Il dubbio che sul budget cap la campagna di alcune squadre inglesi, a spingere per un radicale taglio ulteriore dei costi, diventi una leva per provare a ridurre le distanze dai top-3 team in vista del 2022 è legittimo. Il compromesso dei 175 milioni di dollari è nero su bianco datato 2019, una soglia di spesa legata allo sviluppo alla quale le squadre più piccole comunque non avrebbero comunque avuto accesso, considerati i budget da 100 milioni e poco più con i quali sono costretti ad affrontare un campionato.

Così, discutere del solo tetto alle spese senza capire quanto la redistribuzione dei proventi sarà diversa, non dà la piena misura della possibilità di livellare il campo, esigenza parallela alla sopravvivenza di alcune piccole squadre.

Le posizioni sul tavolo

L’ultima proposta discussa in teleconferenza da FIA, F1 e team principal ha lasciato sul campo l’idea di un ulteriore taglio a 145 milioni di dollari nel 2021, 130 milioni dal 2022, soglie rispetto a un punto, ufficioso, di 150 milioni di dollari sul quale potrebbe esserci la convergenza di Ferrari, Mercedes e Red Bull. Ma dalla McLaren e dalle squadre minori si chiede di più, “forti” di un supporto filosofico della FIA al contenimento ulteriore delle spese.

L'editoriale del direttore: in equilibrio tra ieri, oggi e domani

Mattia Binotto ha centrato il punto nelle scorse settimane: l’errore più grande possibile in questa fase di crisi dettata dalla pandemia è assumere decisioni “di pancia”. Con tutta una serie di valutazioni sul perché, top team costruttori – dove non anche motoristi – e squadre di seconda fascia non possano oggettivamente essere considerati alla pari.

Lo spauracchio dell'uscita dalla F1

Intervistato dal The Guardian, il team principal della Ferrari ribadisce la posizione del Cavallino rampante e sventola uno scenario non nuovo, anch’esso uno strumento di contrattazione com’è logico sia. “La soglia dei 145 milioni di dollari è già una richiesta nuova e impegnativa rispetto a quanto era stato definito lo scorso giugno. Non può essere ottenuta senza ulteriori, significativi, sacrifici, soprattutto in termini di risorse umane. Se dovesse abbassarsi ulteriormente, non vorremmo essere messi nella posizione di dover guardare ad altre opzioni per esprimere il nostro dna racing”. Non si discute di un’uscita dalla F1, piuttosto di affiancare altri impegni alla stessa F1, sbandierando il “dna racing” che una categoria depotenziata da un budget cap ulteriormente ridotto potrebbe comportare.

Di tagli in tagli

Quale Formula 1 vuole essere in futuro? Vale ricordare i drastici tagli imposti con i regolamenti tecnici 2022 su molte libertà progettuali, sull’altare di un – accettabile – bisogno di migliorare alcune caratteristiche “sportive” delle monoposto, la possibilità di correre meglio anche in scia.

Dalla formulazione di budget cap attualmente in essere, restano esclusi i motori e il loro sviluppo, richiedendo impegni di spesa sui quali tanto l’a.d. Camilleri che responsabili Honda nei mesi scorsi auspicavano un intervento.

Si discute, invece, di tagli netti al limite massimo di spesa, in quanto tale impensabile che possa essere raggiunto da tutte le 10 squadre in griglia. Resta, inoltre, il nodo cruciale della garanzia dei posti di lavoro, in strutture sportive che operano sul migliaio di dipendenti, chiamate a riorganizzare i dipartimenti alla luce delle riduzioni di spesa. “In Formula 1 ci sono squadre che operano in paesi diversi con leggi diverse, con il loro modo di lavorare. Perciò non è né semplice né lineare produrre cambiamenti strutturali semplicemente tagliando i costi in modo lineare. Non va dimenticato come le aziende giochino un ruolo nel tessuto sociale di una nazione, non solo sono lì per ottenere un profitto”, puntualizza Binotto.

Ferrari che, tanto in relazione ai dipendenti del settore prodotto che della GeS, si è fatta carico dei costi di uno stop forzato per la pandemia di coronavirus, senza attivare procedure di cassa integrazione e garantendo i posti di lavoro. 

F1 la vetrina buona del motosport

“La Formula 1 dev’essere il vertice del motorsport per tecnologia e prestazione. Dev’essere attrattiva per i costruttori di auto e gli sponsor che vogliono essere collegati alla categoria di maggior prestigio. Se restringiamo eccessivamente i costi, allora corriamo il rischio di ridurre sostanzialmente il livello, portandolo ancor più vicino alle formule minori”.

Indirettamente, Binotto commenta con un’apertura l’idea – delineata da Horner su un limite di 1 o 2 stagioni – della possibilità per alcune squadre clienti di accedere a intere monoposto acquistate dai grandi team. Il concetto può funzionare proprio nel punto di far coincidere un’operatività a costi più bassi per i piccoli team con un miglioramento delle proprie performance.

È impensabile credere che realtà di seconda o terza fascia potranno mai, posto il gap tecnologico, di tecnici, oltre che di risorse finanziarie, produrre progressi anno su anno al ritmo di 1” di prestazione recuperata al miglior team. Diventare gestori di una monoposto innalzerebbe la “condizione”, consentendo di battagliare per risultati migliori.

Binotto, sul punto, ha analizzato: “Se l’attuale emergenza davvero pone l’esistenza di alcuni dei nostri avversari in dubbio e rende necessario rivedere alcune pietre miliari, la Ferrari sarà aperta a farlo. Non è sacrilego visto che è accaduto in passato in Formula 1 e accade oggi in serie come la MotoGP”.