Tra le due ruote, c'è da scommetterci, lascerà più di un pezzo di cuore. Ma le sirene della Formula 1 hanno raggiunto anche lui, Davide Brivio, l'uomo del momento. Il suo passaggio dalla Suzuki MotoGP a CEO di Alpine ha scosso i due ambienti, sia quello del Motomondiale che quello della F1.

“All'improvviso mi è arrivata una nuova sfida professionale e un'opportunità e alla fine ho deciso di coglierla. È stata una decisione difficile”. Lasciare da Campione del Mondo dopo aver trionfato lo scorso anno grazie a Joan Mir, non è affatto facile, racconta l’italiano spiegando il suo addio alla MotoGP: “Non sarà semplice lasciare questo favoloso gruppo di persone, con cui ho iniziato questo progetto quando la Suzuki è rientrata nel campionato nel 2013. Ma ora sento molto la motivazione per questa nuova sfida".

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Come Rivola, ma al contrario

Inevitabile che sia questa la notizia più chiacchierata di questi giorni, un fulmine a ciel sereno a risvegliarci dal torpore del freddo invernale. Poche volte si sono visti passaggi così delicati e tra ruoli di questa importanza per uno che va dalla MotoGP alla Formula 1, e questo rende ancora più coraggiosa la scelta di Davide Brivio. Una decisione presa con difficoltà, come è giusto che sia, per una persona che con la Suzuki nel 2020 ha vissuto un sogno. Per integrarsi nel nuovo mondo, non è da detto non scambierà qualche telefonata con Massimo Rivola, il quale nel 2019 ha fatto il percorso inverso, lasciando la Ferrari per passare al timone dell'Aprilia.

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Dalle 2 alle 4 ruote

Luca De Meo, che lo ha conosciuto anni fa, di Brivio ha sempre avuto una stima enorme. Tanto grande da affidargli il "sogno" transalpino della Alpine, pronta a rilevare, almeno nel nome, la Renault. Lavorare in F1 sarà diverso dal farlo nel Motomondiale: là nelle due ruote, Brivio era ormai uno dei più esperti di quel mondo, dopo averci speso una vita. Con il Circus delle quattro ruote cercherà di adattarsi il prima possibile, e non c'è motivo per cui non possa farlo. Calmo ma deciso su ogni scelta, con lui l'Alpine punta al bersaglio grosso negli anni a venire.

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Quella proposta alla Gilera

Per uno nato a Galgiana, frazione di Casatenovo in provincia di Lecco, ad una decina di chilometri dal circuito di Monza, le auto parevano l'indirizzo naturale. Ed invece il giovane Brivio era uno che ammirava di più le moto, con idee molto chiare: nonostante gli studi di ragioneria, a 15 anni aveva già scritto alla Gilera per lavorare con loro nella squadra cross, dicendosi disposto a lavorare pure gratis. Sintomo di una passione divenuta un lavoro e cominciata da aspirante giornalista, primo modo di avvicinarsi davvero alle corse.

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La trattativa con Valentino

Di Brivio e per Brivio parlano soprattutto i risultati, senza bisogno che spieghi lui. In Superbike, nel 2000, stava per vincere il titolo con la Yamaha, se solo un controllo antidoping non avesse fermato un Noriyuki Haga risultato positivo. Con la Yamaha, dopo un inizio difficile, ha vissuto giorni felicissimi, mostrando quelle doti da team manager che lo hanno fatto apprezzare. E' stato lui l'artefice dei successi di Iwata una volta passato alla MotoGP, per il semplice motivo di aver portato in squadra Valentino Rossi, costruendo attorno a lui un team vincente. Erano gli anni del dominio Honda con Valentino, mentre la Yamaha, in soldoni, arrancava. L'idea di far firmare Rossi appariva folle, invece il fiuto del manager brianzolo non sbagliò: Brivio si tuffò a capofitto in quello spiraglio aperto nell'orgoglio di Valentino, uno che ormai a vincere a ripetizione si era annoiato. Il pesarese aveva bisogno di una nuova sfida e Davide gliela offrì su un piatto d'argento. Le trattative partirono ad Ibiza, con Vale in vacanza col fido Alessio "Uccio" Salucci, e proseguirono clandestinamente di notte, nel paddock delle due ruote. La trattativa andò in porto e cambiò la carriera di entrambi.

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Le vittorie

Con Valentino furono anni felici: vittoria del mondiale nel 2004, nel 2005, nel 2008 e nel 2009. Inevitabile, per Davide, seguire Rossi nel sogno Ducati. Non andò bene, e quindi fu lui, Davide ad essere stimolato da altre sfide, quella della Suzuki. Un lavoro diverso rispetto alla Yamaha: allora serviva ricostruire un team allo sbando, con la casa di Hamamatsu invece serviva costruire una squadra tutta nuova, dalle basi. "Sono partito da un foglio bianco, non c'era neanche una cassetta degli attrezzi", ricorda. E fu così che la Suzuki si presentò ai nastri di partenza per il mondiale 2015 con una coppia complementare: da una parte un pilota già esperto come Aleix Espargaro, buono per affrontare lo sviluppo della GSX-RR, dall'altra un giovane di talento come Maverick Vinales, che ripagherà la fiducia con il successo di Silverstone 2016. Un intoppo con Iannone, ma altre due intuizioni con Alex Rins e Joan Mir, fino al titolo Piloti ed a squadre del 2020.

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Il futuro

Difficile, difficilissimo lasciare una squadra che era diventata una famiglia (letteralmente: in Suzuki lavora anche suo fratello Roberto, che si occupa della logistica), ed un mondo diventato ormai una casa. Di tanto in tanto incrociava anche suo figlio Luca, coordinatore dello Sky Racing Team VR46. Ma la sfida era troppo allettante per dire no, anche per uno che ha fatto incetta di titoli nel Motomondiale. Una pagina bianca, una nuova storia. Una nuova missione. Il futuro di Davide Brivio, a 57 anni, è ancora tutto da scrivere. 

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