Sebastian Vettel arriva alla Ferrari nel 2015 al posto di Fernando Alonso con la quasi certezza generale che la Rossa in lui sta ritrovando un nuovo Schumi per tornare a vincere titoli a raffica. Come se vigesse una sorta di leggenda la quale prevede che a un certo punto a Maranello si presenta un bel nibelungo e tutto va a posto. No. La realtà non solo non si rivela questa, ma va molto lontana dall’esserlo. Per un motivo semplicissiomo che in un paio di righe sintetizza sette anni di sofferenze: tante sono le stagioni di formula turboibdrida disputate, nelle quali se non hai una Mercedes è meglio chete ne stai a casa, punto. Poi, certo, Sebastian Vettel ci prova, strada facendo. Specie nel 2017, fin quando l’affidabilità della macchina tiene, e, soprattutto, nel 2018 quando però la sua capacità psicologica di sopportare l’insostenibile pressione della sfida si mette a dare segnali di irreversibile breakingpoint.

Poi si può indicare il punto di rottura a Hockenheim, a Monza o dove sivuole, poco importa. Fin da Baku 2017 Seb mette in mostra la sequela di errori under pressurpiù lunga, mortificante e terribile mai evidenziata da un top driver pluriridato nella storia della F.1.E, come sempre accade in questi casi, il campione che comincia a sbagliare, ben presto è destinato a errare di meno, pagando però il prezzo d’andare più piano. Così il 2020, a parte il bel terzo posto a Istanbul, diventa per lui la peggior stagione immaginabile in Ferrari, iniziata con la certezza del licenziamento e terminata col doppiaggio subìto al 47esimo giro della gara di Abu Dhabi dal capoclassifica Verstappen e l’aggravante dell’altra sverniciata incolpevolmente presa al 51esimo giro, addirittura dal non irresistibile Albon, al volante dell’altra Red Bull. Insomma, c’è poco da fare, in pista i risultati dicono questo. Ferrari poco meglio che inguardabile, lo stesso Leclerc talmente inquieto da mettersi a sbagliare pure lui, vedi Sakhir 2, e Vettel condannato ad andarsene dalla Ferrari in un’atmosfera di reciproca stanchezza coniugale, sottotesto che reca in sé un corale e condiviso grazie a Dio è finita.

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Però, attenzione, anche no. Perché a volte la storia delle corse non è solo un mattinale fatto di vittorie o sconfitte, registro freddo e scabroche annota solo delusioni, sorprese, trionfi o giornate incolori. Ci anche sono situazioni particolari in cui il vero bilancio appare invisibile ma annusabile, palpabile e misurabile con strumentazioni magiche e ancora ad oggi non inventate da nessuno, eppure producibili impressioni, sensazioni e parametri sentimentali. E nel caso di Sebastian Vettel c’è qualcosa da va completamente al di là dei risultati e dei Gran Premi vinti, quand’anche nella classifica di tutti i tempi resti il terzo pilota del Cavallino più vincente di sempre, dietro Michael Schumacher e Niki Lauda, ossia il più medagliato tra i non iridati in Rosso, ma non è questo il punto. Voglio dire che ci sono ferraristi che salutano la compagnia comunque amati, apprezzati, goduti e vissuti talmente tanto, da lasciare una traccia importante, sentita e calda. Perché la Ferrari non è una squadraccia leggendaria qualsiasi, che se non vince non campa, proprio no. La Rossa è crogiuolo d’esistenze, passioni, vicende e mitologie strane, all’interno del quale si sanno apprezzare individualità, empatie, aneliti e sensibilità anche a prescindere dai trofei vinti e dai mondiali ghermiti.

Chris Amon resta pur sempre l’amatissimo simbolo della Ferrari pre-Fiat, dell’ultima Rossa completamente (o quasi) autarchica, che nella sfortuna del pilota viveva comunque un periodo avaro di soddisfazioni ma non certodi coraggio, inventiva e meriti. La stessa Rossa del quinquennnio all’insegna di Jean Alesi resta un esempio in cui il cuore del pilota, certe volte, si propone come valore aggiunto e commovente, tale da consegnare all’archivio anni bui e grigiri schiarati e colorati da giornate campali e luminose di resiliente spirito. Ecco, il senso di tutto è che i cinque anni e le sei stagioni in Rosso di Sebastian Vettel saranno in ogni caso il simbolo di una scoperta diversa da quella che ci si aspettava di fare. Primo, perché Vettel non è Schumacher. Secondo, perché Vettel è Seb.

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Bellopambino, dopo l’era in Red  Bull, è destinato a scoprire una fase nuova e diversa della sua vita. Laddove la non inaffondabilità delle Ferrari si accompagna alla vulnerabilità psicologica di un ragazzo che si scopre battibile, fragile, a tratti in crisi nera e soprattutto inserito all’interno di un meccanismo infernale destinato in quasi un decennio a premiare sempre e solo le Mercedes. Ma Sebastian Vettel va avanti, soffre e risponde a modo suo: decidendo di bere l’amaro calice fino in fondo, con signorile e tribolata compostezza, prendendo con sprezzatura gli schiaffoni agonistici che pian piano comincia a rifilargli il compagno di squadra, quindi, a cascata, comprensibilmente, la dirigenza, la classifica del mondiale, la gerarchia in seno al team e infine la scadenza contrattuale.

Ed è qui che si scopre e si rivela il Seb più bello e nobile. L’uomo, l’ex ragazzo che soffre. L’animo nobile di un tedesco innamorato degli italiani, uno capace di cantarti Toto Cutugno o Celentano, d’amare isuoi meccanici di oggi molto più della sua bacheca di trofei dei tempi d’oro. Un trentatreenne così tosto da dire che è contento d’aver terminato la sua stagione più difficile, pur sentendosi triste, perché così facendo è finita la sua storia con la Ferrari. La quale, comunque sivoglia inquadrarla, resta appunto non un rapporto sportivo ma una dolce liason, da lui vissuta con gli effetti, l’empatia, le speranze, i batticuore e le farfalle nello stomaco della grande storia d’amore.

E quel reciproco team radio finale - ci scuseranno commercialisti eragionieri dalla partita doppia facile - vale molto, infinitamente di più dei cinque milioni di dollari aggiuntivi artigliati dalla McLaren col terzo posto nel mondiale Costruttori, perché fa venir da piangere sentir dire un pilota e un ragazzo "Voi siete la squadra Rossa così appassionata che non si arrenderà mai", avendo per risposta "Tu, Seb sei un grande uomo con un grande cuore".

In fondo il rapporto tra lui e l'ingegnere di pista Adami è una delle ultime favole calde di questa F.1 burocratizzata e ghiaccetta, quindi assaporiamola sino alla fine. E allora questa Ferrari di Abu Dhabi 2020, se in pista si becca un voto quattro che non gli e lo leva nessuno, nell’atmosfera impalpabile e intensa di una serata importante, merita l’abbraccio corale che si deve a un mondo, a un ambiente e a un campione che se ne va. Perché in tutto questo, all’interno del Circus della politica, della tecnologia furba, degli equilibri da figli di buona donna, per un attimo o una vita ci avete fatto riscoprire i valori dell’amicizia, della dolcezza, dell’umanità.

E adesso, forse, comincia a diventare chiaro il senso di tutto, la cifra di questi anni difficili e avari, travagliati e per certi versi malinconici, vissuti nel bene o nel male dalla Ferrari e dai ferraristi nel segno di Sebastian Vettel e della sua inattesa e struggente serendipity. Già, serendipity .Come quando cerchi un ago nel pagliaio, non riesci a trovarlo ma incontri la figlia del contadino e te la sposi. Parimenti, attendevamo un eroe, un pluricampione crucco, robotico e invulnerabile, invece abbiamo trovato un ragazzo che a volte si spezza ma finalmente si spiega, tanto da mostrarsi una bella persona e un uomo meraviglioso.

In bocca al lupo per il tuo futuro in Aston Martin, caro Vettel, e grazie comunque, perché dentro sei stupendo, Seb.