GP Qatar: i top e flop di Losail

GP Qatar: i top e flop di Losail© Getty Images

I tre uomini sul podio si prendono tutti i complimenti del caso, con menzione speciale per Fernando Alonso che torna nella top 3 dopo oltre sette anni; deludono Ferrari e McLaren, giornata disastrosa per l'AlphaTauri

Matteo Novembrini

10 giorni fa

TOP

 

Lewis Hamilton

Piano piano sta riportando il mondiale dalla sua parte. E con queste prestazioni, è giusto non farsi nemmeno intimorire troppo dagli 8 punti che ancora gli mancano da recuperare a Verstappen. Non serve fare i conti, sono energie che se ne vanno per cose che appartengono al mondo delle ipotesi e delle possibilità. Meglio essere concreti, meglio pensare ai fatti: e quelli dicono che tra Interlagos e Losail abbiamo visto una Mercedes spaventosa ed imprendibile guidata da un pilota impeccabile. E' in rimonta, l'inerzia è dalla sua parte anche se ancora insegue: e quando dice “Mi sento più in forma che mai”, forse c'è del vero. E c'è da mettere in conto una W12 potenzialmente superiore anche in Arabia Saudita, sul velocissimo circuito cittadino di Jeddah al debutto in F1. Hamilton vuole e deve vincere là per non consentire a Max di andare ad Abu Dhabi con troppi punti di vantaggio, condizione che metterebbe l'olandese nella condizione di poter gestire. Condizioni che adesso il numero 33 non ha, pena una Mercedes tornata strepitosamente al vertice. Del resto, era da inizio maggio che Hamilton riusciva ad infilare due vittorie consecutive, e se c'è riuscito adesso un motivo forse c'è. Campionato a parte, è giusto dare spazio alle statistiche: vincendo a Losail Lewis si è imposto sul 30° circuito differente della carriera, vincendo il 30° GP diverso (inteso come denominazione ufficiale dell'evento); ed anche con le pole ha fatto 31 inteso come tracciato differente ad averlo visto scattare davanti a tutti, con almeno una pole fatta in 29 GP diversi. Curiosità inutili per la corsa iridata, numeri di grido a contorno di una carriera travolgente.

 

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Max Verstappen

E adesso? E adesso è dura. Non c'è da scherzare con lo spettro di un mondiale ancora poco definito ma che nasconde insidie e preoccupazioni che in casa Red Bull fanno bene ad avere. Si fa presto a dire che Max è il leader del mondiale, si fa presto a dire che ha guidato da dio per tutta la stagione. Eppure è qui, con 8 punti di vantaggio ad un paio di appuntamenti dalla fine ma in una condizione di inferiorità tecnica evidente nelle ultime due gare che spaventa anche per le prossime due. Tra Interlagos e Losail ha salvato il salvabile, riducendo da 14 ad 11 i punti persi nello scontro diretto ricorrendo a Sprint Qualifying in Brasile e giro veloce in Qatar. Punticini utili per galleggiare, per tenere a distanza un Hamilton in formato mondiale. In Arabia Saudita avrà il primo match point iridatodella carriera, ma fa bene a non pensarci. Tutto può succedere, in un verso e nell'altro, e Jeddah pare proprio una pista fatta apposta per avere sorprese. Non tanto cronometriche (la W12 è fortemente candidata al ruolo di prima forza) quanto quelle legate a incidenti, safety car e variabili tattiche. In Qatar Max ha corso perfettamente, con una rimonta forsennata nei primi giri dopo aver commesso una leggerezza che non avrebbe dovuto commettere in qualifica: così si è precluso l'unica possibilità di infastidire Hamilton al via del GP. Bandiera gialla a parte, poi ha continuato a non sbagliare niente: ma ora gli serve una RB16B di nuovo al top dopo essersi preso quattro decimi abbondanti nelle ultime due qualifiche.

 

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Fernando Alonso

Rispolverare il mondo che ci circondava sette anni fa, nel giorno del suo ultimo podio, fa un certo effetto. Lui e Raikkonen condividevano il box in Ferrari, Vettel era ancora compagno di squadra di Ricciardo in Red Bull, Lewis Hamilton nella sua straordinaria bacheca aveva appena uno dei suoi sette titoli mondiali. Eravamo all'alba dell'era ibrida, in quel 2014 nefasto per Alonso, che quel giorno a Budapest aveva portata vicino alla vittoria una F14-T che vincente proprio non era. Corse alla grande Fernando, in quelle ultime settimane prima di decidere di dire addio a Maranello per gettarsi nel progetto targato McLaren-Honda. Un fallimento, senza se e senza ma, dal quale Nando ha avuto bisogno di fuggire per cercare soddisfazioni in altri lidi: così, nei 2674 giorni che gli sono serviti per salire nuovamente su un podio di un GP di F1, ha fatto in tempo a tentare l'assalto alla 500 Miglia di Indianapolis, a vincere il titolo nell'Endurance, a trionfare per due volte alla 24 Ore di Le Mans e ad imporsi pure alla 24 Ore di Daytona, oltre a togliersi lo sfizio di vivere l'esperienza della Dakar. Se ne era andato dalla F1 dicendo che non aveva senso correre senza possibilità di vincere, è tornato in una F1 che gli offre al momento più o meno le stesse possibilità ma con la scommessa del 2022, un anno in cui sogna una macchina al vertice. Il fuoco dentro, nonostante i 40 anni di età, è ancora ardentemente acceso.

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