Toto Wolff alle spalle ha più momenti difficili di quanto si possa pensare, compreso un matrimonio naufragato dal quale però sono nati due dei suoi tre figli. La scomparsa di un padre, l'esigenza di guadagnare qualcosa per sostenere la famiglia, un passato insomma doloroso che in questo lo ha fatto sentire umanamente vicino a Lewis Hamilton: entrambi hanno conosciuto la sofferenza, entrambi sanno cosa vuol dire non avere un'infanzia serena, tutti e due sanno che significa avere problemi economici, momenti che ricordano pure adesso che firmano contratti con tanti zeri.

Da questo, Toto ha sviluppato un'intelligenza emotiva ed un'empatia che ha fatto la differenza nelle sue lunghe, e difficili, trattative. E' partito dal nulla, ed aveva pure provato la strada del pilota: ha corso in Formula Ford, ha gareggiato nel FIA GT e tra le ruote coperte ha ottenuto una vittoria di classe alla 24 Ore del Nurburgring, accarezzando pure il sogno della F1 quando, dopo l'incidente a Monaco di Karl Wendlinger (nell'appuntamento successivo alla gara che costò la vita ad Ayrton Senna), uno sponsor in comune con il tedesco gli offrì il volante. Era il maggio 1994, ed incredibilmente Toto disse no: aveva 22 anni ed aveva già capito che quella del pilota non sarebbe stata la sua strada. "Mi mancavano tutte le basi del pilotaggio che si apprendono nei kart", disse, e così penso a fare qualcos'altro. Non mollò del tutto il volante, quello no: ma di una carriera da professionista era meglio non parlarne. Così si inventò uomo d'affari e divenne Toto Wolff.

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Dalla prima società all'ingresso in Williams

Di lì a poco la scalata è stata repentina e verticale. A 26 anni fondò una società di investimenti interessata al ramo della tecnologia, e con le prime fortune ha iniziato ad aumentare il raggio di azione con investimenti mirati e strategici che lo hanno portato ad accumulare una ricchezza notevole. Tanti progetti, a quanto si sa tutti fortunati: compreso quello con Mika Hakkinen, una società di management sportiva di cui fa parte anche Valtteri Bottas. Quindi, l'acquisizione di una parte delle quote in Williams, nel 2010: Toto era sbarcato in F1 e non ne sarebbe più uscito.

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Un mago della comunicazione

Oggi Toto Wolff è un manager di successo che non sposta la mira sugli obiettivi. Di tutti i cimeli raccolti in questi anni, e sono tanti, ne tiene in casa solamente due: il casco di Lewis Hamilton dedicato a Niki Lauda ed una coppa Costruttori che però tiene rivolta dal lato pulito, ovvero quello senza l'incisione delle scuderie vincitrici. Vedere il marchio Mercedes, dice, rischierebbe di fargli allentare la tensione, per cui preferisce guardare la superficie vuota, quella dove deve essere insignito il marchio dei futuri campioni. Uno stimolo mentale per non mollare la presa, per restare vigile e concentrato in un mondo che ci mette poco a lasciarti sul posto se non presti attenzione. Anche adesso, dopo 15 titoli in otto stagioni, non è il caso di mollare la presa: ha ancora degli anni di contratto prima di puntare ad un posto in amministrazione presso il gruppo Daimler, sbocco logico, ma non ancora deciso, del signor Torger. Uno che ci tiene ad apparire sereno, con il sorriso, ma che non esita ad alzare la voce. Anche fare buon viso a cattivo gioco all'esterno è stata un'altra arma importante per mantenere sereni i toni in fabbrica. Del resto, nell'annata più difficile da quando è alla guida, ha dimostrato di saper alzare i toni come e quando vuole: un capo fa anche questo, quando serve.

Fa parte del personaggio: resta cordiale fino a quando il contesto lo permette, ma sa tirare fuori il lato "cattivo" a mano a mano che la situazione si complica. Basta vederlo ai microfoni: anche grazie alla sua conoscenza profonda delle lingue (ben sei: tedesco, inglese, spagnolo, francese, polacco e italiano), sa gestire perfettamente la comunicazione con le varie tv, con cui ha sempre preferito mantenere alto il livello d'immagine. Scherzando a più riprese anche sul proprio nome e soprannome; dal duro "Torger", di origine norvegese, al più morbido "Toto", sul quale è il primo a fare battute: "E' un cane ne 'Il mago di Oz', è una band americana, purtroppo anche il nome del mafioso siciliano più famoso (qui Toto scivola sull'accento, ndr), Toto Riina. E' anche una marca di toilette giapponese, e infatti Bernie Ecclestone mi diceva sempre 'Quando vado al bagno penso a te'". Dai, uno così davanti alle telecamere fa sempre un figurone.

Ancora in F1, ma per quanto?

Un figurone lo ha fatto anche nella storia della F1, con una striscia di successi mai raggiunta prima da nessuna squadra. Toto Wolff è nella storia del Circus, e proverà a scrivere un'altra pagina con l'avvento delle nuove regole. Durerà fino a quando le condizioni lo permetteranno: il lockdown è stato sinonimo di riflessione per tante persone, soprattutto per chi a casa non c'è quasi mai per motivi di lavoro. Lui, che in tempi "normali" è solito dormire in hotel 280 notti l'anno e stare in volo per circa 1000 ore in 365 giorni, due domande se le è fatte sulle priorità della vita. Ha molti altri interessi anche fuori dalla F1, può permettersi di fare le scelte che preferisce. Per adesso vive ancora la competizione, e di addio al Circus non parla. Ma quel momento potrebbe anche arrivare, chissà; forse quando girerà la coppa Costruttori e osserverà la raffigurazione del suo marchio. Lì, forse, capirà che razza di lavoro ha fatto. Un lavoro da lupo, un lavoro da Toto Wolff.

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